Beirut, le donne di nuovo in piazza
"Ora vogliamo governare anche noi"
di MAURO POMPILI
Si sono ritrovate a Riad al-Solh Square, nel centro della capitale, per chiedere che una quota dei ministri con portafoglio del nuovo gabinetto sia assegnato a donne. Roweida Mroue, coordinatore della campagna "Il mio diritto a una quota femminile nel governo", ha detto: "Dobbiamo evitare che le donne siano emarginate". La riforma del diritto di cittadinanza e la legge contro la violenza domestica, le battaglie dell'AIDOS
BEIRUT - Sempre più spesso le donne libanesi scendono in piazza per far sentire la loro voce. Da pochi giorni il sunnita Tammam Salam è stato incaricato di formare il nuovo governo e immediatamente le donne di Beirut hanno organizzato un sit-in. Si sono ritrovate a Riad al-Solh Square, nel centro della capitale, per chiedere che una quota dei ministri con portafoglio del nuovo gabinetto sia assegnato a donne. Roweida Mroue, coordinatore della campagna "Il mio diritto a una quota femminile nel governo", ha detto: "Dobbiamo evitare che, come nei governi precedenti, le donne siano completamente emarginate. Facciamo appello ai leader di tutti i partiti politici affinché non permettano che le donne siano ridotte a mere elettrici per gli uomini".
Cristiane e musulmane assieme. In ordine di tempo questa è solo l'ultima manifestazione che ha visto le donne protagoniste. Nelle scorse settimane erano state precedute dalle madri che chiedono nuove r…
Cristiane e musulmane assieme. In ordine di tempo questa è solo l'ultima manifestazione che ha visto le donne protagoniste. Nelle scorse settimane erano state precedute dalle madri che chiedono nuove r…
BEIRUT - Sempre più spesso le donne libanesi scendono in piazza per far sentire la loro voce. Da pochi giorni il sunnita Tammam Salam è stato incaricato di formare il nuovo governo e immediatamente le donne di Beirut hanno organizzato un sit-in. Si sono ritrovate a Riad al-Solh Square, nel centro della capitale, per chiedere che una quota dei ministri con portafoglio del nuovo gabinetto sia assegnato a donne. Roweida Mroue, coordinatore della campagna "Il mio diritto a una quota femminile nel governo", ha detto: "Dobbiamo evitare che, come nei governi precedenti, le donne siano completamente emarginate. Facciamo appello ai leader di tutti i partiti politici affinché non permettano che le donne siano ridotte a mere elettrici per gli uomini".
Cristiane e musulmane assieme. In ordine di tempo questa è solo l'ultima manifestazione che ha visto le donne protagoniste. Nelle scorse settimane erano state precedute dalle madri che chiedono nuove regole per la cittadinanza e dalle attiviste che si battono per ottenere una legge contro la violenza domestica. Così, abbiamo potuto vedere donne cristiane e musulmane marciare assieme sotto il palazzo del Consiglio dei Ministri per protestare contro l'ennesimo rinvio dell'approvazione del nuovo diritto di cittadinanza. In particolare richiedono la modifica della legge che impedisca ad una donna libanese che sposa uno straniero di trasmettere ai figli la cittadinanza.
Però la battaglia è molto più ampia. Le donne vogliono l'approvazione di una legge che punisca le violenze contro di loro. La questione femminile è centrale per il futuro di questo Paese. Secondo l'ultimo "Rapporto sullo Sviluppo Umano", pubblicato recentemente da UNDP (Agenzia delle Nazioni Unite per lo Sviluppo Umano), il Libano segna il passo proprio sulla questione della parità di genere. Nella classifica dell'Agenzia il Libano è al 72° posto, su 187 paesi presi in esame. La classifica si basa sull'Indice di Sviluppo Umano (ISU), che valuta tra l'altro PIL, tasso di alfabetizzazione, longevità e salute delle donne. Tra il 2005 e il 2012 l'ISU del Libano ha registrato un aumento del 4%. Un risultato di tutto rispetto, ma al palo dei progressi resta l'indice di disuguaglianza di genere, che riflette la disparità in tre settori: salute riproduttiva, attività economica ed empowerment.
"Ho sposato un uomo francese - ci dice Zeina durante il sit-in - così i miei due figli sono stranieri in Libano, mentre il mio cane è regolare".
Ci vuole una legge contro le violenze. "Sono almeno due gli indicatori chiave della situazione delle donne in Libano - dice Lina Abou Habib, dell'Associazione Donne per lo Sviluppo (AIDOS) - la riforma del diritto di cittadinanza, l'approvazione della legge contro la violenza domestica". Temi che la politica sembra rifiutarsi di affrontare. "Tutti i governi sono coerenti su questo punto, finora nessuno ha mai realmente preso sul serio la questione della parità". "Riteniamo i politici colpevoli di un imbarazzante ritardo nel dotare il nostro Paese di una legge che punisca le violenze contro le donne", afferma Rim Nodal, attivista del movimento. "Una normativa indispensabile, solo nell'ultimo anno sono stati 16 gli omicidi di donne per motivi di onore". Secondo i dati forniti dal collettivo femminista "Nasawiya", sono migliaia le chiamate alla polizia ogni anno da parte di donne che denunciano violenze e abusi, ma la mancanza di strumenti legali impedisce alle forze di sicurezza di intervenire. Nel 2009 - racconta Rim - una donna ha denunciato quattro volte il marito, fino a morire per le botte ricevute senza che nessuno intervenisse".
Il blocco degli ultraortodossi. Una proposta di legge in merito era stata presentata già a febbraio dello scorso anno, ma la votazione finale è stata continuamente rimandata. A preoccupare le donne libanesi sono i probabili boicottaggi da parte di alcune forze parlamentari. A bloccare il percorso naturale della proposta di legge sono stati soprattutto gli ultraortodossi e i partiti religiosi, che ritengono la normativa un'intrusione nella vita familiare. Le stesse fazioni che si oppongono alla riforma del diritto di cittadinanza, questa volta preoccupati dai riflessi sugli equilibri settari del Paese.
"Voglio gli stessi diritti del mio cane". Crisi economica e politica, guerra ai confini, emergenza profughi dalla Siria e tensioni religiose caratterizzano questa fase della vita libanese. Le donne, però, non vogliono arrendersi davanti alla difficile situazione e rilanciano continuamente la battaglia per i loro diritti, che sembra essere la battaglia di tutti. "Sono stanca di aspettare e vedere uomini decidere per noi e su di noi - ci dice Zeina - voglio che i miei figli abbiano in Libano gli stessi diritti del mio cane".
Cristiane e musulmane assieme. In ordine di tempo questa è solo l'ultima manifestazione che ha visto le donne protagoniste. Nelle scorse settimane erano state precedute dalle madri che chiedono nuove regole per la cittadinanza e dalle attiviste che si battono per ottenere una legge contro la violenza domestica. Così, abbiamo potuto vedere donne cristiane e musulmane marciare assieme sotto il palazzo del Consiglio dei Ministri per protestare contro l'ennesimo rinvio dell'approvazione del nuovo diritto di cittadinanza. In particolare richiedono la modifica della legge che impedisca ad una donna libanese che sposa uno straniero di trasmettere ai figli la cittadinanza.
Però la battaglia è molto più ampia. Le donne vogliono l'approvazione di una legge che punisca le violenze contro di loro. La questione femminile è centrale per il futuro di questo Paese. Secondo l'ultimo "Rapporto sullo Sviluppo Umano", pubblicato recentemente da UNDP (Agenzia delle Nazioni Unite per lo Sviluppo Umano), il Libano segna il passo proprio sulla questione della parità di genere. Nella classifica dell'Agenzia il Libano è al 72° posto, su 187 paesi presi in esame. La classifica si basa sull'Indice di Sviluppo Umano (ISU), che valuta tra l'altro PIL, tasso di alfabetizzazione, longevità e salute delle donne. Tra il 2005 e il 2012 l'ISU del Libano ha registrato un aumento del 4%. Un risultato di tutto rispetto, ma al palo dei progressi resta l'indice di disuguaglianza di genere, che riflette la disparità in tre settori: salute riproduttiva, attività economica ed empowerment.
"Ho sposato un uomo francese - ci dice Zeina durante il sit-in - così i miei due figli sono stranieri in Libano, mentre il mio cane è regolare".
Ci vuole una legge contro le violenze. "Sono almeno due gli indicatori chiave della situazione delle donne in Libano - dice Lina Abou Habib, dell'Associazione Donne per lo Sviluppo (AIDOS) - la riforma del diritto di cittadinanza, l'approvazione della legge contro la violenza domestica". Temi che la politica sembra rifiutarsi di affrontare. "Tutti i governi sono coerenti su questo punto, finora nessuno ha mai realmente preso sul serio la questione della parità". "Riteniamo i politici colpevoli di un imbarazzante ritardo nel dotare il nostro Paese di una legge che punisca le violenze contro le donne", afferma Rim Nodal, attivista del movimento. "Una normativa indispensabile, solo nell'ultimo anno sono stati 16 gli omicidi di donne per motivi di onore". Secondo i dati forniti dal collettivo femminista "Nasawiya", sono migliaia le chiamate alla polizia ogni anno da parte di donne che denunciano violenze e abusi, ma la mancanza di strumenti legali impedisce alle forze di sicurezza di intervenire. Nel 2009 - racconta Rim - una donna ha denunciato quattro volte il marito, fino a morire per le botte ricevute senza che nessuno intervenisse".
Il blocco degli ultraortodossi. Una proposta di legge in merito era stata presentata già a febbraio dello scorso anno, ma la votazione finale è stata continuamente rimandata. A preoccupare le donne libanesi sono i probabili boicottaggi da parte di alcune forze parlamentari. A bloccare il percorso naturale della proposta di legge sono stati soprattutto gli ultraortodossi e i partiti religiosi, che ritengono la normativa un'intrusione nella vita familiare. Le stesse fazioni che si oppongono alla riforma del diritto di cittadinanza, questa volta preoccupati dai riflessi sugli equilibri settari del Paese.
"Voglio gli stessi diritti del mio cane". Crisi economica e politica, guerra ai confini, emergenza profughi dalla Siria e tensioni religiose caratterizzano questa fase della vita libanese. Le donne, però, non vogliono arrendersi davanti alla difficile situazione e rilanciano continuamente la battaglia per i loro diritti, che sembra essere la battaglia di tutti. "Sono stanca di aspettare e vedere uomini decidere per noi e su di noi - ci dice Zeina - voglio che i miei figli abbiano in Libano gli stessi diritti del mio cane".