BERGAMO - Nonostante i progressi di lungo termine e una riduzione del 27% rispetto al 2000, il livello globale della fame resta oggi inaccettabilmente alto e in molti paesi si registrano crisi alimentari acute e persino carestie. E la fotografia scattata dall'ultimo Global Hunger Index (GHI) 2017, rapporto sullo stato della fame di 119 Paesi del mondo, redatto dall International Food Policy Research Institute in collaborazion e con le Ong Concern Worldwide e Welthungerhilfe, la cui edizione italiana è curata dal 2008 da CESVI.
Le regioni e i Paesi più colpiti. Dalla fotografia scattata dal Rapporto, le regioni del mondo che soffrono maggiormente la fame sono l'Asia meridionale con un punteggio di 30,9 e l'Africa subsahariana che tocca quota 29,4. Non solo, i punteggi regionali risentono anche dei livelli di fame dei singoli paesi come nel caso dell'India che raggiunge quota 31,4 (estremità superiore della categoria grave) con un tasso di deperimento infantile del 21% (più di un quinto dei bambini indiani) che non ha visto alcun miglioramento da 25 anni a questa parte. Spostando la lente di ingrandimento a sud del Sahara , il livello di fame regionale risente oltre che del tasso di denutrizione (nel 2014-2016 pari al 21,6% - il maggiore al mondo - anche dell'aumento dei prezzi alimentari, della siccità e dell’instabilità politica.
Le situazione allarmanti. Per lo Yemen e 7 paesi a sud del Sahara, Ciad, Liberia, Madagascar, Sierra Leone, Sudan e Zambia i livelli di fame vengono classificati come allarmanti e nella Repubblica Centroafricana (50,9) il livello è, invece, estremamente allarmante e il più alto registrato nel 2017, a causa dell'incertezza e dei capovolgimenti politici che dal 2012 ne ostacolano qualsiasi sviluppo economico e sociale. Alla base di dati così preoccupanti ci sono l’altissima percentuale di denutrizione (58,6%, la maggiore nel report di quest'anno) e il tasso di mortalità infantile pari al 13% (il 4° più alto).
Aree dove la fame ha contorni più definiti. In Asia orientale e sud est asiatico, vicino Oriente e Nord Africa, America Latina e Caraibi, Europa dell'Est e Comunità degli Stati Indipendenti i livelli di fame sono moderati o bassi, compresi tra 7.8 e 12.8 punti. Tuttavia, analizzando i punteggi di ciascun paese come, ad esempio:
- Tagikistan (28.7)
- Guatemala (20.7)
- Haiti (34.2)
- Iraq (22.9)
- Yemen (36.1)
Si comprende l’effettiva gravità del fenomeno. L’elevata densità demografica della Cina, migliora lo status della fame
dell’Asia orientale e del sud-est asiatico che altrimenti risulterebbe ancora più grave.
Denutrizione: arresto della crescita e mortalità infantile: ecco i Paesi più a rischio
Cosi come accade con i punteggi complessivi, anche gli indicatori che compongono il GHI possono presentare delle variazioni notevoli. Ad esempio, per quanto riguarda il dato percentuale della denutrizione di Zambia, Haiti, e Repubblica centroafricana si registra una quota compresa tra il 45,9% e 58,6% di popolazione che non può soddisfare il proprio fabbisogno calorico.
L’arresto della crescita è più diffuso nei paesi:
- Eritrea
- Timor Est
- Burundi
dove l’indicatore supera il 50%.
Il deperimento colpisce colpisce tra il 21,4% e il 27,3% dei bambini al di sotto dei cinque anni
- Sri Lanka
- Gibuti
- Sud Sudan
La mortalità infantile registra i dati più alti
- Angola (15,7%)
- Ciad (13,9%)
- Somalia (13,7%).
Venti milioni di persone a rischio carestia in Somalia, Nigeria, Sud Sudan, Yemen
Le Nazioni Unite a inizio 2017 hanno dichiarato che le vite di 20 milioni di persone Somalia, Sud Sudan, Nigeria e Yemen sono minacciate da una combinazione fame, siccità e conflitti armati. In Sud Sudan e Somalia le problematiche geopolitiche e gli eventi climatici catastrofici che hanno colpito i paesi in questione contribuiscono a determinare un quadro estremamente allarmante.
In Nigeria, inserita tra i Paesi con il livello di fame grave, la presenza di Boko Haram mette a rischio carestia 4,5 milioni di persone. Livello nell'Indice Globale della Fame grave.
Lo Yemen versa in condizioni allarmanti: le fazioni in lotta nella guerra civile espongono all'insicurezza alimentare circa 17 milioni di persone. Livello nell'Indice Globale della Fame allarmante.
In Somalia e Sud Sudan è significativo e, allo stesso tempo molto preoccupante, che non sia stato possibile calcolare punteggi dell'Indice Globale della Fame perché non disponibili i dati relativi ai quattro indicatori. Per entrambi i Paesi, al momento, non è possibile stabilire con certezza il livello di gravità della situazione.
I Paesi assenti nel Global Hunger Index 2017. Il monitoraggio contenuto nel rapporto 2017 non include dati di 13 stati, non calcolabili a causa dei gravi problemi politici e sociali. Per 9 di questi Paesi la situazione è ritenuta particolarmente preoccupante. Oltre a Burundi, Comore, Repubblica Democratica, Papua Nuova Guine a del Congo ed Eritrea spiccano:
- la Libia, dove i conflitti armati e l’instabilità politica pregiudicano la sicurezza alimentare di circa 250.000 sfollati interni;
- la Siria entrata nel settimo anno di una guerra civile con conseguente effetto devastante sull'alimentazione per oltre la metà della popolazione (FAO);
- il Sud Sudan, dove 6 milioni di uomini, donne e bambini affrontano livelli di fame classificabili come critici o addirittura catastrofici; infine, tormentata da conflitti interni e particolarmente vulnerabile ai disastri naturali;
- la Somalia è il paese dove si stima che circa 3 milioni di persone (su un totale di 11 milioni) si trovino in situazione di crisi o di insicurezza alimentare
La Fame, una questione di potere. Oltre 800 milioni di persone soffrono la fame e oltre 2 miliardi di un a qualche forma di malnutrizione, un terzo della popolazione mondiale è in sovrappeso o obesa e più di un terzo della produzione alimentare globale viene buttata o sprecata. Secondo la ricercatrice Naomi Hossein, dell’Institute of Development Studies, la distribuzione irregolare della fame e della malnutrizione affonda le radici nella disparità sociale, politica ed economica. Il potere coinvolge più attori: le aziende agroalimentari che, attraverso concentrazioni di capitale e quote di mercato, incidono sul prezzo degli alimenti e dei fattori di produzione alimentari, nonché sulla loro offerta o qualità; gli uffici governativi, le organizzazioni internazionali e i partenariati pubblico-privati che possono influenzare, attuare o bloccare le politiche alimentari e indirizzare i dibattiti e mobilitare l’opinione pubblica; i singoli individui che effettuano scelte relative alle spese e all’alimentazione familiari. Donne e bambine rappresentano il 60% degli affamati nel mondo. Tra i principali fattori correlati a un’insicurezza alimentare, la studiosa indica anche la discriminazione di genere. Nei contesti sociali particolarmente critici la disuguaglianza alimentare può essere indotta anche da una debolezza del ruolo femminile: se una famiglia è costretta a razionare i pasti spesso favorisce i maschi in quanto futuri sostentatori della famiglia stessa.
Iniziative globali per la lotta alla fame. Le disuguaglianze che contraddistinguono il sistema alimentare hanno prodotto una spinta corale al cambiamento caratterizzata da una varietà di sforzi per redistribuire il potere e ridurre le disparità. Negli ultimi anni sono nati degli spazi partecipati in cui attivisti e responsabili delle istituzioni possono confrontarsi e promuovere azioni comuni contro fame e malnutrizione. È il caso del Movimento globale Scaling Up Nutrition (SUN) che riunisce oltre a 59 governi nazionali, anche rappresentanti delle imprese, della società e delle Nazioni Unite con l’obiettivo di debellare ogni forma di malnutrizione. O ancora, dell’ Alleanza Mondiale per il Miglioramento della Nutrizion e (GAIN) che crea assi di dialogo e tra settore privato, pubblico e società civile per studiare soluzioni al problema della malnutrizione.
Raccomandazioni strategiche. Nonostante la produzione alimentare globale sia sufficiente in teoria a soddisfare il fabbisogno alimentare mondiale, la fame continua a esistere ed è il prodotto di gravi disuguaglianze. Tuttavia, né la fame né le disuguaglianze sono inevitabili: entrambe sono radicate in relazioni di potere disuguali, corroborate da leggi, politiche e pratiche consolidate. Le nove raccomandazioni formulate all’interno dell’Indice Globale della Fame 2017 mirano a riequilibrare la distribuzione dei poteri e all eviare, di conseguenza, la fame tra i soggetti più vulnerabili:
- Promuovere una governance democratica dei sistemi alimentari nazionali, in cui anche i gruppi sottorappresentati, come i piccoli agricoltori, siano parte attiva nelle decisioni riguardanti politiche e leggi che pesano sui loro mezzi di sussistenza;
- Ampliare la partecipazione ai dibattiti internazionali sulle politiche alimentari, vale a dire invitare ai
tavoli decisionali le organizzazioni e i movimenti popolari impegnati nella lotta alla fame.
- Garantire diritti e spazi alla società civile. I governi devono informare la popolazione su progetti e iniziative che riguardano il diritto al cibo.
- Garantire norme in materia di Affari e Commercio a tutela dei soggetti più vulnerabili e che mettono al riparo la sovranità e la sicurezza alimentare della popolazione.
- Analizzare il potere per migliorare le politiche. Per contrastare la fame i governi nazionali devono riconoscere le discriminazioni di genere che mettono a rischio soprattutto la vita di donne e bambine.
- Aumentare il supporto ai piccoli produttori alimentari, incluse le donne, assicurandogli l’accesso a servizi pubblici, finanziari ed educativi.
- Promuovere l’uguaglianza attraverso educazione e sicurezza sociale. Per ridurre il livello di fame i governidevono assicurare l’accesso all’istruzione e fornire alla popolazione un’assistenza sanitaria.
- Mettere in luce le responsabilità dei governi attraverso dati puntuali. Per tenere sotto controllo costante il livello di fame e quindi monitorare i progressi in vista dell’Obiettivo Zero Fame, i governi nazionali devono impegnarsi a fornire dati che siano affidabili e aggiornati.
- Investire sugli obiettivi di Sviluppo Sostenibile e su chi è rimasto indietro. I donatori dovrebbero rispettare gli obiettivi stabiliti a livello internazionale, contribuendo con lo 0,7% del Reddito Nazionale Lordo (RNL) all’APS (Aiuto Pubblico allo Sviluppo) con lo 0,15-0,2% del RNL ai paesi meno sviluppati.
Le regioni e i Paesi più colpiti. Dalla fotografia scattata dal Rapporto, le regioni del mondo che soffrono maggiormente la fame sono l'Asia meridionale con un punteggio di 30,9 e l'Africa subsahariana che tocca quota 29,4. Non solo, i punteggi regionali risentono anche dei livelli di fame dei singoli paesi come nel caso dell'India che raggiunge quota 31,4 (estremità superiore della categoria grave) con un tasso di deperimento infantile del 21% (più di un quinto dei bambini indiani) che non ha visto alcun miglioramento da 25 anni a questa parte. Spostando la lente di ingrandimento a sud del Sahara , il livello di fame regionale risente oltre che del tasso di denutrizione (nel 2014-2016 pari al 21,6% - il maggiore al mondo - anche dell'aumento dei prezzi alimentari, della siccità e dell’instabilità politica.
Le situazione allarmanti. Per lo Yemen e 7 paesi a sud del Sahara, Ciad, Liberia, Madagascar, Sierra Leone, Sudan e Zambia i livelli di fame vengono classificati come allarmanti e nella Repubblica Centroafricana (50,9) il livello è, invece, estremamente allarmante e il più alto registrato nel 2017, a causa dell'incertezza e dei capovolgimenti politici che dal 2012 ne ostacolano qualsiasi sviluppo economico e sociale. Alla base di dati così preoccupanti ci sono l’altissima percentuale di denutrizione (58,6%, la maggiore nel report di quest'anno) e il tasso di mortalità infantile pari al 13% (il 4° più alto).
Aree dove la fame ha contorni più definiti. In Asia orientale e sud est asiatico, vicino Oriente e Nord Africa, America Latina e Caraibi, Europa dell'Est e Comunità degli Stati Indipendenti i livelli di fame sono moderati o bassi, compresi tra 7.8 e 12.8 punti. Tuttavia, analizzando i punteggi di ciascun paese come, ad esempio:
- Tagikistan (28.7)
- Guatemala (20.7)
- Haiti (34.2)
- Iraq (22.9)
- Yemen (36.1)
Si comprende l’effettiva gravità del fenomeno. L’elevata densità demografica della Cina, migliora lo status della fame
dell’Asia orientale e del sud-est asiatico che altrimenti risulterebbe ancora più grave.
Denutrizione: arresto della crescita e mortalità infantile: ecco i Paesi più a rischio
Cosi come accade con i punteggi complessivi, anche gli indicatori che compongono il GHI possono presentare delle variazioni notevoli. Ad esempio, per quanto riguarda il dato percentuale della denutrizione di Zambia, Haiti, e Repubblica centroafricana si registra una quota compresa tra il 45,9% e 58,6% di popolazione che non può soddisfare il proprio fabbisogno calorico.
L’arresto della crescita è più diffuso nei paesi:
- Eritrea
- Timor Est
- Burundi
dove l’indicatore supera il 50%.
Il deperimento colpisce colpisce tra il 21,4% e il 27,3% dei bambini al di sotto dei cinque anni
- Sri Lanka
- Gibuti
- Sud Sudan
La mortalità infantile registra i dati più alti
- Angola (15,7%)
- Ciad (13,9%)
- Somalia (13,7%).
Venti milioni di persone a rischio carestia in Somalia, Nigeria, Sud Sudan, Yemen
Le Nazioni Unite a inizio 2017 hanno dichiarato che le vite di 20 milioni di persone Somalia, Sud Sudan, Nigeria e Yemen sono minacciate da una combinazione fame, siccità e conflitti armati. In Sud Sudan e Somalia le problematiche geopolitiche e gli eventi climatici catastrofici che hanno colpito i paesi in questione contribuiscono a determinare un quadro estremamente allarmante.
In Nigeria, inserita tra i Paesi con il livello di fame grave, la presenza di Boko Haram mette a rischio carestia 4,5 milioni di persone. Livello nell'Indice Globale della Fame grave.
Lo Yemen versa in condizioni allarmanti: le fazioni in lotta nella guerra civile espongono all'insicurezza alimentare circa 17 milioni di persone. Livello nell'Indice Globale della Fame allarmante.
In Somalia e Sud Sudan è significativo e, allo stesso tempo molto preoccupante, che non sia stato possibile calcolare punteggi dell'Indice Globale della Fame perché non disponibili i dati relativi ai quattro indicatori. Per entrambi i Paesi, al momento, non è possibile stabilire con certezza il livello di gravità della situazione.
I Paesi assenti nel Global Hunger Index 2017. Il monitoraggio contenuto nel rapporto 2017 non include dati di 13 stati, non calcolabili a causa dei gravi problemi politici e sociali. Per 9 di questi Paesi la situazione è ritenuta particolarmente preoccupante. Oltre a Burundi, Comore, Repubblica Democratica, Papua Nuova Guine a del Congo ed Eritrea spiccano:
- la Libia, dove i conflitti armati e l’instabilità politica pregiudicano la sicurezza alimentare di circa 250.000 sfollati interni;
- la Siria entrata nel settimo anno di una guerra civile con conseguente effetto devastante sull'alimentazione per oltre la metà della popolazione (FAO);
- il Sud Sudan, dove 6 milioni di uomini, donne e bambini affrontano livelli di fame classificabili come critici o addirittura catastrofici; infine, tormentata da conflitti interni e particolarmente vulnerabile ai disastri naturali;
- la Somalia è il paese dove si stima che circa 3 milioni di persone (su un totale di 11 milioni) si trovino in situazione di crisi o di insicurezza alimentare
La Fame, una questione di potere. Oltre 800 milioni di persone soffrono la fame e oltre 2 miliardi di un a qualche forma di malnutrizione, un terzo della popolazione mondiale è in sovrappeso o obesa e più di un terzo della produzione alimentare globale viene buttata o sprecata. Secondo la ricercatrice Naomi Hossein, dell’Institute of Development Studies, la distribuzione irregolare della fame e della malnutrizione affonda le radici nella disparità sociale, politica ed economica. Il potere coinvolge più attori: le aziende agroalimentari che, attraverso concentrazioni di capitale e quote di mercato, incidono sul prezzo degli alimenti e dei fattori di produzione alimentari, nonché sulla loro offerta o qualità; gli uffici governativi, le organizzazioni internazionali e i partenariati pubblico-privati che possono influenzare, attuare o bloccare le politiche alimentari e indirizzare i dibattiti e mobilitare l’opinione pubblica; i singoli individui che effettuano scelte relative alle spese e all’alimentazione familiari. Donne e bambine rappresentano il 60% degli affamati nel mondo. Tra i principali fattori correlati a un’insicurezza alimentare, la studiosa indica anche la discriminazione di genere. Nei contesti sociali particolarmente critici la disuguaglianza alimentare può essere indotta anche da una debolezza del ruolo femminile: se una famiglia è costretta a razionare i pasti spesso favorisce i maschi in quanto futuri sostentatori della famiglia stessa.
Iniziative globali per la lotta alla fame. Le disuguaglianze che contraddistinguono il sistema alimentare hanno prodotto una spinta corale al cambiamento caratterizzata da una varietà di sforzi per redistribuire il potere e ridurre le disparità. Negli ultimi anni sono nati degli spazi partecipati in cui attivisti e responsabili delle istituzioni possono confrontarsi e promuovere azioni comuni contro fame e malnutrizione. È il caso del Movimento globale Scaling Up Nutrition (SUN) che riunisce oltre a 59 governi nazionali, anche rappresentanti delle imprese, della società e delle Nazioni Unite con l’obiettivo di debellare ogni forma di malnutrizione. O ancora, dell’ Alleanza Mondiale per il Miglioramento della Nutrizion e (GAIN) che crea assi di dialogo e tra settore privato, pubblico e società civile per studiare soluzioni al problema della malnutrizione.
Raccomandazioni strategiche. Nonostante la produzione alimentare globale sia sufficiente in teoria a soddisfare il fabbisogno alimentare mondiale, la fame continua a esistere ed è il prodotto di gravi disuguaglianze. Tuttavia, né la fame né le disuguaglianze sono inevitabili: entrambe sono radicate in relazioni di potere disuguali, corroborate da leggi, politiche e pratiche consolidate. Le nove raccomandazioni formulate all’interno dell’Indice Globale della Fame 2017 mirano a riequilibrare la distribuzione dei poteri e all eviare, di conseguenza, la fame tra i soggetti più vulnerabili:
- Promuovere una governance democratica dei sistemi alimentari nazionali, in cui anche i gruppi sottorappresentati, come i piccoli agricoltori, siano parte attiva nelle decisioni riguardanti politiche e leggi che pesano sui loro mezzi di sussistenza;
- Ampliare la partecipazione ai dibattiti internazionali sulle politiche alimentari, vale a dire invitare ai
tavoli decisionali le organizzazioni e i movimenti popolari impegnati nella lotta alla fame.
- Garantire diritti e spazi alla società civile. I governi devono informare la popolazione su progetti e iniziative che riguardano il diritto al cibo.
- Garantire norme in materia di Affari e Commercio a tutela dei soggetti più vulnerabili e che mettono al riparo la sovranità e la sicurezza alimentare della popolazione.
- Analizzare il potere per migliorare le politiche. Per contrastare la fame i governi nazionali devono riconoscere le discriminazioni di genere che mettono a rischio soprattutto la vita di donne e bambine.
- Aumentare il supporto ai piccoli produttori alimentari, incluse le donne, assicurandogli l’accesso a servizi pubblici, finanziari ed educativi.
- Promuovere l’uguaglianza attraverso educazione e sicurezza sociale. Per ridurre il livello di fame i governidevono assicurare l’accesso all’istruzione e fornire alla popolazione un’assistenza sanitaria.
- Mettere in luce le responsabilità dei governi attraverso dati puntuali. Per tenere sotto controllo costante il livello di fame e quindi monitorare i progressi in vista dell’Obiettivo Zero Fame, i governi nazionali devono impegnarsi a fornire dati che siano affidabili e aggiornati.
- Investire sugli obiettivi di Sviluppo Sostenibile e su chi è rimasto indietro. I donatori dovrebbero rispettare gli obiettivi stabiliti a livello internazionale, contribuendo con lo 0,7% del Reddito Nazionale Lordo (RNL) all’APS (Aiuto Pubblico allo Sviluppo) con lo 0,15-0,2% del RNL ai paesi meno sviluppati.