Mondo Solidale

La salute del pianeta passa anche dalla salvaguardia dei popoli indigeni

Raccoglitore di noci del Brasile. Foto Marco Simola/CIFOR 
Nella Giornata internazionale dei popoli indigeni del mondo va ricordato il loro ruolo cruciale nel contrasto ai cambiamenti climatici e nelle crisi ambientali e sanitarie
3 minuti di lettura

Il 17 febbraio di quest’anno, Aruká Juma, ultimo discendente maschio del popolo indigeno Juma nella foresta pluviale amazzonica del Brasile, è morto di COVID-19. Stando all’ONG Instituto Socioambiental, Aruká è uno degli oltre mille indigeni a essere deceduto dopo aver contratto il virus in Brasile, dove la pandemia COVID-19 ha colpito oltre 150 comunità native. La morte di un individuo ha un impatto enorme sulle piccole società indigene dell’Amazzonia, che talvolta sono costituite soltanto da una manciata di famiglie. Con la loro scomparsa, in realtà, tutti noi perdiamo antichi sistemi di saperi e pratiche che consentono di vivere in maniera sostenibile dei frutti delle foreste e della fauna selvatica, e dunque di garantirne la protezione. In vista delle celebrazioni della Giornata internazionale dei popoli indigeni del mondo, oggi 9 agosto, diventa doveroso riconoscere che i popoli indigeni sono indispensabili per far fronte all’attuale emergenza planetaria.

Pur costituendo soltanto il 6 percento della popolazione mondiale, i popoli indigeni possiedono un’esperienza e una visione del mondo uniche nel loro genere, che possono aiutarci ad affrontare le attuali crisi sul piano climatico, ambientale e della salute globale. Un passo mosso nella giusta direzione quest’anno è stata la pubblicazione del primo autorevole rapporto di un’agenzia delle Nazioni Unite che riconosce ai popoli indigeni il ruolo di migliori custodi delle nostre foreste, documentando rigorosamente il loro contributo in tal senso. Il rapporto, redatto dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura e dal Fondo per lo sviluppo dei popoli indigeni dell’America Latina e dei Caraibi (FILAC), contiene prove inconfutabili del fatto che le popolazioni indigene e le comunità forestali di discendenza africana in America latina sono in grado di gestire la deforestazione e la perdita di biodiversità meglio di chiunque altro.

I vantaggi si fanno sentire anche nella lotta ai cambiamenti climatici. Infatti, le cosiddette terre indigene dell’Amazzonia boliviana, brasiliana e colombiana evitano l’emissione di 42,8 fino a 59,7 milioni di tonnellate metriche di CO2 all’anno, il che equivale a togliere dalla circolazione, per un intero anno, un numero di veicoli compreso tra 9 e 12,6 milioni. E, poiché la deforestazione è uno dei principali fattori responsabili dell’insorgenza di malattie zoonotiche, proteggendo le nostre foreste i popoli indigeni stanno anche contribuendo a proteggere la salute umana e a scongiurare nuove pandemie. I dati relativi all’America latina sono stati avvalorati a livello globale da un recente studio del World Wide Fund for Nature (WWF), che dimostra in maniera incontrovertibile che non sarà possibile conseguire gli obiettivi relativi alla biodiversità senza il pieno coinvolgimento delle popolazioni indigene e delle comunità locali, i cui territori coprono il 32 percento circa della superficie terrestre del pianeta.

Tuttavia, per poter continuare a proteggere efficacemente le foreste, i popoli indigeni hanno bisogno del sostegno di tutti. I paesi dovranno investire in progetti che rafforzino il ruolo rivestito dalle popolazioni indigene e tribali nel governo delle foreste e dovranno consolidare e riconoscere i diritti alla proprietà collettiva delle terre. È necessario ricompensare le comunità indigene e tribali per tutti i benefici ambientali che le loro foreste garantiscono alla popolazione mondiale e agevolare la gestione delle foreste da parte delle comunità indigene. Parte dei finanziamenti destinati al clima e alla biodiversità dovranno quindi essere accantonati specificamente a tale scopo. Infine, occorre garantire ai popoli indigeni un posto al tavolo dei negoziati. Quest’anno sono in programma quattro importanti vertici mondiali, durante i quali è doveroso ascoltare le voci delle comunità indigene. In occasione del Congresso IUCN di settembre, i popoli indigeni avranno per la prima volta un proprio stato specifico di membri, il che riflette il crescente riconoscimento del loro ruolo centrale nel campo della conservazione. Anche il Vertice delle Nazioni Unite sui sistemi alimentari (UNFSS) in programma in settembre porrà in rilievo il ruolo svolto dai popoli indigeni nei sistemi alimentari mondiali. Questo perché non solo molti sistemi alimentari indigeni sono più vari, sostenibili e nutrienti, ma perché le foreste pluviali gestite da tali comunità contribuiscono a sostenere il ciclo dell’acqua e a ridurre le temperature a livello locale e fungono da pozzi di assorbimento del carbonio, con enormi benefici per l’agricoltura di tutto il pianeta. Durante la Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sulla Diversità Biologica (CBD) di ottobre verrà chiesto ai leader mondiali di aderire al piano “30x30”, il cui obiettivo è proteggere almeno il 30 percento della superficie terrestre entro il 2030. Un obiettivo che, a distanza di meno di nove anni, potrà essere raggiunto soltanto collaborando con le popolazioni indigene e rispettando i diritti fondiari delle loro comunità. Infine, il ruolo dei popoli indigeni dovrà essere riconosciuto in occasione della Conferenza delle parti della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC) di novembre, poiché le popolazioni e le comunità indigene gestiscono almeno il 24 percento del carbonio superficiale totale stoccato nelle foreste tropicali del pianeta.

L’anno in corso offre ai leader mondiali opportunità uniche per riconoscere il ruolo fondamentale che i popoli indigeni e le comunità forestali rivestono nella prevenzione delle crisi mondiali. È giunto il momento di ascoltare e proteggere i popoli indigeni e unirci a loro nella difesa del nostro pianeta.

*David Kaimowitz è funzionario forestale superiore presso l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO) e direttore del Forest and Farm Facility, un progetto di supporto alle Associazioni di Produttori Forestali