ROMA - C’era un gioco che si faceva da ragazzini, si chiamava “il telefono senza fili”. Succedeva che ci si metteva seduti uno a fianco all’altro, il primo della fila diceva sottovoce una parola all’orecchio del vicino, senza scandire bene le sillabe, anzi pronunciandole un po’ in fretta. Il secondo ripeteva ciò che aveva capito al terzo, il quale sussurrava più o meno la stessa cosa al quarto e così via, fino all’ultimo. Più erano i partecipanti al passaparola, più strampalato sarebbe stato il risultato finale. Il divertimento era scoprire come la parola iniziale si sarebbe buffamente deformata alla fine della catena.
Lo "zeitgeist" nella Babilonia dei saperi. Assai meno divertente appare invece l’esito di un altro “gioco” assai simile, che ricorda, appunto, il “telefono senza fili” e che periodicamente si organizza – diciamo subito: sempre in perfetta buona fede, fino a prova contraria – per mettere in discussione l’efficacia e a volte l’esistenza stessa della Cooperazione internazionale e degli aiuti umanitari, mettendo in fila un po’ di dati numerici, più o meno ben aggregati, per reclamare sprechi di risorse, ma sostanzialmente dando respiro a voci, sensazioni e convincimenti maturati spesso in quella babilonia dei “saperi” che domina i social e che s’insinua in quello che i tedeschi chiamano lo zeitgeist, la tendenza culturale che pretende di andare “al potere” in una determinata epoca.
Il rispetto verso certi italiani. Che la “macchina umanitaria” abbia bisogno di “tagliandi” periodici, ma soprattutto di maggiore trasparenza, lo si sa e lo si dice da tempo. Ma gridare che "qui è tutto un magna magna", affermare che il profit e no-profit sono la stessa cosa e che gli aiuti umanitari “devastano” la parte povera del mondo – come a volte capita di sentir dire - è semplicemente falso. E sarebbe oltre tutto ingiusto, irrispettoso, considerare imbroglioni quei 6-7 milioni di persone (tra volontari e cooperanti) certi italiani insomma che decidono di dedicare le proprie competenze, il proprio tempo, la loro vita a quella parte di mondo che cerca di sopravvivere alle guerre, ai disastri naturali, che prova a cavarsela dentro sistemi economici “perennemente adolescenti”, viziati – è vero - da una dipendenza narcotizzante, oltre che da corruzione e ignoranza diffusa. Per non parlare dei pesanti condizionamenti finanziari post-coloniali.
Quell'idea "assurda" di cambiare le regole del mondo. A intervalli regolari, insomma, le persone che si muovono all’interno del sistema della Cooperazione si sentono il dito puntato contro, accusati – nella migliore delle ipotesi – di insulso parassitismo, se non da impostori e sfruttatori di risorse altrui. Tutto questo sapendo invece che, nella stragrande maggioranza dei casi, sono essi stessi a tenere in piedi un congegno complicato che è al tempo stesso economico, finanziario, politico-diplomatico e culturale, che cerca di tamponare qua e là disastri umanitari generati dalla Storia e da un perdurante sistema di leggi economiche imposte da chi nel mondo conta di più. Del resto, basta parlare per cinque minuti con uno di loro per capire subito quanto, al contrario, sia radicata in chi fa Cooperazione l’idea, assurda e per molti altri pericolosa, di cambiare le regole della convivenza nel mondo.
Quelle due tre cose che occorre sapere. Il lavoro prezioso della nostra collaboratrice, Ida Cappiello, dopo una minuziosa ricognizione nella rete che accoglie le organizzazioni non governative impegnate in progetti di Cooperazione allo sviluppo, ha permesso di capire due o tre cose molto semplici. Prima di tutto, che nella il problema vero non è lo spreco, ma l’efficacia, ancora tutta da dimostrare, di quanto si fa per aiutare i Paesi sottosviluppati. E questo soprattutto perché non esistono criteri condivisi per misurarla. L’altro nodo è l’impatto sociale che i progetti di aiuto hanno: chi li valuta? Soprattutto come si misurano?
I sopraccigli alzati di fronte lo stipendio di un cooperante. Altro dato emerso dalla nostra ricognizione è che la maggioranza quasi assoluta delle Ong italiane destina quanto meno l’80% dei fondi ai progetti sul campo, utilizzando il restante 20% per mantenere la struttura. Su quest’ultimo elemento vale la pena soffermarsi un attimo. Sempre per effetto del “telefono senza fili”, si fa sempre confusione tra la figura di chi fa volontariato e chi lavora in un progetto di Cooperazione. Spesso si tende ad alzare il sopracciglio di fronte lo stipendio di un cooperante (sia esso un ingegnere, un medico, un antropologo, un elettricista o un falegname) che lascia il suo lavoro, la sua città, la famiglia e mette a disposizione le sue competenze per andare a lavorare in Asia, in Africa o in America Latina alle dipendenze di una qualsiasi Ong. Bene, quella persona – secondo un’idea bizzarra di Cooperazione – dovrebbe adattarsi a vivere a un paio di pochi tozzi di pane al giorno a lume di candela e dormire in una capanna di fango. Ecco, non può essere così.
I costi incomprimibili delle Ong. Le persone che scelgono di dedicare un periodo della loro esistenza per lavorare in progetti di sviluppo prenderanno invece uno stipendio (inferiore, certo, a quello percepito a casa loro) ma avranno una casa, un’auto di servizio per spostarsi, del tempo libero e delle ferie. Come tutti i lavoratori dei Paesi civili. I costi che le organizzazioni umanitarie sostengono per mantenere il personale espatriato - compresi i voli di andata e ritorno nei paesi d’origine, almeno una volta all’anno – non possono essere cancellati e nemmeno compressi. I cooperanti, dunque, non sono missionari. Altro discorso è invece per i volontari, che operano in organizzazioni prevalentemente cattoliche, ma ai quali prevalentemente viene chiesto un altro tipo di apporto.
Lo "zeitgeist" nella Babilonia dei saperi. Assai meno divertente appare invece l’esito di un altro “gioco” assai simile, che ricorda, appunto, il “telefono senza fili” e che periodicamente si organizza – diciamo subito: sempre in perfetta buona fede, fino a prova contraria – per mettere in discussione l’efficacia e a volte l’esistenza stessa della Cooperazione internazionale e degli aiuti umanitari, mettendo in fila un po’ di dati numerici, più o meno ben aggregati, per reclamare sprechi di risorse, ma sostanzialmente dando respiro a voci, sensazioni e convincimenti maturati spesso in quella babilonia dei “saperi” che domina i social e che s’insinua in quello che i tedeschi chiamano lo zeitgeist, la tendenza culturale che pretende di andare “al potere” in una determinata epoca.
Il rispetto verso certi italiani. Che la “macchina umanitaria” abbia bisogno di “tagliandi” periodici, ma soprattutto di maggiore trasparenza, lo si sa e lo si dice da tempo. Ma gridare che "qui è tutto un magna magna", affermare che il profit e no-profit sono la stessa cosa e che gli aiuti umanitari “devastano” la parte povera del mondo – come a volte capita di sentir dire - è semplicemente falso. E sarebbe oltre tutto ingiusto, irrispettoso, considerare imbroglioni quei 6-7 milioni di persone (tra volontari e cooperanti) certi italiani insomma che decidono di dedicare le proprie competenze, il proprio tempo, la loro vita a quella parte di mondo che cerca di sopravvivere alle guerre, ai disastri naturali, che prova a cavarsela dentro sistemi economici “perennemente adolescenti”, viziati – è vero - da una dipendenza narcotizzante, oltre che da corruzione e ignoranza diffusa. Per non parlare dei pesanti condizionamenti finanziari post-coloniali.
Quell'idea "assurda" di cambiare le regole del mondo. A intervalli regolari, insomma, le persone che si muovono all’interno del sistema della Cooperazione si sentono il dito puntato contro, accusati – nella migliore delle ipotesi – di insulso parassitismo, se non da impostori e sfruttatori di risorse altrui. Tutto questo sapendo invece che, nella stragrande maggioranza dei casi, sono essi stessi a tenere in piedi un congegno complicato che è al tempo stesso economico, finanziario, politico-diplomatico e culturale, che cerca di tamponare qua e là disastri umanitari generati dalla Storia e da un perdurante sistema di leggi economiche imposte da chi nel mondo conta di più. Del resto, basta parlare per cinque minuti con uno di loro per capire subito quanto, al contrario, sia radicata in chi fa Cooperazione l’idea, assurda e per molti altri pericolosa, di cambiare le regole della convivenza nel mondo.
Quelle due tre cose che occorre sapere. Il lavoro prezioso della nostra collaboratrice, Ida Cappiello, dopo una minuziosa ricognizione nella rete che accoglie le organizzazioni non governative impegnate in progetti di Cooperazione allo sviluppo, ha permesso di capire due o tre cose molto semplici. Prima di tutto, che nella il problema vero non è lo spreco, ma l’efficacia, ancora tutta da dimostrare, di quanto si fa per aiutare i Paesi sottosviluppati. E questo soprattutto perché non esistono criteri condivisi per misurarla. L’altro nodo è l’impatto sociale che i progetti di aiuto hanno: chi li valuta? Soprattutto come si misurano?
I sopraccigli alzati di fronte lo stipendio di un cooperante. Altro dato emerso dalla nostra ricognizione è che la maggioranza quasi assoluta delle Ong italiane destina quanto meno l’80% dei fondi ai progetti sul campo, utilizzando il restante 20% per mantenere la struttura. Su quest’ultimo elemento vale la pena soffermarsi un attimo. Sempre per effetto del “telefono senza fili”, si fa sempre confusione tra la figura di chi fa volontariato e chi lavora in un progetto di Cooperazione. Spesso si tende ad alzare il sopracciglio di fronte lo stipendio di un cooperante (sia esso un ingegnere, un medico, un antropologo, un elettricista o un falegname) che lascia il suo lavoro, la sua città, la famiglia e mette a disposizione le sue competenze per andare a lavorare in Asia, in Africa o in America Latina alle dipendenze di una qualsiasi Ong. Bene, quella persona – secondo un’idea bizzarra di Cooperazione – dovrebbe adattarsi a vivere a un paio di pochi tozzi di pane al giorno a lume di candela e dormire in una capanna di fango. Ecco, non può essere così.
I costi incomprimibili delle Ong. Le persone che scelgono di dedicare un periodo della loro esistenza per lavorare in progetti di sviluppo prenderanno invece uno stipendio (inferiore, certo, a quello percepito a casa loro) ma avranno una casa, un’auto di servizio per spostarsi, del tempo libero e delle ferie. Come tutti i lavoratori dei Paesi civili. I costi che le organizzazioni umanitarie sostengono per mantenere il personale espatriato - compresi i voli di andata e ritorno nei paesi d’origine, almeno una volta all’anno – non possono essere cancellati e nemmeno compressi. I cooperanti, dunque, non sono missionari. Altro discorso è invece per i volontari, che operano in organizzazioni prevalentemente cattoliche, ma ai quali prevalentemente viene chiesto un altro tipo di apporto.