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Libano: nel Sud del Paese aumentano gli scontri con Israele e aumenta il numero di persone costrette ad abbandonare case e villaggi

Gli sfollati nel Sud: viviamo con la paura, purtroppo sappiamo già cosa è la guerra. Sono più di 90 mila le persone già costrette ad andare via. Gli interventi di AVSI
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ROMA – Il conflitto nel Sud del Libano cresce di intensità, gli scontri e le provocazioni tra Hezbollah e Israele, prima concentrati lungo il confine, sono penetrati più a fondo su entrambi i lati della frontiera e molte persone scappano verso Nabatieh e la Valle della Bekaa. Il 26 febbraio Israele, in risposta ai razzi di Hezbollah, ha colpito Baalbek: è l’aggressione più profonda che la terra dei cedri subisce dalla guerra del 2006, scrive l’Ufficio di coordinamento umanitario delle Nazioni Unite (OCHA).

Gli sfollati. “Siamo da quattro mesi a Nabatieh, ci hanno messo a disposizione un appartamento, in Libano chiunque ha una casa in più la sta offrendo a chi è costretto a fuggire, io sto bene ma vorrei tornare a vivere a casa mia”, racconta una donna che insieme alla famiglia, dopo il 7 ottobre, è scappata dal Sud dove abitava in prossimità del confine. E’ stato possibile ascoltarla grazie all’intermediazione dell’Organizzazione Non Governativa italiana AVSI, che nel Sud del Libano interviene con una serie di progetti per aiutare le persone in questa fase di crisi. “Ho cinque figli di 9, 13, 14, 18 e 19 anni, mio marito ora lavora in una cooperativa, per il momento la crisi del Sud nella mia vita ha portato solo un trasferimento e il disagio che i miei figli non possono andare a scuola, anche se frequentano le lezioni online”. Sono circa 50 gli istituti scolastici pubblici che nel Sud sono chiusi dal 7 ottobre perché mancano le condizioni di sicurezza e perché molti insegnanti, come molti studenti, sono andati via. Sono diecimila i bambini che non possono più andare a scuola. L’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) conta già 90.859 sfollati interni.

Chi resta. Ma c’è anche chi non lascia il Sud, perché non vuole o perché non può. Come Abir, che insieme al marito e ai tre figli di 10 e 11 anni è rimasta a Marjayoun. “Io non ho un altro posto dove andare e comunque non potrei chiedere ai miei parenti di ospitarmi per tanti mesi”, racconta. “Per il momento qui si vive ancora in tranquillità, ma ho paura perché so che le cose possono cambiare da un momento all’altro”. I figli di Abir seguono le lezioni online, il marito è un agricoltore ma in questo momento non c’è lavoro per cui passa la gran parte del tempo a casa. Sulla base delle immagini satellitari analizzate da OCHA la superficie di terra totale colpita dagli incendi dovuti ai bombardamenti nel sud del Libano sfiora i 1.897 ettari.

Gli ostacoli per chi produce cibo. Secondo l’Organizzazione per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO) il 63 per cento dei contadini ha difficoltà a raggiungere in sicurezza i campi, il 26 per cento ha abbandonato completamente le coltivazioni perché è stato costretto a sfollare. Il 23 per cento degli agricoltori riscontra una diminuzione della resa del raccolto e il 72 per cento segnala perdite di reddito. Questi dati incidono sul costo della vita in un Paese che già da alcuni anni è sull’orlo del fallimento. Abir racconta che prima del 7 ottobre con 50 mila lire libanesi (circa 50 centesimi di euro) comprava un chilo di riso, oggi le servono almeno 185 mila (circa 1,90 euro). E così anche per i pomodori, per la frutta, per gli ortaggi: tutto è molto più costoso. Abir oggi frequenta un corso di inglese organizzato da AVSI che le fa bene soprattutto dal punto di vista psicologico e riceve un sostegno economico, da parte dell’organizzazione, per coprire tutte le esigenze di base.

Gli ospedali. Dal 7 ottobre – documenta l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) - ci sono stati sette attacchi contro le strutture sanitarie nel Sud del Libano, sette operatori sono morti. Il Comitato internazionale della Croce Rossa (ICRC) sottolinea che una eventuale escalation dei combattimenti sul confine meridionale metterebbe a dura prova gli ospedali già in difficoltà a causa della mancanza di soldi nel contesto di una crisi finanziaria nazionale molto grave. Nelle aree più esposte al conflitto vivono circa 60 mila persone.

Il lavoro di AVSI. Da quando è scoppiato il conflitto in Medio Oriente AVSI ha fornito lezioni online a moltissimi bambini e assistenza in denaro a 276 famiglie nell'area di Marjayoun, raccontano Ursula Takhshi e Mayssa Nohra, rispettivamente Project Manager e responsabile del progetto del Sostegno a Distanza per l’organizzazione. Nel distretto di Marjayoun molte attività sono state interrotte per motivi di sicurezza, ma proseguono da remoto, aggiunge Jihan Rahal, dell’ufficio comunicazione AVSI. I ragazzi frequentano dei corsi di arteterapia e un programma per il recupero scolastico di arabo, inglese, francese. L’organizzazione ha messo su un gruppo per il sostegno psicologico rivolto principalmente ai genitori, per aiutarli a capire come comportarsi con i figli in una fase storica così delicata e supporta circa 276 famiglie con un sostegno economico che serve a coprire i bisogni primari.

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