Mondo Solidale

IL RACCONTO

Gaza, la pesca sotto il fuoco
delle mitragliatrici israeliane

Tratto dal sito di Equal Time, la situazione dei pescatori palestinesi, tra l'assedio della marina israeliana, che limita a tre miglia dalla costa la possibilità di gettare le reti e le restrizioni burocratiche e fiscali imposte dal governo di Hamas

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GAZA - Sensazioni opprimenti regala Gaza city perché sembra di essere racchiusi in un anello israeliano di fuoco. Sensazione che però si dissipa per qualche istante quando Mohamad Jabroq lascia il porto mentre il sole tramontava, per affrontare le onde sul suo piccolo motoscafo, con i proiettori di luce per attirare i pesci. Legato ad altre tre imbarcazioni, si avvia verso la linea delle tre miglia, imposte dall'assedio di Israele, nel tentativo di risparmiare il carburante. Tuttavia, la sensazione di una fuga traballante in mare è breve, e così si torna alla realtà di un ghetto recintato, con piscina salata, appena si sente il suono del fuoco di una mitragliatrice israeliana diretta al pescatore lungo la costa.

L'economia della pesca di Gaza è stata decimata da quando Israele ha imposto un blocco navale limitando la navigazione delle barche da pesca sulla fascia costiera a tre miglia nautiche dalla costa. Di conseguenza, pescatori come Jabroq sono costretti a fare il gioco del gatto con il topo con le motovedette della marina israeliana per poter pescare e portare a casa il salario di un giorno. Le cose migliorarono un po' dopo l'accordo del cessate il fuoco del novembre scorso, quando Israele decise di estendere la linea del blocco a sei miglia nautiche, cosa questa che dette una boccata d'ossigeno alla principale attività economica di Gaza.

Tutto però è tornato come prima nel marzo scorso, quando Israele ha violato l'accordo di cessate il fuoco, imponendo ancora alle barche di Gaza il blocco di 3 miglia dalla costa. A 47 anni, Jabroq ne ha visti 24 in mare e mentre naviga analizza il mare aperto alla ricerca di minacce navali. Gli accordi di Oslo del 1993 avevano stabilito l'uso del tratto di mare lungo le coste di Gaza fino a 20 miglia nautiche. Jabroq racconta di essere stato affrontato dalla marina israeliana lungo la linea delle sei miglia, proprio nei giorni della seconda Intifada, e le misure di assedio che chiusero Gaza nel 2007 avevano già cominciando a fare effetto.

Come la maggior parte dei pescatori di Gaza, Jabroq molti giorni ritorna senza neanche un pesce. Questo è il culmine della stagione sardina e lui giura che la migliore pesca di sardine avviene proprio a circa sei miglia dalla costa. La conseguenza è che lui, come fanno molti altri pescatori, si spinge fino nelle acque egiziane nel tentativo di pescare un po', a circa 30 miglia nautiche. Sa di affrontare dei rischi Jabroq, ma fa affidamento sulla buona volontà della guardia costiera egiziana di chiudere un occhio. "Anche se gli egiziani a volte sparano anche a noi", dice con tono esasperato. È una politica simile a quella repressiva messa in atto dall'Egitto sul commercio che avviene attraverso il tunnel del contrabbando a Rafah.

Hamas non aiuta. Appena riappare il litorale edificato di Gaza e si rientra nel porto, i pescatori hanno motivo di lamentarsi e protestare con il governo di Hamas per i nuovi regolamenti sulla pesca e le nuove tasse imposte, rendendo così difficile anche arrivare a mare, per tentare di pescare anche solo il necessario per un giorno. La protesta dei pescatori serve anche per sapere che le cose vanno così male anche perché le sardine arrivano a Gaza dall'Egitto, appunto attraverso i tunnel di Rafah. Il pescatore ha un incredibile senso dell'orgoglio per il loro lavoro e sembra che l'unica cosa che li tiene in mare è l'acqua salata nelle loro vene, i pochi minuti per sentirsi liberi, quando tutto ciò che si può vedere intorno è il mare, oltre ad una fede cieca che il giorno successivo sarà migliore.