ROMA – L’Africa della regione del Sahel – che comprende Mauritania, Mali, Burkina Faso, Niger, Ciad e Sudan, ma anche parti di Senegal, Eritrea, Etiopia e Sud Sudan – ha conosciuto (e conosce ancora) tutte le conseguenze che la popolazione civile deve subire e gli effetti sulla stabilità politica della zona, legate alle infiltrazioni dell’estremismo jihadista, ai conflitti tra etnie, alla radicalizzazione.
Il disastro per aver affidato a forze straniere il problema della sicurezza. Sono in molti a credere, tra i numerosi operatori umanitari che lavorano un po’ in tutti i Paesi dell’area, che sia stato un grave errore affidare a forze straniere il compito di risolvere il problema della sicurezza. Per molti versi non poteva che essere così, probabilmente non c’era altra scelta – osservano gli analisti – ma è comunque un fatto che la presenza prolungata delle truppe francesi, prima in Mali e poi in Burkina Faso e Niger – con l’Operazione Serval - si è rivelata alla fine generatrice di problemi ben più gravi, che hanno complicato ancora di più le cose.
Il ruolo delle nuove generazioni e i conflitti inter-etnici. Il clima sociale che si è imposto ha finito per elettrizzare le nuove generazioni, dopo una serie di colpi di Stato (in Mali, Burkina Faso e Niger) perché hanno capito che la prevalenza jihadista poteva essere sconfitta solo conquistando il potere con le armi, rimuovendo così le aspirazioni alla democrazia che solo qualche anno prima avevano manifestato, optando per soluzioni autoritarie. La situazione di oggi nell’area saheliana – almeno per quanto riguarda il Mali – è dunque simile a quella di 15 anni fa, prima dell’intervento francese. Simile anche a quella di 10 anni fa in Burkina Faso e Niger, con contaminazioni in Nigeria e ai confini con il Senegal. C’è stata poi – per effetto dell’aumento della povertà e dell’esclusione di alcune etnie come i Peul - la formazione di gruppi jihadisti aggregati su base etnica, che ha generato guerre tra comunità diverse, come nel caso dei Peul contro i Dogon.
Il quadro generale di povertà e instabilità politica. Sullo sfondo una povertà endemica diffusa in tutta l’area con il Burkina Faso – ad esempio – tra i Paesi più poveri al mondo, sprofondato al 184° posto in un elenco di 191 nazioni dell’Indice di Sviluppo Umano, con quasi la metà della popolazione sotto la soglia di povertà (meno di 2.15 dollari al giorno) in un contesto di instabilità politica cronica. Diffusissima è la malnutrizione infantile, la mancanza d'acqua, la vulnerabilità di fronte agli scossoni climatici, tra siccità e alluvioni. Una sorta di crisi umanitaria permanente che attraversa tutti i Paesi del Sahel e che induce milioni di persone a mollare tutto per cercare luoghi dove la lotta quotidiana per sopravvivere sia più sopportabile.
Il lavoro delle organizzazioni umanitarie italiane e internazionali. Sono tante le ONG, italiane e internazionali, impegnate in progetti di aiuto strategico o di supporto d’emergenza, che affrontano con le popolazioni locali la complessa crisi umanitaria, climatica e di sicurezza. Si interviene sull’assistenza alimentare (COOPI, WFP) oppure sulla protezione dei diritti umani (Amnesty International, Intersos, Africa 70) si lavora in progetti di sviluppo e resilienza (ACRA, Bambini nel Deserto, Croce Rossa), si collabora con Agenzie ONU, come l’UNHCR e partner locali.