ROMA - Entro la fine del 2020, 12 mila persone al giorno potrebbero morire a causa della fame innescata dalla pandemia Covid-19. Potenzialmente più di quanti ne stia uccidendo il virus, che sino ad oggi ha fatto registrare un tasso di mortalità media di circa 10 mila vittime al giorno nel mondo.
È quanto denuncia Oxfam con il rapporto Il virus della fame, lanciato oggi, da cui emerge che 121 milioni di persone in più potrebbero ritrovarsi nel 2020 letteralmente senza nulla da mangiare per periodi prolungati, a causa dell'impatto della crisi economica e sociale legata alla pandemia.
Soprattutto in aree del mondo già devastate da guerre, disuguaglianze estreme, cambiamenti climatici e dall'impatto di un sistema alimentare distorto che continua ad impoverire milioni di piccoli produttori e lavoratori agricoli.
Nello Yemen nei primi 4 mesi dell'anno le rimesse sono crollate dell'80% - per 253 milioni di dollari - come conseguenza della grande perdita di posti di lavoro nel Golfo. La chiusura di confini e vie di approvvigionamento ha inoltre portato a una diminuzione delle scorte e fatto schizzare i prezzi alimentari, in un paese che importa il 90% del suo cibo: solo a marzo le importazioni di beni alimentari erano crollate del 43%. La conseguenza, dopo 5 anni e mezzo di guerra, è che oggi 20 milioni di persone sono sull'orlo della carestia, tra cui 1,4 milioni di donne incinte e 2 milioni di bambini, con 1 milione mezzo di famiglie che dipendono dagli aiuti alimentari per sopravvivere. Mentre il coronavirus potrebbe ormai aver raggiunto gran parte dei governatorati del paese.
In Siria a oltre 10 anni dall'inizio del conflitto più di 9,3 milioni di persone soffrono la fame e altri 2 milioni potrebbero aggiungersi entro l'anno, con un incremento del 42% rispetto al 2019. Si rischia un definitivo collasso dell'economia, causato dalla pandemia, con i prezzi dei beni alimentari schizzati alle stelle. Buona parte della popolazione deve indebitarsi anche solo per comprare il pane. Un "bene di lusso" come l'olio può arrivare a costare tre volte quanto un lavoratore stagionale riesce guadagnare in un giorno. "Da quando la stagione del raccolto è finita non ho più un lavoro. Con i pochi soldi che sono riuscita a farmi prestare ho potuto comprare solo del pane, ma non basta a sfamare i miei figli", racconta Wardeh madre di 7 figli, rimasta sola dopo aver perso il marito. Quando riesce a lavorare la sua paga è inferiore ai 2 euro al giorno.
Nel Sahel le restrizioni alla mobilità hanno impedito a milioni di allevatori di portare il bestiame su pascoli più verdi, mettendo a rischio la vita di milioni di persone. Al momento solo il 26% dei 2,8 miliardi di dollari necessari per rispondere all'emergenza Covid è stato stanziato.
In Brasile milioni di lavoratori poveri, privi di risparmi o sussidi su cui contare, hanno perso ogni forma di reddito a causa del lockdown e dello smantellamento dei sistemi di tutela sociale e alimentare attuata dal governo Bolsonaro. In uno dei paesi più colpiti al mondo dalla pandemia, attraversato già da enormi disuguaglianze a fine giugno, solo il 10% del sostegno finanziario promesso dal governo federale è stato erogato. Una situazione che non ha fatto che avvantaggiare le grandi aziende rispetto alle più piccole, con i lavoratori che per primi ne hanno fatto le spese.
In India il lockdown ha lasciato gli agricoltori senza poter contare sull'aiuto dei lavoratori migranti in piena stagione del raccolto, con la conseguenza che in buona parte è andato completamente perso. I commercianti per la stessa ragione non hanno potuto raggiungere le comunità tribali e comprare i prodotti raccolti nelle foreste - come il tamarindo o i semi di karanja - con la conseguenza che circa 100 milioni di persone rimarranno senza la loro principale fonte di reddito.
È quanto denuncia Oxfam con il rapporto Il virus della fame, lanciato oggi, da cui emerge che 121 milioni di persone in più potrebbero ritrovarsi nel 2020 letteralmente senza nulla da mangiare per periodi prolungati, a causa dell'impatto della crisi economica e sociale legata alla pandemia.
Soprattutto in aree del mondo già devastate da guerre, disuguaglianze estreme, cambiamenti climatici e dall'impatto di un sistema alimentare distorto che continua ad impoverire milioni di piccoli produttori e lavoratori agricoli.
Sproporzioni e disuguaglianze in aumento
"Entro la fine dell'anno a causa della pandemia oltre 270 milioni di persone, che già lottano per sopravvivere a guerre, disuguaglianze, cambiamenti climatici - dice Francesco Petrelli, consulente politico di Oxfam Italia - potrebbero finire nella morsa della fame cronica, vale a dire un aumento dell'82%, rispetto all'anno scorso. Allo stesso tempo - ha aggionto - le 8 più grandi aziende dell'alimentare hanno provveduto a versare ai propri azionisti ben 18 miliardi di dollari, a partire da quando l'epidemia ha cominciato a diffondersi nel mondo nello scorso gennaio. Una cifra 10 volte superiore a quella che le Nazioni Unite stimano necessaria per rispondere alle situazioni di emergenza alimentare causate dal Covid-19. Va ricordato poi - ha concluso - che più di 305 milioni di posti di lavoro sono andati perduti, cosa che non farà che alimentare la forbice delle disuguaglianze economiche e sociali spingendo sempre più persone in povertà".Il 65% delle persone colpite da denutrizione in soli 10 paesi
Il drammatico elenco dei 10 luoghi del mondo in cui si soffre maggiormente la fame comprende paesi come lo Yemen, la Siria, l'Afghanistan e il Sud Sudan - colpiti da crisi alimentari, ulteriormente peggiorate con la pandemia - ma anche paesi a medio reddito come India, Sud Africa e Brasile, con milioni di persone già in bilico, definitivamente messe in ginocchio dal virus.Nello Yemen nei primi 4 mesi dell'anno le rimesse sono crollate dell'80% - per 253 milioni di dollari - come conseguenza della grande perdita di posti di lavoro nel Golfo. La chiusura di confini e vie di approvvigionamento ha inoltre portato a una diminuzione delle scorte e fatto schizzare i prezzi alimentari, in un paese che importa il 90% del suo cibo: solo a marzo le importazioni di beni alimentari erano crollate del 43%. La conseguenza, dopo 5 anni e mezzo di guerra, è che oggi 20 milioni di persone sono sull'orlo della carestia, tra cui 1,4 milioni di donne incinte e 2 milioni di bambini, con 1 milione mezzo di famiglie che dipendono dagli aiuti alimentari per sopravvivere. Mentre il coronavirus potrebbe ormai aver raggiunto gran parte dei governatorati del paese.
In Siria a oltre 10 anni dall'inizio del conflitto più di 9,3 milioni di persone soffrono la fame e altri 2 milioni potrebbero aggiungersi entro l'anno, con un incremento del 42% rispetto al 2019. Si rischia un definitivo collasso dell'economia, causato dalla pandemia, con i prezzi dei beni alimentari schizzati alle stelle. Buona parte della popolazione deve indebitarsi anche solo per comprare il pane. Un "bene di lusso" come l'olio può arrivare a costare tre volte quanto un lavoratore stagionale riesce guadagnare in un giorno. "Da quando la stagione del raccolto è finita non ho più un lavoro. Con i pochi soldi che sono riuscita a farmi prestare ho potuto comprare solo del pane, ma non basta a sfamare i miei figli", racconta Wardeh madre di 7 figli, rimasta sola dopo aver perso il marito. Quando riesce a lavorare la sua paga è inferiore ai 2 euro al giorno.
Nel Sahel le restrizioni alla mobilità hanno impedito a milioni di allevatori di portare il bestiame su pascoli più verdi, mettendo a rischio la vita di milioni di persone. Al momento solo il 26% dei 2,8 miliardi di dollari necessari per rispondere all'emergenza Covid è stato stanziato.
In Brasile milioni di lavoratori poveri, privi di risparmi o sussidi su cui contare, hanno perso ogni forma di reddito a causa del lockdown e dello smantellamento dei sistemi di tutela sociale e alimentare attuata dal governo Bolsonaro. In uno dei paesi più colpiti al mondo dalla pandemia, attraversato già da enormi disuguaglianze a fine giugno, solo il 10% del sostegno finanziario promesso dal governo federale è stato erogato. Una situazione che non ha fatto che avvantaggiare le grandi aziende rispetto alle più piccole, con i lavoratori che per primi ne hanno fatto le spese.
In India il lockdown ha lasciato gli agricoltori senza poter contare sull'aiuto dei lavoratori migranti in piena stagione del raccolto, con la conseguenza che in buona parte è andato completamente perso. I commercianti per la stessa ragione non hanno potuto raggiungere le comunità tribali e comprare i prodotti raccolti nelle foreste - come il tamarindo o i semi di karanja - con la conseguenza che circa 100 milioni di persone rimarranno senza la loro principale fonte di reddito.