Dalla Siria al Libano scappando dalla guerra. Vita nei campi profughi di una generazione senza terra
di PAOLA ROSA ADRAGNA
Oltre un milione di profughi siriani vive in Libano dallo scoppio della guerra. Non hanno case, non possono lavorare, vivono in condizioni di estrema precarietà. Nel loro paese tutto, o quasi, è andato distrutto. Con Oxfam e la sua testimonial Malika Ayane abbiamo compiuto un viaggio nei campi informali libanesi, nella giornata mondiale del rifugiato
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Tra frutteti e piantagioni di tabacco nella valle della Bekaa, nel Libano del Nord, sgomitano per farsi spazio i campi dei profughi siriani. Otto o dieci strutture nei più piccoli, centinaia nei più grandi. Li chiamano accampamenti di tende, ma si tratta di rifugi costruiti con liste di compensato e teli. I tessuti decorano le pareti, per terra non mancano tappeti e cuscini. Bisogna togliersi le scarpe per entrare. L'ordine quasi stona, nella cucina piatti e pentole sono puliti e sistematicamente ordinati. In una delle stanze c'è un letto decorato a festa. È quello di una sposina, che come vuole la tradizione siriana ora è con il marito a casa dei suoi genitori, prima di iniziare la vita insieme. "Vedi questi tessuti? Sono belli vero?", chiede Fadda mentre indica i teli alle pareti. Il suo nome significa argento e nei suoi occhi brilla ancora un po' di speranza. "A Raqqa ne avevo di più belli. Vivevo in una casa vera. Poi la guerra ci ha portato qui e abbiamo imparato a usare i martelli e i chiodi, a costruire queste abitazioni. Saranno la nostra casa ancora a lungo purtroppo, tanto vale renderli il più accogliente possibile".
Giornata mondiale rifugiato, Malika Ayane racconta l'altra faccia del Libano
In queste quattro stanze, fino a dieci giorni fa, vivevano tre famiglie, venti persone in tutto. L'ultima arrivata è Samira 35 anni, scappata da Deir ez-Zor con i suoi otto figli, suo marito, la sua seconda moglie e le loro quattro figlie. È incinta. "È stato difficile attraversare il confine, ormai è chiuso. Ma non potevamo restare ancora lì, non avevamo più nulla. La guerra ha distrutto tutto". In Bekaa si raggruppano la gran parte degli accampamenti informali: solo nella sua parte settentrionale i profughi siriani registrati da Unhcr sono oltre i 300mila, ma il numero effettivo supera i 450mila, in un'area la cui capacità è di tremila persone. In tutto il paese ufficialmente i profughi sono un milione e 48mila, di cui 558 mila minori. Ma il numero è fermo a gennaio 2015, quando Beirut ha chiesto a Unhcr che si fermassero le registrazioni.
La situazione dei siriani è molto complessa: il Libano, non avendo firmato la convenzione di Ginevra, non riconosce lo status di rifugiato e da quando è iniziata la crisi siriana non ha permesso la costruzione di campi profughi strutturati. L'assimilazione è impensabile: il sistema libanese si fonda su una ripartizione della cariche governative sulla base di un censimento delle confessioni religiose (sunniti, sciiti, maroniti, drusi e le altre 14 religioni del paese) effettuato negli anni '30. Allora i cristiani erano la maggioranza. Da anni i libanesi musulmani chiedono un nuovo conteggio che cambi gli assetti politici del paese, ma questo non viene concesso e, anzi, è per questo che la cittadinanza viene data solo ai profughi cristiani. Se tutti i siriani, così come i palestinesi musulmani, venissero censiti, si romperebbero gli equilibri già molto delicati.
Giornata mondiale rifugiato, in Libano non solo profughi siriani: Malika Ayane tra le donne e i giovani
Tra le tende dei campi profughi siriani in Libano vive una generazione di senza diritti. Malika Ayane, ambasciatrice Oxfam, racconta tre giorni di viaggio per il Libano alla scoperta delle realtà meno conosciuta. Uomini, donne e bambini scappati dalla guerra sono costretti a vivere in campi informali, senza la possibilità di lavorare. Ma nel paese dei cedri non ci sono solo profughi. Nelle zone rurali e nelle periferie urbane più critiche ci sono ancora donne e giovani libanesi che lottano ogni giorno per un futuro migliore grazie anche all'aiuto delle ong locali e internazionali
I siriani scappati dalla guerra hanno così due possibilità: se possono permetterselo affittano un appartamento nei villaggi o nelle periferie delle città, altrimenti si raggruppano in accampamenti di tende informali (Informal tent settlements). Niente però è gratuito. Anche qui devono pagare l'affitto ai proprietari terrieri. Molti di loro non hanno soldi ma non possono nemmeno lavorare perché il governo libanese glielo impedisce a meno che non abbiano un permesso o la residenza. I siriani riescono solo a trovare lavori occasionali come braccianti nei campi, ma per arrivarci devono attraversare i posti di blocco militari e mostrare i documenti. Il permesso di soggiorno dura sei mesi e rinnovarlo è una spesa non indifferente: ogni siriano deve avere uno sponsor libanese che garantisca per lui - spesso a pagamento - e provvedere alle spese burocratiche. Il rinnovo arriva così a costare anche quattro o cinquecento dollari. Nessuno rinnova i permessi e gli uomini stanno nei campi per paura di essere arrestati, così sono donne e bambini che cercano di provvedere alla famiglia. Per loro attraversare i check point è molto più semplice, i militari non chiedono quasi mai i loro documenti.
Le madri lavorano due o tre mesi l'anno, nei vari campi coltivati intorno agli accampamenti. I bambini vanno a scuola dai sei ai dieci anni, poi lavorano insieme alle donne. Almeno nove, dieci ore al giorno nei campi di tabacco o di vegetali, cipolle in questo periodo, spesso in cambio di parte dell'affitto dell'appezzamento di terra su cui hanno costruito la loro sistemazione, altre volte per circa sei dollari. I soldi che guadagnano non bastano nemmeno per l'affitto, la scuola è l'ultimo dei loro problemi. Nessuna famiglia può permettersi i costi del trasporto verso il paese dove si trova l'istituto, i libri e le tasse. L'abbandono scolastico e il lavoro minorile diventano un problema sempre maggiore. E il rischio di violenza sulle donne aumenta: dal datore di lavoro che le sfrutta e le sottopaga allo shawish, il "capo" dell'accampamento, che contratta per loro i lavori e spesso trattiene parte dei loro soldi. Non mancano episodi di violenza domestica: l'improvviso cambiamento delle dinamiche interne alla famiglia siriana, bastata sul concetto di uomo lavoratore e donna madre, porta maltrattamenti frequenti e matrimoni precoci.
Oltre a fornire acqua e mantenere alti i livelli di igiene nei campi, le ong lavorano senza sosta in quest'area per limitare i casi di violenza e permettere ai siriani di mantenere la loro sicurezza, dignità e autonomia. Come spiega Cristina Carrandi, protection manager di Oxfam nella zone della Bekaa: "Cerchiamo di insegnargli come essere autonomi, forniamo assistenza legale, trattiamo con i proprietari dei terreni dove piantano le tende e con le autorità locali. Abbiamo individuato un uomo e una donna per ogni campo che possano essere formati su assistenza, comunicazione, sostegno e diritti umani. In modo che siano in grado poi di diffondere quello che hanno imparato a tutte le altre persone del campo". E proprio oggi, nella giornata mondiale del rifugiato, Oxfam ha lanciato la petizione #standasone per garantire sicurezza, dignità e speranza in un futuro migliore alle persone costrette a fuggire.
L'emergenza tocca anche i libanesi. Il sovraffollamento dei territori ha stressato i servizi: elettricità e acqua non bastano più, i rifiuti sono cresciuti in maniere esponenziale e non si riesce a smaltirli. Nella cittadina di Ghazze, da quando è iniziata la crisi, la popolazione è più che quintuplicata, con una produzione di spazzatura passata da una tonnellata, una tonnellata e mezzo al giorno a 25. Il governo centrale non stanzia risorse per far fronte all'emergenze, così sono i sindaci stessi che cercano l'aiuto delle associazioni per andare avanti. Qui Oxfam ha iniziato un progetto di separazione dei rifiuti. L'organico viene rimesso in discarica, la plastica e il cartone pressati e rivenduti. Ci lavorano libanesi in situazione di vulnerabilità e siriani dei campi circostanti, fino a 24 giorni per circa 20 dollari al giorno. "È molto più dignitoso essere impiegati in qualcosa piuttosto che stare fermi senza fare niente", racconta Nabila, arrivata al campo di Ghazze allo scoppio della guerra in Siria. "Nessuno merita di vivere in queste condizioni. Tornerei ad Hama se potessi. Per il momento cerchiamo di sopravvivere qui".
Bambini e bambine, scalzi e in tute colorate, giocano come farebbero in tutte le parti del mondo. Con spade di plastica e coroncine da principessa, fanno passare le ore. Quando arrivano gli operatori delle ong e i giornalisti, trovano un nuovo passatempo. Li portano a vedere i loro angoli di gioco, superando le barriere linguistiche con baci e risate. Mentre i più grandi tornano con il camion dello shawish che li aveva portati nei campi.
In alcune zone alle 20 inizia il coprifuoco, voluto dalle municipalità. Si può uscire solo per le emergenze, per andare nella clinica del paese più vicino. Spesso per dare alla luce un nuovo arrivato. Hanan ha 20 anni e 4 figli, l'ultimo ha 4 mesi ed è nato nel campo, come la sorellina di un anno e mezzo. "Neshma è stata registrata in Siria, mio marito ha riattraversato il confine per portare i documenti, ma il piccolo Abdul ancora non lo è". Il problema della registrazione dei bambini nati nei campi sta per esplodere. "Nei campi di Saide e Boudaj il 53 per cento dei bambini nati in Libano non è registrata né qui né in Siria. A Bar Elias la percentuale sale al 69 per cento", spiega Cristina Carrandi. Il processo di registrazione dei bambini in Libano si compone di sette passaggi impossibili per i rifugiati e va completato massimo entro un anno dalla nascita. Tornare in Siria è rischioso, ma è la scelta preferita. "Intanto però - continua Cristina - si forma una generazione di senza terra, senza diritti, senza futuro".