ROMA - Alcuni anni fa sulla Guinea Bissau, Paese dell'Africa occidentale, ex colonia portoghese, venne diffuso un rapporto, per molti versi ancora attuale, dell’UNDP, l'agenzia per lo sviluppo delle Nazioni Unite, che opera in 170 Paesi con la missione di sradicare la povertà, ridurre le disuguaglianze e l'esclusione sociale. Bene, il 48.9% della popolazione della nazione vive con meno di 1,25 dollari al giorno. Il Paese è oggi al 175° posto su 189 Paesi dell’Indice di sviluppo umano (dati PNUD). In un contesto simile di povertà estrema, causata essenzialmente da una totale dipendenza economica dalla produzione di anacardi, da una cronica instabilità politica, aggravata da una corruzione diffusa che produce in contreto una carenza di lavoro e di risorse destinate al bene collettivo. In più la condizione femminile è assai penalizzata da violenze di ogni tipo su donne e bambine.
Il lavoro sul terreno di Mani Tese. La Guinea-Bissau è un Paese fortemente patriarcale, la violenza e lo sfruttamento delle donne è un problema antico e uniformemente distribuito su tutto il territorio nazionale. Fino al 2019 - si legge in un documento della Ong Mani Tese - non esisteva tuttavia alcun centro per accogliere le donne adulte, vittime di soprusi di ogni sorta. Grazie al progetto “Libere dalla violenza” cofinanziato dall’Unione Europea, nel 2019 Mani Tese ha cominciato a sostenere il centro dell’Associazione AMIC (Amici dei Bambini), partner storico di Mani Tese, che dal 2012 ha accolto soprattutto bambine vittime di matrimonio forzato e precoce, estendendo l’ospitalità e l’assistenza anche alle donne adulte vittime di violenza. Oltre all’accoglienza e al supporto psicologico, in questi anni le ospiti del centro hanno potuto usufruire di servizi come visite mediche, ginecologiche, accompagnamento legale e reinserimento lavorativo, ma anche di attività formative, cucina, sartoria, grazie al supporto di finanziatori, organizzazioni locali e internazionali.
L'alta incidenza di matrimoni forzati. Gli “spazi informali di accoglienza” in un Paese con un’alta incidenza di matrimoni forzati, sono luoghi per persone e famiglie volontarie che accolgono nelle loro case ragazze e donne vittime di violenza sia nella capitale, Bissau, sia nelle regioni più isolate, dove non esistono centri di accoglienza formali. Questa definizione è stata adottata nell’ambito del progetto di Mani Tese, con lo scopo di emancipare donne e bambine, che ha per titolo: “No na cuida de no vida, mindjer“, che tradotto dal portoghese significa “Ci prendiamo cura della nostra vita, donna”).
La mappatura di spazi contro la violenza di genere. Per introdurre un nuovo approccio nella mobilitazione contro la violenza di genere, Mani Tese si sta occupando dell’identificazione e della mappatura di questi spazi, oltre che del rafforzamento delle loro capacità materiali, attraverso la consegna alle famiglie ospitanti di alcuni kit di appoggio alle vittime (che contengono generi alimentari, capi di abbigliamento, materiale scolastico e medicine) e sessioni formative sull’assistenza sociale di base e sugli strumenti legali contro la violenza domestica vigenti nel Paese. Sono stati identificati 12 spazi informali nelle regioni di Bafata, Gabu, Quinara e Tombali e nella città di Bissau, di cui 9 hanno ospitato o ospitano vittime di abusi e soprattutto vittime di tentativo di matrimonio precoce o forzato. Chi non ha ancora ospitato si rende disponibile per un anno, in attesa delle ragazze e delle donne che potrebbero aver bisogno di essere accolte.
Una storia di matrimonio precoce. Fatumata (nome di fantasia) è una ragazzina vittima di matrimonio forzato, ospite del centro di accoglienza per bambine e donne vittime di violenza di genere e matrimoni forzati e precoci di Bissau. Il centro è sostenuto da Mani Tese. Fatumata proviene dal Sud della Guinea-Bissau, una zona che presenta tra le più alte percentuali di matrimoni forzati e precoci del paese, le cui cause sono legate soprattutto all’impossibilita delle famiglie di mantenere un numero assai elevato di figli. Nel caso delle ragazze, la “donazione” in matrimonio oggi assume una vera e propria fonte di entrata per la famiglia e l’abbandono scolastico è altissimo, proprio perché sono vittime dei matrimoni precoci, ma anche perché occupate nel lavoro agricolo e a volte vittime di rituali etnici, come la mutilazione genitale femminile. La percentuale di donne tra i 15 ed i 19 anni sposate con uomini più vecchi di almeno 10 anni sul territorio nazionale è del 59,6%.
Racconta Fatumata. “Sono nata a Bissau, dove ho vissuto i primi anni con mia madre, mio padre e le mie tre sorelle. I miei genitori si sono separati e mio padre è andato a lavorare sull’isola di Bolama. Da allora non abbiamo più avuto contatti con lui. Mia madre non lavorava e aveva quattro figlie da mantenere, così ha deciso di mandarmi a vivere con mia nonna materna a Buba, città del Sud del Paese. Avevo 5 anni, all’epoca, e tutto andava bene: la nonna mi trattava molto bene, frequentavo l’asilo ed ero felice.
"L’incubo è cominciato quando ho compiuto 10 anni". "Quando cioè la sorella di mia nonna è venuta a prendermi per andare a vivere con lei in un villaggio che si trovava a due ore di distanza da Buba. Questa mia zia però mi picchiava, mi urlava addosso e mi faceva lavorare duramente per ore e ore nelle faccende domestiche: ero la prima a svegliarmi e l’ultima ad andare a dormire. Avrei voluto tornare a scuola come le altre ragazze. Così, dopo tante insistenze, mia zia mi ha finalmente iscritto, ma non avevo nemmeno un quaderno. Per pagarmi il materiale didattico, i vestiti e quello di cui avevo bisogno per andare in classe, sono stata mandata a raccogliere la castagna dell’anacardo nei campi. Stanca morta frequentavo le lezioni, ma all’età di 15 anni, un giorno, verso le 5 di mattina, mia zia, mia nonna e alcune altre donne del villaggio sono venute a prendermi per portarmi da quello che sarebbe diventato mio marito, un uomo di 70 anni".
"Prima di vestirmi da sposa m'hanno picchiato". "Ho pianto e urlato. Così le donne hanno preso a colpirmi sui piedi, sulla schiena e su tutto il corpo, mi hanno tagliato i capelli e mi hanno vestito da sposa. Nei sei giorni che precedono al matrimonio non ho mai lasciato che quell’uomo mi toccasse. Mia madre è stata chiamata a Bissau per assistere alla cerimonia, ma appena mi ha vista ha cominciato a piangere ed è scappata a Buba per denunciare il fatto alla polizia. Sono quindi arrivati i poliziotti e hanno portato via i responsabili, ma il processo è ancora in corso e mia madre ha ricevuto minacce per essere andata contro la decisione della famiglia".