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Festa del lavoro: dal 2020 i dividendi per gli azionisti cresciuti 14 volte più velocemente dei salari, un quinto dei lavoratori ha un salario sotto la soglia di povertà

Festa del lavoro: dal 2020 i dividendi per gli azionisti cresciuti 14 volte più velocemente dei salari, un quinto dei lavoratori ha un salario sotto la soglia di povertà

Lo sguardo globale nel rapporto di OXFAM sui guadagni distribuiti da 1.200 società del mondo, aumentati del 45%, mentre i salari in 31 Paesi poco più del 3%.

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ROMA - Nel giorno della Festa del Lavoro i dati che circolano non aiutano a sperare nella possibilità di poter convivere con altre forme di capitalismo, meno rapace e diseguale. Tra il 2020 e il 2023 i dividendi distribuiti agli azionisti dalle 1.200 società a maggiore capitalizzazione al mondo sono cresciuti, in termini reali, 14 volte più velocemente della retribuzione media dei lavoratori di 31 Paesi, che insieme rappresentano l’81% del Pil globale. Nello stesso periodo i dividendi delle major italiane sono cresciuti dell’86% in termini reali, mente i salari reali hanno registrato un calo di quasi il 13%.

L’analisi di OXFAM. A rivelarlo è una nuova analisi di Oxfam, diffusa in occasione della giornata internazionale dei lavoratori del 1° maggio, sulla base del Janus Henderson Global Dividend Index che esamina l’andamento, su base annua, del 90% dei dividendi globali. Il “monte cedole” complessivamente monitorato è proiettato a raggiungere 1.720 miliardi di dollari nel 2024, superando la cifra record di 1.660 miliardi di dollari del 2023.

La ricerca di Oxfam. Ha rilevato che in 31 Paesi, tra il 2020 e il 2023, i dividendi, aggiustati per l’inflazione, sono aumentati del 45% (+195 miliardi di dollari), mentre i salari sono cresciuti mediamente di poco più del 3%;

1) - escludendo la Cina, che rappresenta la quota più marcata della crescita globale dei salari, in media le retribuzioni reali nei Paesi analizzati sono diminuite del 3% nello stesso quadriennio;

2) – a causa della marcata concentrazione dei redditi da capitale in molti Paesi, il trend di aumento dei dividendi ha effetti preoccupanti sui livelli di disuguaglianza interna dei redditi, come confermato di recente dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL);

3) - prendendo in esame i dati di Wealth-X, si stima che l'1% più ricco del pianeta detiene oggi il 43% di tutte le attività finanziarie globali; chi fa parte di questo gruppo ha incassato in media 9.000 dollari in dividendi nel 2023. Una cifra equivalente al salario di otto mesi per il lavoratore medio nei 31 paesi presi in esame.

I guadagni degli azionisti schizzati alle stelle. “I profitti delle imprese più grandi e i guadagni dei ricchi azionisti sono saliti alle stelle, mentre i salari continuano a restare al palo. - ha detto Misha Maslennikov, policy advisor su giustizia economica di Oxfam Italia – Ciò fa sì che milioni di lavoratori non riescano ad uscire dal circolo vizioso della povertà e ad assicurare un livello di esistenza dignitosa per sé e per le proprie famiglie. Una palese ingiustizia, sintomatica di un sistema economico che ricompensa più la ricchezza che il lavoro”.

La fotografia della povertà lavorativa su scala globale. I dati confermano l'allarme lanciato dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro sulla diffusione crescente della povertà lavorativa su scala globale. Utilizzando i dati dell'OIL, Oxfam ha rilevato che:

1) - quasi 1 lavoratore su 5 a livello globale percepisce un salario inferiore alla soglia di povertà di 3,65 dollari al giorno (a parità di potere d’acquisto, PPA);

2) - i salari del 66% dei lavoratori nei Paesi a basso reddito non superano tale soglia;

3)- l'Afghanistan (22%) e lo Sri Lanka (9%) registrano i livelli più alti di povertà lavorativa rispetto alla soglia di 6,85 dollari al giorno (PPA).

Distribuzione iniqua dei guadagni, complici i governi. “Nessuna impresa dovrebbe poter distribuire lauti dividendi ai propri azionisti, se non ha prima erogato salari dignitosi ai propri lavoratori. – aggiunge Maslennikov - I governi dovrebbero introdurre misure premiali, in ambito fiscale o nelle gare d’appalto, per imprese che distribuiscono più equamente il valore tra i fattori produttivi e corrispondono salari dignitosi ai propri lavoratori. I governi dovrebbero inoltre contribuire a rafforzare il potere contrattuale dei lavoratori e delle lavoratrici più fragili e meno protetti attraverso l’introduzione di salari minimi dignitosi”.

Cosa succede in Italia. Tra il 2020 e il 2023 +86% i dividendi delle major italiane, -13% le buste paga nel settore privato. Nel 2023 i dividendi distribuiti dalle maggiori società italiane quotate in borsa, monitorate da Janus Henderson, hanno toccato la cifra record di 20,1 miliardi di dollari (18,5 miliardi di euro), con un incremento del 17,9% su base annua.

Il record dei dividenti nel settore bancario. Tre quarti dell’incremento sono attribuibili ai dividendi distribuiti dagli operatori del settore bancario e nessuna delle società esaminate ha ridotto le cedole su base annua. Tra il 2020 e il 2023 i dividendi delle major italiane sono aumentati dell’86% in termini reali, mentre nello stesso periodo le buste paga dei dipendenti del settore privato si sono contratte, di quasi il 13%, tenendo conto dell’inflazione.

Salari nominali e salari reali. Considerando una finestra temporale più ampia, in Italia i salari nominali sono cresciuti tra il 1991 e il 2022 del 107,5%, ma i livelli salariali in termini reali sono rimasti pressoché invariati, mostrando una crescita di appena l’1%. Un arretramento che nel 2022 ha collocato l’Italia in 22esima posizione tra i Paesi OCSE per il livello dei salari medi annuali reali, segnando un calo di 13 posizioni di ranking rispetto al 1992.

La persistente moderazione salariale. “La perdurante moderazione salariale è un problema macroscopico del mercato del lavoro italiano. Altri problemi strutturali riguardano i ritardi occupazionali rispetto ad altre economie avanzate, la bassa qualità lavorativa di giovani e donne, il diffuso ricorso a forme di lavoro atipico che determina marcate disuguaglianze retributive e amplia le fila dei poveri che hanno un lavoro e quindi un reddito (i cosiddetti working poor) – aggiunge Maslennikov - Purtroppo il Governo non sembra affatto intenzionato ad affrontare i tanti nodi irrisolti”.

Tutto lasciato alle convenienze economico-fiscali delle imprese. "Con il suo mantra del ‘più assumi, meno paghi’ – conclude Maslennikov – non attribuisce alle politiche industriali il ruolo prioritario per lo sviluppo della buona occupazione, ma lo lascia alle convenienze economiche e fiscali delle imprese. La scelta di liberalizzare ulteriormente i contratti a termine e il lavoro occasionale rischia inoltre di rafforzare le trappole della precarietà. L’accesa opposizione al salario minimo legale denota poi un disinteresse a tutelare i lavoratori meno protetti.”

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