✕

Afghanistan, analisi sul potere delle donne
e sull'educazione delle generazioni future

L'indagine sulla cultura come sfida per la ricostruzione, sul potere delle donne e lo sviluppo educativo dei bambini. Presentata dalla vice presidente della Camera, Marina Sereni. Un lavoro curato dalle università di Herat, di Strathclyde a Glasgow e dalla Salesiana Rebaudengo di Torino, con l'Ong PeaceWaves. Il 93% vede migliorata la condizione femminile rispetto alla vita sotto i Taliban
3 minuti di lettura
ROMA - "Ho incontrato una giovane donna di 23 anni sposata a un uomo di 60. Vive con lui da nove anni e mentre parlava con me tremava: le è proibito avere contatti con chiunque. È sposata perché la famiglia l'ha data come "compenso" dopo un omicidio compiuto da suo padre. Il marito non è pashtun come lei: non parlano la stessa lingua, hanno tre figli, ma non comunicano. Io per prima, non sapevo che ci fossero casi così". Il racconto della ricercatrice Fereshta Abbasi Shahpasandzada, studentessa di Scienze Politiche dell'università di Herat, spiega meglio di ogni presentazione spirito e sostanza dell'indagine "Afghanistan, la cultura come sfida per la ricostruzione: opinioni e proposte della società civile sul potere delle donne e lo sviluppo educativo dei bambini e dei giovani nel loro Paese".

I dati di un lavoro durato tre anni. Presentata a Montecitorio dalla vice presidente della Camera Marina Sereni per …
ROMA - "Ho incontrato una giovane donna di 23 anni sposata a un uomo di 60. Vive con lui da nove anni e mentre parlava con me tremava: le è proibito avere contatti con chiunque. È sposata perché la famiglia l'ha data come "compenso" dopo un omicidio compiuto da suo padre. Il marito non è pashtun come lei: non parlano la stessa lingua, hanno tre figli, ma non comunicano. Io per prima, non sapevo che ci fossero casi così". Il racconto della ricercatrice Fereshta Abbasi Shahpasandzada, studentessa di Scienze Politiche dell'università di Herat, spiega meglio di ogni presentazione spirito e sostanza dell'indagine "Afghanistan, la cultura come sfida per la ricostruzione: opinioni e proposte della società civile sul potere delle donne e lo sviluppo educativo dei bambini e dei giovani nel loro Paese".

I dati di un lavoro durato tre anni. Presentata a Montecitorio dalla vice presidente della Camera Marina Sereni per ricordare come dopo ritiro delle truppe Isaf nel 2014 bisognerà essere presenti in Afghanistan con una nuova cooperazione, la ricerca-progetto è stato un lavoro durato tre anni, curato dalle università di Herat, di Strathclyde a Glasgow, in Gran Bretagna, e dalla Salesiana Rebaudengo di Torino, con il concorso dell'Ong PeaceWaves. In nove aree, sia urbane che rurali, al centro e nelle province di Herat, Kabul e Nangarhar, sono stati ascoltati 1.517 cittadini afgani di ogni fascia di età e professione, mullah, uomini e donne. Le risposte, con un 93% che vede migliorata la condizione femminile rispetto alla vita sotto i Taliban, ma un 56,4% che crede che i diritti della donna siano ancora violati, e un 84,5% che crede che possano dare un grosso contributo alla stabilità, anche se ostacolate, secondo l'88%, dalla scarsa istruzione, mostra un Afghanistan cosciente delle situazione, che in più crede al 68% che i bambini non possano essere formati solo in moschea, ma devono seguire un'educazione formale, per costruirsi in futuro una vita professionale.

Una grande differenza generazionale. I risultati che riguardano i giovani, però, sono più ambigui, e spiegano anche quelle studentesse scese in piazza a Kabul la scorsa settimana contro l'approvazione in Parlamento della legge che penalizza la violenza sulle donne e vieta i matrimoni forzati o precoci. Come spiega Marco Braghero di PeaceWaves, "nelle risposte al questionario e alle interviste, c'è una grande differenza generazionale, dove gli adulti e gli anziani sono più ben disposti verso l'educazione dei bambini e i diritti delle donne rispetto ai ventenni e i trentenni. Quelle sono le generazioni perdute, cresciute durante 25 anni di guerra". Così, il 55,3% di chi ha fra i 17 e i 20 anni risponde che il contributo delle donne alla ricostruzione della pace è stato minimo, il 52% che i diritti delle donne sono rispettati nel Paese, sebbene il 53% pensi che siano violati, ma nella propria provincia. Ed è un 44% di loro che pensa che l'unica professione adatta alle donne sia l'insegnamento, mentre sopra i 36 anni lo pensa solo il 31%.

La visione di un futuro positivo.
Il 68% di quegli stessi giovani, però, vede un futuro positivo per le donne e dichiara che le innovazioni costituzionali e nel campo dei diritti fatte per loro sono in linea con religione e tradizione. E il 72% di tutti gli intervistati crede che l'educazione sia importante per i bambini di entrambi i sessi, mentre appunto il 68% crede che l'istruzione delle moschee non sia sufficiente, che serva un'educazione formale per il loro futuro professionale - e più del 90% dei 49 mullah interpellati è d'accordo. Il 32% di quei mullah arriva anche a vedere nelle donne la potenzialità di divenire leader politici e il 54% crede che in Afghanistan i diritti femminili non siano rispettati, oltre a trovare necessaria la scuola per femmine e maschi alla pari al 66%, anche se il 76% pensa ancora che l'insegnamento sia l'unica professione adatta a loro da adulte.

Il punto di vista delle donne.
Dal versante opposto, le donne "casalinghe", che non hanno una professione e spesso nessuna voce nelle decisioni sia collettive che in famiglia, giudicano all'81% che i diritti femminili non sono rispettati e mostrano grande fiducia nel futuro: l'89% di loro ha risposto che vede benissimo una donna leader in politica, il 95% ha chiesto formazione scolastica per bambine e bambini alla pari e il 74% ha escluso che l'unica professione possibile sia quella dell'insegnante. "In dodici anni", commenta Marina Sereni, "la situazione femminile in Afghanistan è certo cambiata e lo dimostra anche questa ricerca, ma le difficoltà sono ancora enormi. Lo scorso 22 maggio Human Rights Watch ha reso noto che nell'ultimo anno e mezzo le donne finite in carcere per cosiddetti 'crimini morali' è aumentato del 50%. Secondo l'Ong, sono tante quelle arrestate per essere scappate dalla violenza domestica e dai matrimoni forzati. Non possiamo abbassare la guardia proprio ora, tenuto anche conto della possibilità che la stabilizzazione del Paese passi per una riconciliazione con parte dell'opposizione armata". Quell'opposizione che non vede certo bene alcun diritto delle donne.

Il contatto con le afgane non c'è più. La proposta di Sereni, perché l'Italia faccia la sua parte, include "la possibilità di un'iniziativa della Camera che di qui alle prossime elezioni afgane, presidenziali nel 2014 e politiche nel 2015, possa creare occasioni di lavoro comune fra parlamenti, magari partendo proprio dalla lotta alla violenza contro le donne, tanto difficile da sconfiggere anche in Italia, e dalla partecipazione femminile alla politica". Fra 2001 e 2008 le parlamentari italiane avevano creato un gruppo di contatto con le afgane, poi sparito nelle successive legislature. Ed è a quello che Sereni vuole ispirarsi. Per riprendere il dialogo con chi, nel parlamento di Kabul, continua a cercare di difendere quelle donne  -  e far smettere di tremare la giovane pashtun che ha trovato il coraggio di parlare con Fereshta.