MILANO - Un Paese martoriato dalla guerra, in cui le lotte interreligiose rappresentano solo la punta dell'iceberg e dietro ogni conflitto se ne nascondono altri: è il ritratto del Sudan, che emerge da una tavola rotonda organizzata a Milano dall'Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) sulla situazione di quello che fino a luglio del 2011 - quando il Sud Sudan ha ottenuto l'indipendenza - era il più grande Stato africano.
Le ricchezze naturali annullate dalle divisioni. "Il Sudan rappresenta il naturale collegamento tra l'Africa arabizzata e l'Africa Nera, ma è uno dei Paesi di cui si conosce meno la realtà - ha sottolineato il giornalista Paolo Migliavacca - ed è uno Stato sdoppiato, prostrato dalle divisioni tra la parte settentrionale e quella meridionale. Eppure si tratta di un Paese ricchissimo di risorse naturali, dall'acqua del Nilo all'oro, fino al petrolio". Proprio all'oro nero va parte della responsabilità dei contrasti tra Sudan e Sud Sudan: nell'Abyei Area, al confine tra i due Stati, si trovano giacimenti dai quali secondo le stime si possono ricavare circa cinque miliardi di barili di petrolio e non si riesce a stabilire a chi spetti il diritto di usufruirne. Conseguenza di queste dispute è il mancato sviluppo economico del Paese africano: "Per consentire al Sud Sudan di portare il proprio petrolio fino al mare, dove viene caricato dalle petroliere cinesi, Khartoum chiede royalties di 30 dollari al barile - ha continuato Migliavacca - il Sud invece vorrebbe pagarne 1 di dollaro per ogni barile. La situazione di stallo seguita al braccio di ferro tra i due ha portato alla sospensione delle trivellazioni".
Monti Nuba e Blue Nile: emergenze dimenticate. Il Comprehensive Peace Agreement stipulato nel 2005 tra Nord e Sud Sudan ha posto formalmente fine alle ostilità risolvendo il problema della sovranità territoriale, ma lasciando molti altri nodi irrisolti. "Dal 2011, a seguito della ridefinizione dei confini, alcune popolazioni che avevano combattuto per decenni con il Sud Sudan sono rimaste nel territorio del Nord, come la gente che vive sui Monti Nuba e sul Blue Nile, il Nilo Azzurro - ha spiegato Benedetta De Alessi, ricercatrice della Scuola di studi orientali e africani dell'università di Londra - Circa 40mila soldati che avevano lottato con il Movimento per la liberazione del Sudan sono stati disarmati a forza dal governo di Khartoum, diventando ribelli. I conflitti dei Monti Nuba e del Blue Nile, come pure quello che vede il Darfur contrapposto a Khartoum, sono distinti da quello tra Sudan e Sud Sudan, ma nessuno ne parla".
Il dramma umanitario. Eppure questi scontri hanno finora coinvolto un milione e 200mila persone, costringendole ad abbandonare le proprie case per trasferirsi nelle caverne o nelle pianure, in modo che gli spazi aperti consentano di individuare subito i bombardieri quotidianamente inviati dal governo sudanese. "Quando il Sudan era unito, comprendeva 600 etnie, espressione di altrettante culture. Khartoum, anziché valorizzare questa immensa ricchezza, spinge per l'accentramento e l'omologazione - ha fatto rilevare padre Renato Kizito Sesana, missionario comboniano in Kenya e in Sudan - la gente è ridotta a mangiare foglie e radici, perché i campi sono stati distrutti dalle bombe e il raccolto è andato in fumo. Così moltissime persone cercano rifugio in Sud Sudan. Anche lì peraltro sono guardati con diffidenza, perché turbano il delicato equilibrio tra Nord e Sud, dato che Khartoum accusa il Sud di dare asilo ai ribelli".
La fuga dai bombardamenti. Nell'estenuante fuga dai bombardamenti i profughi cercano di sopravvivere come possono, con tutti i rischi sanitari che questo comporta: "Dall'inizio del conflitto dei Monti Nuba, nel giugno 2011, si contano già oltre 2000 morti per fame e malattie dovute alla malnutrizione o all'acqua putrida - ha rimarcato Benedetta De Alessi - e 400mila bambini da 18 mesi non vanno a scuola".
L'instabilità politica. Situazioni di tensione che compromettono ulteriormente un quadro politico già complesso, come sottolineato da Gian Paolo Calchi Novati, docente di Storia dell'Africa all'università di Pavia: "Tutti gli Stati africani si sono sempre opposti a ridefinizioni dei confini stabiliti in epoca post-coloniale, eppure hanno accettato la separazione tra i due Sudan, quasi a ribadire che arabi e africani non possono convivere. L'Afroarabia del Nord gravita nell'orbita dell'Islam, mentre il Sud, cristianizzato o pagano, viene visto a livello internazionale come un grande confine che impedisce il dilagare del terrorismo e la penetrazione dell'islamismo nel resto dell'Africa".
La fame di cultura e l'attività di Amani. Ma la religione sembra avere ben poco a che fare con le guerre civili del Sudan. "Nel Sud del Paese non più del 15 per cento della popolazione è cristiana, ma moltissimi dicono di esserlo solo per ribadire la propria forte opposizione al governo di Khartoum - ha concluso padre Sesana - I veri interessi della gente sono altri: la richiesta che mi sento rivolgere più spesso è quella di insegnanti. Vogliono qualcuno che istruisca i loro figli. Grazie all'attività dell'associazione Amani, siamo da poco riusciti a inviare sui monti Nuba dieci professori di scuola superiore provenienti dal Kenya. La forza di queste persone sta nella loro identità e nella loro cultura. Dobbiamo aiutarli a non perderle".
Le ricchezze naturali annullate dalle divisioni. "Il Sudan rappresenta il naturale collegamento tra l'Africa arabizzata e l'Africa Nera, ma è uno dei Paesi di cui si conosce meno la realtà - ha sottolineato il giornalista Paolo Migliavacca - ed è uno Stato sdoppiato, prostrato dalle divisioni tra la parte settentrionale e quella meridionale. Eppure si tratta di un Paese ricchissimo di risorse naturali, dall'acqua del Nilo all'oro, fino al petrolio". Proprio all'oro nero va parte della responsabilità dei contrasti tra Sudan e Sud Sudan: nell'Abyei Area, al confine tra i due Stati, si trovano giacimenti dai quali secondo le stime si possono ricavare circa cinque miliardi di barili di petrolio e non si riesce a stabilire a chi spetti il diritto di usufruirne. Conseguenza di queste dispute è il mancato sviluppo economico del Paese africano: "Per consentire al Sud Sudan di portare il proprio petrolio fino al mare, dove viene caricato dalle petroliere cinesi, Khartoum chiede royalties di 30 dollari al barile - ha continuato Migliavacca - il Sud invece vorrebbe pagarne 1 di dollaro per ogni barile. La situazione di stallo seguita al braccio di ferro tra i due ha portato alla sospensione delle trivellazioni".
Monti Nuba e Blue Nile: emergenze dimenticate. Il Comprehensive Peace Agreement stipulato nel 2005 tra Nord e Sud Sudan ha posto formalmente fine alle ostilità risolvendo il problema della sovranità territoriale, ma lasciando molti altri nodi irrisolti. "Dal 2011, a seguito della ridefinizione dei confini, alcune popolazioni che avevano combattuto per decenni con il Sud Sudan sono rimaste nel territorio del Nord, come la gente che vive sui Monti Nuba e sul Blue Nile, il Nilo Azzurro - ha spiegato Benedetta De Alessi, ricercatrice della Scuola di studi orientali e africani dell'università di Londra - Circa 40mila soldati che avevano lottato con il Movimento per la liberazione del Sudan sono stati disarmati a forza dal governo di Khartoum, diventando ribelli. I conflitti dei Monti Nuba e del Blue Nile, come pure quello che vede il Darfur contrapposto a Khartoum, sono distinti da quello tra Sudan e Sud Sudan, ma nessuno ne parla".
Il dramma umanitario. Eppure questi scontri hanno finora coinvolto un milione e 200mila persone, costringendole ad abbandonare le proprie case per trasferirsi nelle caverne o nelle pianure, in modo che gli spazi aperti consentano di individuare subito i bombardieri quotidianamente inviati dal governo sudanese. "Quando il Sudan era unito, comprendeva 600 etnie, espressione di altrettante culture. Khartoum, anziché valorizzare questa immensa ricchezza, spinge per l'accentramento e l'omologazione - ha fatto rilevare padre Renato Kizito Sesana, missionario comboniano in Kenya e in Sudan - la gente è ridotta a mangiare foglie e radici, perché i campi sono stati distrutti dalle bombe e il raccolto è andato in fumo. Così moltissime persone cercano rifugio in Sud Sudan. Anche lì peraltro sono guardati con diffidenza, perché turbano il delicato equilibrio tra Nord e Sud, dato che Khartoum accusa il Sud di dare asilo ai ribelli".
La fuga dai bombardamenti. Nell'estenuante fuga dai bombardamenti i profughi cercano di sopravvivere come possono, con tutti i rischi sanitari che questo comporta: "Dall'inizio del conflitto dei Monti Nuba, nel giugno 2011, si contano già oltre 2000 morti per fame e malattie dovute alla malnutrizione o all'acqua putrida - ha rimarcato Benedetta De Alessi - e 400mila bambini da 18 mesi non vanno a scuola".
L'instabilità politica. Situazioni di tensione che compromettono ulteriormente un quadro politico già complesso, come sottolineato da Gian Paolo Calchi Novati, docente di Storia dell'Africa all'università di Pavia: "Tutti gli Stati africani si sono sempre opposti a ridefinizioni dei confini stabiliti in epoca post-coloniale, eppure hanno accettato la separazione tra i due Sudan, quasi a ribadire che arabi e africani non possono convivere. L'Afroarabia del Nord gravita nell'orbita dell'Islam, mentre il Sud, cristianizzato o pagano, viene visto a livello internazionale come un grande confine che impedisce il dilagare del terrorismo e la penetrazione dell'islamismo nel resto dell'Africa".
La fame di cultura e l'attività di Amani. Ma la religione sembra avere ben poco a che fare con le guerre civili del Sudan. "Nel Sud del Paese non più del 15 per cento della popolazione è cristiana, ma moltissimi dicono di esserlo solo per ribadire la propria forte opposizione al governo di Khartoum - ha concluso padre Sesana - I veri interessi della gente sono altri: la richiesta che mi sento rivolgere più spesso è quella di insegnanti. Vogliono qualcuno che istruisca i loro figli. Grazie all'attività dell'associazione Amani, siamo da poco riusciti a inviare sui monti Nuba dieci professori di scuola superiore provenienti dal Kenya. La forza di queste persone sta nella loro identità e nella loro cultura. Dobbiamo aiutarli a non perderle".