ROMA - “Come Ebola, se non peggio”. Chiara Baruzzi, neurologa, lavora da quattro anni per Medici senza frontiere ed è da poco tornata dalla Grecia, dove è stata nove mesi come coordinatore sanitario dell’intervento di Msf, che lì ha circa cento operatori. Prima, oltre Ebola in Liberia, ha visto Repubblica democratica del Congo, Sud Sudan, India. A 38 anni, non le manca l’esperienza. “Questa volta però è diverso”, insiste. Ha appena elencato con serena professionalità i luoghi d’intervento, il suo lavoro: “Metà del tempo a coordinare da Atene, dove lavoriamo anche in una clinica per la riabilitazione di vittime di torture e violenze, l’altra metà nei vari punti d’intervento, fra le isole dove i profughi arrivano e Idomeni, da dove, come la cronaca di questi giorni ci dice, cercano con sempre maggiori difficoltà di passare in Macedonia. Sul primo fronte, soprattutto, c’è grande mobilità negli arrivi, quindi bisogna spostare continuamente le forze che abbiamo in campo”. Ma non è questo che l’ha agitata.
La mia famiglia. “Il fatto è che non riesco a fare il confronto. Con Ebola, c’era frustrazione, ma anche accettazione. Non c’è il trattamento, un vaccino, e non dipende da nessuno direttamente, diciamo. In Grecia invece vedi gli effetti di decisioni, assisti a un voluto respingimento di esseri umani: questo turba molto di più. Sono anche persone che mi somigliano, ci somigliano tutte, sono della stessa cultura. Mi è successo continuamente di vedere facce che potevano essere della mia famiglia, dei miei amici, dei miei compagni di lavoro. E quanto dolore, assistere agli effetti mediatici che modificano la realtà: un bambino annegato su una spiaggia ha il potere di scatenare mille reazioni, lì per lì, poi nulla, tutto torna come prima. I bambini continuano ad annegare – e nessuno che se ne preoccupi più di tanto”. Anche l’incapacità ad abituarsi, spesso, muove le persone che lavorano negli aiuti.
Trafficanti, militari e navi fantasma. “Lotta ai trafficanti? Si, sulla carta è giusto. Ma la cosa più giusta sarebbe aiutare i profughi a venire in maniera legale e tranquilla. Così non è, dunque va a finire che la forza motrice del flusso migratorio sono proprio i trafficanti, con tutta la loro brutalità. Chi arriva in Grecia lo racconta, sappiamo tutti che se ti sei messo in lista per partire, non puoi cambiare idea. Magari il tempo è brutto, c’è mare mosso, vorresti aspettare: ti costringono ad andare, mentre loro restano a riva. Oppure ti costringe il fatto che hai pochi soldi: i viaggi con il maltempo costano meno. Ed è ora che dalla Siria stanno arrivando i più poveri, soprattutto all’isola di Lero. In primavera, estate, erano famiglie con un poco di soldi”. Prima di Lero, c’è la sciagura di Farmaco. L’isola è ancora più vicina alle coste turche ed è in mano ai militari greci. “Li lasciano anche tre, quattro giorni per strada senza cibo né acqua, solo qualche biscotto. Poi ci sono le vessazioni: persone costrette a stare ore in ginocchio, per esempio”. Chiara Baruzzi ne ricorda uno su tutti. “Ma non chiedermi il nome, in nove mesi, ne ho visti troppi. Quest’uomo è arrivato a Lero con una mano ferita, sotto choc. A Farmaco lo avevano lasciato in piedi per ore e ore, senza nessuna medicazione. Si era fatto male per aiutare un bambino”. E ci sono i natanti-fantasma, senza insegne, che ostacolano il viaggio. “Ci hanno raccontato in molti che li mettono in difficoltà con manovre a ridosso dei gommoni durante la traversata, cercano di tenerli lontani dalle rive delle isole, dalla Grecia”.
I disabili. “Arrivano sempre più spesso intere famiglie, con i deboli in spalla ai più forti. Ci sono molti disabili, anche. Ed è ovvio che portare intatta una sedia a rotelle dalla Siria è impossibile”. Ma c’era un ragazzo che doveva averla ottenuta di nuovo, quando la dottoressa e i suoi il mese scorso l’hanno visto a Idomeni, quella frontiera con la Macedonia dove in questi giorni tutto si è bloccato. “Viaggiava con amici coetanei, venivano da vicino Aleppo. Avevano superato la Turchia, il mare, la Grecia. Hanno provato a passare, ma le guardie di frontiera li hanno inseguiti, lui è stato ributtato di qua, la sedia a rotelle sfasciata. Lo abbiamo preso in carico noi. Gli amici erano in viaggio verso nord, credevamo – e credeva lui per primo – ormai andati per sempre. Invece sono riapparsi, in due. ‘Siamo partiti insieme e insieme dobbiamo arrivare’, mi hanno detto, e se lo sono preso in spalla. Non li abbiamo più visti, forse ce l’hanno fatta”.
L’inferno dopo le risate. La giovane neurologa è contenta di aver visto quei ragazzi. “Invece soffro quando arrivano e ridono, pazzi di gioia. Posano il primo piede su un’isola greca e sono in Europa, in quel momento credono che sia tutto fatto, il peggio ormai alle spalle. Non sanno che non è così, lo scoprono poco dopo”. Come molte immagini ci hanno fatto vedere, la dottoressa ripercorre le tappe delle difficoltà: niente bagni, niente docce, file dove e quando c’è una coperta, dell’acqua, del cibo, una sim card per riuscire a comunicare con chi magari li aspetta al nord. E concorda con l’idea lanciata da Rosi prendendo l’Orso d’oro a Berlino: un Nobel per gli abitanti delle isole come Lampedusa e Lesbo, che accolgono i migranti. La coordinatrice Msf accenna anche alle grandi difficoltà con le autorità greche. E qualcosa si capisce nel racconto di quel che accade andando verso la Macedonia.
Le stazioni di servizio. “Non è la prima volta che il confine macedone viene chiuso per giorni e la tensione diventa altissima. Il passaggio in realtà è ufficioso, solo alcune nazionalità sono autorizzate, ma gli altri arrivano lo stesso: iraniani, bengalesi, anche maghrebini che hanno preso l’aereo per Istanbul e si sono uniti al flusso. Arrivano a Idomeni con autobus privati presi ad Atene, per i quali pagano il biglietto. Davanti agli affollamenti al confine, che adesso state vedendo al massimo dell’espansione ma che capitavano già di frequente, i pullman vengono fermati a metà strada. Oltre alle tendopoli che sorgono a Idomeni, lungo l’autostrada ci sono l’autogrill Eko, o quello Bp, che per tanti diventano l’unica casa che hanno. In migliaia, vengono fatti scendere in strada dagli autisti greci che si chiudono negli autobus per dormire: hanno paura che nella notte potrebbero prenderglieli e proseguire da soli".
Per giorni senza nulla. "Ma sono famiglie, anziani, bambini. Si ritrovano accampati per giorni senza nulla, con i cinque o sei bagni di un autogrill per tutti. In questa stagione di notte la temperatura va a meno 9, meno 10. Avete visto tutti le immagini di chi riparte a piedi lungo l’autostrada, diretto al confine. E certo ora, con il blocco di questi giorni, è anche peggio di quel che ho visto io”. Msf interviene - con assistenza sanitaria, cibo, acqua, coperte - in quegli autogrill e, come sappiamo bene dalle cronache, a Idomeni. Dove c’è anche chi, respinto, viene costretto a pagare un altro biglietto e risalire sull’autobus verso la capitale. “Gli autisti greci li lasciano fuori Atene nella notte, non sanno assolutamente dove sono finiti”. La mattina dopo, ricomincia tutto daccapo. “Ma tanto loro non si fermano. A noi lo ripetono sempre: ‘Lì moriamo tutti i giorni’. E si mettono in fila per quel che serve, ore e ore senza fiatare, con educazione e dignità”.
La mia famiglia. “Il fatto è che non riesco a fare il confronto. Con Ebola, c’era frustrazione, ma anche accettazione. Non c’è il trattamento, un vaccino, e non dipende da nessuno direttamente, diciamo. In Grecia invece vedi gli effetti di decisioni, assisti a un voluto respingimento di esseri umani: questo turba molto di più. Sono anche persone che mi somigliano, ci somigliano tutte, sono della stessa cultura. Mi è successo continuamente di vedere facce che potevano essere della mia famiglia, dei miei amici, dei miei compagni di lavoro. E quanto dolore, assistere agli effetti mediatici che modificano la realtà: un bambino annegato su una spiaggia ha il potere di scatenare mille reazioni, lì per lì, poi nulla, tutto torna come prima. I bambini continuano ad annegare – e nessuno che se ne preoccupi più di tanto”. Anche l’incapacità ad abituarsi, spesso, muove le persone che lavorano negli aiuti.
Trafficanti, militari e navi fantasma. “Lotta ai trafficanti? Si, sulla carta è giusto. Ma la cosa più giusta sarebbe aiutare i profughi a venire in maniera legale e tranquilla. Così non è, dunque va a finire che la forza motrice del flusso migratorio sono proprio i trafficanti, con tutta la loro brutalità. Chi arriva in Grecia lo racconta, sappiamo tutti che se ti sei messo in lista per partire, non puoi cambiare idea. Magari il tempo è brutto, c’è mare mosso, vorresti aspettare: ti costringono ad andare, mentre loro restano a riva. Oppure ti costringe il fatto che hai pochi soldi: i viaggi con il maltempo costano meno. Ed è ora che dalla Siria stanno arrivando i più poveri, soprattutto all’isola di Lero. In primavera, estate, erano famiglie con un poco di soldi”. Prima di Lero, c’è la sciagura di Farmaco. L’isola è ancora più vicina alle coste turche ed è in mano ai militari greci. “Li lasciano anche tre, quattro giorni per strada senza cibo né acqua, solo qualche biscotto. Poi ci sono le vessazioni: persone costrette a stare ore in ginocchio, per esempio”. Chiara Baruzzi ne ricorda uno su tutti. “Ma non chiedermi il nome, in nove mesi, ne ho visti troppi. Quest’uomo è arrivato a Lero con una mano ferita, sotto choc. A Farmaco lo avevano lasciato in piedi per ore e ore, senza nessuna medicazione. Si era fatto male per aiutare un bambino”. E ci sono i natanti-fantasma, senza insegne, che ostacolano il viaggio. “Ci hanno raccontato in molti che li mettono in difficoltà con manovre a ridosso dei gommoni durante la traversata, cercano di tenerli lontani dalle rive delle isole, dalla Grecia”.
I disabili. “Arrivano sempre più spesso intere famiglie, con i deboli in spalla ai più forti. Ci sono molti disabili, anche. Ed è ovvio che portare intatta una sedia a rotelle dalla Siria è impossibile”. Ma c’era un ragazzo che doveva averla ottenuta di nuovo, quando la dottoressa e i suoi il mese scorso l’hanno visto a Idomeni, quella frontiera con la Macedonia dove in questi giorni tutto si è bloccato. “Viaggiava con amici coetanei, venivano da vicino Aleppo. Avevano superato la Turchia, il mare, la Grecia. Hanno provato a passare, ma le guardie di frontiera li hanno inseguiti, lui è stato ributtato di qua, la sedia a rotelle sfasciata. Lo abbiamo preso in carico noi. Gli amici erano in viaggio verso nord, credevamo – e credeva lui per primo – ormai andati per sempre. Invece sono riapparsi, in due. ‘Siamo partiti insieme e insieme dobbiamo arrivare’, mi hanno detto, e se lo sono preso in spalla. Non li abbiamo più visti, forse ce l’hanno fatta”.
L’inferno dopo le risate. La giovane neurologa è contenta di aver visto quei ragazzi. “Invece soffro quando arrivano e ridono, pazzi di gioia. Posano il primo piede su un’isola greca e sono in Europa, in quel momento credono che sia tutto fatto, il peggio ormai alle spalle. Non sanno che non è così, lo scoprono poco dopo”. Come molte immagini ci hanno fatto vedere, la dottoressa ripercorre le tappe delle difficoltà: niente bagni, niente docce, file dove e quando c’è una coperta, dell’acqua, del cibo, una sim card per riuscire a comunicare con chi magari li aspetta al nord. E concorda con l’idea lanciata da Rosi prendendo l’Orso d’oro a Berlino: un Nobel per gli abitanti delle isole come Lampedusa e Lesbo, che accolgono i migranti. La coordinatrice Msf accenna anche alle grandi difficoltà con le autorità greche. E qualcosa si capisce nel racconto di quel che accade andando verso la Macedonia.
Le stazioni di servizio. “Non è la prima volta che il confine macedone viene chiuso per giorni e la tensione diventa altissima. Il passaggio in realtà è ufficioso, solo alcune nazionalità sono autorizzate, ma gli altri arrivano lo stesso: iraniani, bengalesi, anche maghrebini che hanno preso l’aereo per Istanbul e si sono uniti al flusso. Arrivano a Idomeni con autobus privati presi ad Atene, per i quali pagano il biglietto. Davanti agli affollamenti al confine, che adesso state vedendo al massimo dell’espansione ma che capitavano già di frequente, i pullman vengono fermati a metà strada. Oltre alle tendopoli che sorgono a Idomeni, lungo l’autostrada ci sono l’autogrill Eko, o quello Bp, che per tanti diventano l’unica casa che hanno. In migliaia, vengono fatti scendere in strada dagli autisti greci che si chiudono negli autobus per dormire: hanno paura che nella notte potrebbero prenderglieli e proseguire da soli".
Per giorni senza nulla. "Ma sono famiglie, anziani, bambini. Si ritrovano accampati per giorni senza nulla, con i cinque o sei bagni di un autogrill per tutti. In questa stagione di notte la temperatura va a meno 9, meno 10. Avete visto tutti le immagini di chi riparte a piedi lungo l’autostrada, diretto al confine. E certo ora, con il blocco di questi giorni, è anche peggio di quel che ho visto io”. Msf interviene - con assistenza sanitaria, cibo, acqua, coperte - in quegli autogrill e, come sappiamo bene dalle cronache, a Idomeni. Dove c’è anche chi, respinto, viene costretto a pagare un altro biglietto e risalire sull’autobus verso la capitale. “Gli autisti greci li lasciano fuori Atene nella notte, non sanno assolutamente dove sono finiti”. La mattina dopo, ricomincia tutto daccapo. “Ma tanto loro non si fermano. A noi lo ripetono sempre: ‘Lì moriamo tutti i giorni’. E si mettono in fila per quel che serve, ore e ore senza fiatare, con educazione e dignità”.