ROMA – Secondo l’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNCHR) e l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), i bambini deceduti erano rifugiati che vivevano in nove campi nello stato sudanese del Nilo Bianco. Filippo Grandi, a capo dell’UNHCR, ha insistito sul fatto che il mondo ha sia i mezzi che il denaro per prevenire ciascuna di queste morti. Ha chiesto la fine dei combattimenti e un maggiore sostegno finanziario per fronteggiare l'emergenza nel paese. Il Piano di risposta umanitaria del Sudan 2023 delle Nazioni Unite, lanciato a maggio, rimane finanziato solo per il 30 per cento.
Le epidemie in Sudan. Secondo i dati diffusi dall’UNHCR, dal 15 maggio al 15 settembre sono stati segnalati in Sudan oltre 3.100 casi sospetti di morbillo e più di 500 casi sospetti di colera, insieme a epidemie di dengue e di malaria, che hanno messo in ginocchio l’assistenza sanitaria del paese. Secondo l’OMS, circa 11 milioni di persone necessitano di assistenza sanitaria. 3,4 milioni di bambini sotto i cinque anni sono gravemente malnutriti e milioni di persone hanno bisogno di cure per malattie croniche, inclusi 8.500 pazienti bisognosi di dialisi renale. Gli ultimi rapporti indicano che l'80 per cento degli ospedali negli stati colpiti dal conflitto non funzionano. Dall’inizio della guerra, l’OMS ha riportato 56 attacchi contro strutture sanitarie, beni di primo soccorso, trasporti, operatori sanitari e pazienti, in violazione del diritto umanitario internazionale.
Neonati e giovani morti. La mancanza di accesso alle cure e gli attacchi ai servizi sanitari e nutrizionali hanno anche spinto il Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia (UNICEF) a denunciare che “molte migliaia di neonati” rischiano di morire in Sudan entro la fine dell’anno. Il portavoce dell'UNICEF, James Elder, ha sottolineato le necessità di assistenza per i 333 mila bambini che nasceranno nel Paese tra ottobre e dicembre e per le loro madri. I cittadini più giovani del Sudan potrebbero entrare in “un periodo di mortalità senza precedenti” mentre cresce il numero dei piccoli che vengono arbitrariamente reclutati nei gruppi armati e spinti a combattere.
La scuola. A completare il disastrato quadro del Sudan in guerra ci sono i 12 milioni di bambini che hanno aspettato inutilmente la riapertura delle scuole. Il Sudan è tra i Paesi che sta affrontando una delle più grandi crisi di apprendimento al mondo, perché oltre sette milioni di bambini già non vanno a scuola e i fatti dimostrano che il numero sta già crescendo. Per i bambini l’istruzione va ben oltre il diritto a imparare – scrive l’Unicef. Le scuole infatti li possono proteggere dai pericoli fisici che li circondano, inclusi gli abusi, lo sfruttamento e il reclutamento in gruppi armati. Se il conflitto dovesse portare alla chiusura definitiva delle scuole, ciò avrebbe effetti ancora più devastanti sullo sviluppo e sul benessere psicosociale dei bambini.
Le cure per la malnutrizione. Ogni mese – denuncia l’Unicef - 55 mila bambini necessitano di cure per la forma più grave di malnutrizione. Eppure a Khartoum meno di un centro nutrizionale su 50 è funzionante, nel Darfur occidentale addirittura solo uno su 10. I numeri ufficiali parlano di 435 bambini uccisi nei combattimenti di quest’anno in Sudan, che nel frattempo è diventato il luogo più pericoloso del mondo per gli operatori umanitari, il che aggrava la situazione anche sul piano degli aiuti.
Il Sudan sarà diviso?. E’ la domanda che ci si pone in un articolo pubblicato da ISPI (Istituto per gli studi di politica internazionale). “Questa settimana – si legge – il generale Al Burhan ha annunciato l’intenzione di partecipare al meeting in corso a New York. La sua visita negli Stati Uniti – non ancora confermata - seguirebbe quella in Arabia Saudita, a lungo tra i maggiori sostenitori finanziari del Sudan e che ha inutilmente tentato, con Washington, di mediare una serie di cessate il fuoco tra l’esercito e le RSF – forze paramilitari sudanesi in conflitto con il governo del Sudan – nelle prime fasi della guerra. Il mese scorso il generale si era recato anche in Egitto, Qatar, Uganda, Sud Sudan, Turchia ed Eritrea, con l’obiettivo di rafforzare il suo status di leader riconosciuto a livello internazionale, dopo che le RSF ha minacciato di creare un governo antagonista a Khartoum se il generale Al Burhan ne creasse uno a Port Sudan, dove è stato costretto a rifugiarsi”. Se Hemedti, capo dell’RSF mettesse in atto il suo avvertimento, di fatto dividerebbe in due il paese di 48 milioni di abitanti.
L’evanescenza del ruolo dell’ONU. “Nonostante gli appelli e un progressivo e costante deteriorarsi della situazione nel Paese africano, al momento non c’è alcun segno di un’iniziativa di peso da parte della comunità internazionale per risolvere la crisi – si legge ancora nel documento pubblilcato da ISPI – I pochi, timidi sforzi di mediazione, concentrati sulla fine dei combattimenti a Khartum e sul raggiungimento di un cessate-il-fuoco, hanno portato scarsi risultati. E il conflitto è dilagato da Khartoum ad alcune delle aree più periferiche e più problematiche del Paese come il Darfur. Le prospettive non sono dunque incoraggianti: se 20 anni fa gli Stati Uniti erano coinvolti nel tentativo di trovare una via d’uscita, oggi il loro impegno sembra diminuito. E le Nazioni Unite, che avrebbero l’autorità per agire, rincorrono l’Unione Africana nel suo immobilismo”. Si sottolinea poi come per le Agenzie di pacificazione e protezione civile potrebbe essere questa l’occasione per dimostrare che sono ancora vive e che gli organismi multilaterali – la cui credibilità è fortemente contestata dal cosiddetto ‘Sud Globale’ – sono ancora utili ai loro scopi.
Il commento. C’è infine un commento di Lucia Ragazzi, dell’ISPI - Africa Programme. Scrive Lucia Ragazzi: “Al varco del sesto mese dall’inizio del conflitto in Sudan, le testimonianze riportano di scontri sempre più intensi mentre i dati sono sempre più estremi: le Nazioni Unite parlano di mortalità infantile ‘senza precedenti’ e del più alto numero di persone sfollate al mondo (più di 5 milioni di persone in 5 mesi). Mentre la gravità della situazione è evidente, la capacità della comunità internazionale di offrire soluzioni concrete trova un banco di prova nell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, dove il Sudan è tra i temi in agenda. Ma i molti fallimenti dei tentativi di mediazione proiettano nubi pesanti sulle speranze di una tregua. Solo una settimana fa scrive ancora Ragazzi – il rappresentante speciale Onu per il Sudan Volker Perthes si è dimesso dall’incarico, denunciando la mancanza di una volontà concreta da parte delle parti in campo di trovare una soluzione negoziata. Insomma – conclude - mentre la posta in gioco per i civili è sempre più alta, la diplomazia cerca ancora la sua strada”.