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Banca Mondiale, le promesse tradite di un colosso opaco e "miope"

Poco trasparente nel meccanismo decisionale - dicono i critici del fronte etico della finanza - e disattento rispetto all'uso delle risorse che investe per avviare allo sviluppo i paesi poveri e che spesso vengono gestite da governi che calpestano i diritti dei propri cittadini.
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ROMA - Al di là delle intenzioni generose scritte nello statuto della Banca Mondiale – fondata nel 1945 – non sono poche le critiche che piovono su questo organismo internazionale, figlio della conferenza di Bretton Woods del 1944, all’indomani della seconda guerra mondiale, una specie di “Concilio ecumenico” del capitalismo occidentale moderno e globalizzato: di fatto, il suo momento fondativo. I Paesi alleati, attorno a quel tavolo, scrissero le regole del nuovo ordine economico mondiale. Ordine, che per essere realizzato aveva bisogno di strumenti con poteri sovranazionali, di ampiezza e prestigio legittimati.

Le critiche principali del fronte etico della finanza. Fu così che nacquero, la Banca Mondiale (appunto), l’Organizzazione Mondiale del Commercio e il Fondo Monetario. Le contestazioni principali a tutt’oggi rivolte alla Banca Mondiale dalle organizzazioni no-global, ma anche dai rappresentanti della sempre più e…
ROMA - Al di là delle intenzioni generose scritte nello statuto della Banca Mondiale – fondata nel 1945 – non sono poche le critiche che piovono su questo organismo internazionale, figlio della conferenza di Bretton Woods del 1944, all’indomani della seconda guerra mondiale, una specie di “Concilio ecumenico” del capitalismo occidentale moderno e globalizzato: di fatto, il suo momento fondativo. I Paesi alleati, attorno a quel tavolo, scrissero le regole del nuovo ordine economico mondiale. Ordine, che per essere realizzato aveva bisogno di strumenti con poteri sovranazionali, di ampiezza e prestigio legittimati.

Le critiche principali del fronte etico della finanza. Fu così che nacquero, la Banca Mondiale (appunto), l’Organizzazione Mondiale del Commercio e il Fondo Monetario. Le contestazioni principali a tutt’oggi rivolte alla Banca Mondiale dalle organizzazioni no-global, ma anche dai rappresentanti della sempre più estesa cultura della finanza etica, ha a che fare prima di tutto con il suo meccanismo direttivo, giudicato opaco ed estranea alla pratica della democrazia. Cosa c’è di democratico – dicono sostanzialmente i critici - in un organismo che, pur avendo come missione centrale quella di favorire lo sviluppo della parte povera del mondo, nel momento in cui deve fare delle scelte si affida ad un sistema che tiene conto solo della quota capitale versata dai Paesi più potenti del Pianeta? I Paesi che comandano sono Stati Uniti, con il 15.90%; il Giappone con il 6.90%; la Germania con il 4% e poi la Gran Bretagna, la Francia. E poi la Russia, l’India, l’Arabia Saudita, con quote via via inferiori. A disegnare le linee strategiche della Banca Mondiale sono così i primi cinque detentori di quote, il cosiddetto G5, che si sono dotati di poteri determinanti, vanificando – di fatto – gli spesso differenti punti di vista degli altri 183 Paesi, che partecipano a mantenere - sebbene con quote inferiori - alla gestione della politica della Banca.

Finanziamenti a governi che calpestano diritti. Di diversa natura è il biasimo relativo alla propensione della Banca Mondiale alle privatizzazioni dei beni comuni e, più in generale, alla sua inclinazione neoliberista, che si trasforma fatalmente in molti casi in scarsa attenzione alla difesa dell’ambiente. Senza tralasciare il fatto che, in molti casi - sottolineano i critici - si è continuato a fare affari con i governi che hanno abusato dei loro cittadini. Analisi recenti dell’International Consortium of Investigative Journalists, assieme all’Huffington Post e altri media, denunciano infatti la colpevole disattenzione sulle violazioni dei diritti umani nei paesi dove la Banca Mondiale decide di investire risorse.

Le deportazioni forzate. Nell’arco degli 11 anni che vanno dal 2003 al 2014 – secondo i report diffusi – quasi 3 milioni e mezzo di persone sono state sfollate e pesantemente penalizzate economicamente dagli investimenti decisi dalla Banca Mondiale. Uno degli esempi più vistosi è dato dall’Etiopia, dove nel 2006 vennero finanziati diversi programmi di sviluppo concentrati sui servizi essenziali e con l’intento di aiutare le fasce sociali colpite da povertà estrema. Alcuni di quegli interventi coinvolsero la parte occidentale del Paese, dove vivono gli Anuak, una minoranza etnica già in passato tartassata dalla repressione del governo etiope. La realizzazione dei programmi finanziati dalla Banca Mondiale prevederono anche lo sgombero forzato dalle loro casa degli Anuak, senza nulla in cambio.

Dighe in Congo che fanno energia per meno del 10% dei cittadini. Secondo Human Rights Watch la deportazione avrebbe riguardato oltre 70 mila persone. Stessa cosa accadde in Congo, quando si trattò di costruire due dighe nei lontani anni ‘70. Ci fu allora la denuncia di una Ong, la International Rivers, la quale denunciò che, nonostante i milioni di dollari investiti per realizzare quelle opere, meno del 10% della popolazione aveva energia elettrica in casa, l’85% della quale finiva nelle case di consumatori ricchi. Nel 2014 la banca Mondiale ha finanziato la costruzione di un’altra diga in Congo, mettendo a disposizione ben 73 miliardi di dollari, ma – secondo molti osservatori critici – l’energia prodotta dovrebbe finire alle imprese internazionali che operano nel settore minerario.

Un sostanziale tradimento. “La Banca Mondiale ha tradito la sua promessa” E' questo che insistono a dire dossier come quello del Consorzio Internazionale di Giornalismo Investigativo – pagine e pagine che parlano di comunità più vulnerabili deportare, di case bruciate in Kenia – ad esempio - di baraccopoli distrutte in Nigeria, di terre degli agricoltori peruviani rese tossiche dai progetti finanziati.