BOLOGNA – Mentre l’Emilia-Romagna affronta nuove giornate di caldo estremo, nelle campagne è in vigore il divieto di lavorare sotto il sole nelle ore in cui le temperature raggiungono i picchi. Ma quanto questa tutela viene effettivamente rispettata? E cosa accade negli altri ambienti della filiera agroalimentare, come stabilimenti, macelli e grandi cucine, dove il rischio non dipende dall’esposizione diretta al sole, ma da ritmi intensi, vapori, umidità, scarsa aerazione e temperature difficilmente sostenibili? È sufficiente agire solo su questo aspetto per tutelare braccianti, addetti nella trasformazione e somministrazione del cibo o rappresenta solo la punta dell’iceberg di una filiera dove i diritti vanno a due velocità, a spese delle persone soprattutto di persone immigrate?
La ricerca che pone diverse domande. Sono alcune delle domande sollevate da “Un’insostenibile eccellenza? Lavoro migrante e sfruttamento nelle filiere agroalimentari dell’Emilia-Romagna”, la nuova ricerca di WeWorld, organizzazione umanitaria bolognese che da 50 anni è al fianco delle persone ai margini in 20 Paesi, Italia inclusa, dedicata alle condizioni di chi assicura che la frutta, la verdura, i salumi e formaggi della regione, uno dei comparti più ricchi, produttivi e celebrati del territorio, raggiunga le tavole di tutta Europa. La ricerca è stata realizzata in collaborazione con Marco Omizzolo, uno dei massimi esperti di caporalato in Italia e docente a l’Università la Sapienza e Davide Nicola Carnevale, ricercatore dell’università di Ferrara.
I nuovi volti dello sfruttamento. Dal 3 giugno al 15 settembre 2026, nei giorni in cui la mappa Worklimate indica un livello di rischio “alto”, l’ordinanza della Regione Emilia-Romagna vieta il lavoro con esposizione prolungata al sole dalle 12.30 alle 16 nei settori agricolo e florovivaistico, nei cantieri edili, nelle cave e in alcuni piazzali della logistica. Il provvedimento rappresenta una tutela indispensabile, ma la ricerca di WeWorld richiama la necessità di agire in via più ampia per riconoscere, far emergere e affrontare le nuove facce dello sfruttamento, che spesso si nasconde dietro contratti formalmente regolari, appalti e subappalti, a partire da controlli effettivi, non preannunciati e adeguati.
Una ricchezza costruita anche sul lavoro dei migranti. L’agroalimentare emiliano-romagnolo vale circa 37 miliardi di euro e nel 2025 ha superato i 13 miliardi di export. Dietro questi risultati c’è un contributo sempre più determinante della manodopera straniera: secondo l’elaborazione di WeWorld su dati INPS relativi al 2024, il 51% dei lavoratori agricoli registrati in Emilia-Romagna non ha cittadinanza italiana, per un totale di oltre 42.000 persone. Negli ultimi cinque anni i lavoratori provenienti da Paesi terzi sono aumentati del 15%, mentre sono diminuiti quelli italiani ed europei. Il dato sottostima il contributo della manodopera straniera perchè non comprende il lavoro sommerso.
Un apporto indispensabile che rimane poco riconosciuto. La ricerca descrive quello che definisce un “paradosso populista”: mentre cresce la retorica della chiusura dei confini e della sovranità alimentare, il sistema produttivo dipende sempre più dal lavoro delle persone migranti. Attraverso l’analisi di dati e di ricerche pregresse, incontri con oltre 26 istituzioni, imprese, associazioni di categoria, sindacati, operatori sociali e legali e 13 interviste approfondite a lavoratori e lavoratrici di origine straniera oltre ad una miriade di scambi con altri braccianti e addetti, il report osserva diversi nodi della filiera nella Regione: il lavoro agricolo nella provincia di Ferrara, la lavorazione delle carni nel Modenese, il settore avicolo in Romagna e la ristorazione collettiva nel bolognese.
Lo studio, tappa dopo tappa, da Sud verso Nord. Questo studio costituisce un ulteriore tappa in cui WeWorld ha continuato a risalire, negli ultimi cinque anni da sud verso nord, la nostra penisola per contribuire a capire se e come lo sfruttamento nelle filiere agroalimentari, possa essere considerato un elemento sistemico e non il frutto di isolate e marginali peculiarità di specifici territori del meridione.
La variante emiliana dello sfruttamento, con situazioni apparentemente regolari. Ciò che emerge dalla ricerca non è soltanto la presenza di violazioni eclatanti o di caporalato nella sua forma più riconoscibile, rintracciate ad esempio a Portomaggiore, ma una “variante emiliana” dello sfruttamento: situazioni apparentemente regolari, nelle quali contratti, cooperative, appalti e subappalti possono essere utilizzati per abbassare il costo del lavoro, ridurre le tutele ed esternalizzare responsabilità e rischi verso gli anelli meno visibili della filiera.
Uno sguardo al femminile: nelle mense fino all’85% degli addetti sono donne. Particolarmente significative sono le testimonianze raccolte nel settore della ristorazione collettiva, che prepara e distribuisce i pasti nelle scuole, negli ospedali, nelle RSA e nelle aziende. Anche in questo comparto - non certo caratterizzato da forme più gravi di sfruttamento che la ricerca racconta invece a proposito della produzione agricola e la raccolta di ortaggi, frutta e verdura nel ferrarese dove emergono vere e proprie forme di caporalato – la garanzia di un lavoro che assicuri dignità, condizioni di piena tutela e rispetto delle persone, insomma quella sostenibilità sociale, economica e ambientale necessaria per un’economia di eccellenza e qualità, trova numerosi ostacoli.
Tra il 60 e il 75% degli addetti ha un background migratorio. Secondo le stime riportate dagli interlocutori della ricerca, tra il 60 e il 75% degli addetti ha un background migratorio e tra il 75 e l’85% sono donne, prevalentemente sopra i quarant’anni. È un lavoro essenziale, ma poco attrattivo per le nuove generazioni a causa della precarietà, dei ritmi elevati e delle basse retribuzioni.
I contratti part-time imposti di 15 ore settimanale. Negli appalti sono frequenti contratti part-time involontari di appena 15 ore settimanali nelle mense scolastiche e 18 in quelle ospedaliere. Una lavoratrice addetta alla mensa con un contratto di 15 ore può percepire circa 550 euro lordi al mese. Nel caso delle mense scolastiche, inoltre, per i tre mesi estivi non è prevista una normale copertura salariale. Il reddito annuale può persino risultare inferiore alla soglia necessaria (8.263 euro lordi annui) per presentare domanda di cittadinanza per residenza, contribuendo a mantenere le lavoratrici in una condizione di precarietà e ricattabilità.
Le persone che rivendicano i propri diritti raccontano di turni peggiori. E subiscono spostamenti verso sedi più lontane, mansioni più pesanti e rotazioni penalizzanti. “Chi si ribella – racconta Violija, una delle lavoratrici intervistate. – è soggetto a discriminazioni: ti fanno fare gli orari peggiori, ti spostano nei turni serali e ai lavori più disagevoli, ti fanno girare tra gli appalti. Anche se fai sciopero sei preso di mira”,
Appalti poveri, lavoro povero. Alla base di molte criticità c’è il funzionamento degli appalti. Secondo la ricerca, nella ristorazione collettiva si è creato un crescente squilibrio tra i costi reali del servizio e i prezzi di aggiudicazione, che finisce per scaricarsi sull’anello più debole: lavoratrici e lavoratori. Nel settore pubblico, il report indica che un pasto completo viene pagato in media 1,80 euro, con casi che scendono fino a 1,40 euro. La marginalità dichiarata dalle aziende può attestarsi intorno all’1,5%, arrivando in alcuni casi allo 0,8%. Quando il prezzo non è sufficiente a coprire correttamente tutti i fattori produttivi, la riduzione dei costi passa attraverso tagli al personale, sotto-inquadramento, part-time involontario, intensificazione dei carichi e, in alcuni casi, lavoro grigio.