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Caso Alma Shalabayeva
Il ruolo dei giudici di pace

Il trattamento riservato alla donna nel CIE di Ponte Galeria, dove ha incontrato l'unico magistrato (non togato) che ha deciso di convalidare il trattenimento nel centro, dando di fatto via libera al rimpatrio coatto. Da anni, giuristi e avvocati denunciano che materie così delicate, come la privazione della libertà personale non dovrebbero essere lasciate ai giudici di pace. L'eccezione di incostituzionalità
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ROMA - C'è un passaggio fondamentale nella vicenda del rimpatrio forzato in Kazakistan di Alma Shalabayeva e di sua figlia Alua: il trattenimento, anche se breve, nel centro di identificazione e di espulsione, il famigerato CIE di Ponte Galeria. Non si tratta di un centro di accoglienza, ma una prigione amministrativa, circondata da gabbie alte cinque metri e con la sorveglianza armata di tutte le forze dell'ordine. È qui che Alma - in quei giorni da incubo - ha incontrato l'unico giudice che ha deciso di convalidare il trattenimento nel centro, dando di fatto via libera al rimpatrio coatto, perché l'accompagnamento alla frontiera da parte della polizia non può avvenire senza l'udienza con il giudice di pace.

"In casa" del ministero dell'Interno. Da anni giuristi e avvocati denunciano che materie così delicate, come il rimpatrio forzato e la privazione della libertà personale fino a un anno e mezzo nei CIE, non dovrebbero essere lasc…
ROMA - C'è un passaggio fondamentale nella vicenda del rimpatrio forzato in Kazakistan di Alma Shalabayeva e di sua figlia Alua: il trattenimento, anche se breve, nel centro di identificazione e di espulsione, il famigerato CIE di Ponte Galeria. Non si tratta di un centro di accoglienza, ma una prigione amministrativa, circondata da gabbie alte cinque metri e con la sorveglianza armata di tutte le forze dell'ordine. È qui che Alma - in quei giorni da incubo - ha incontrato l'unico giudice che ha deciso di convalidare il trattenimento nel centro, dando di fatto via libera al rimpatrio coatto, perché l'accompagnamento alla frontiera da parte della polizia non può avvenire senza l'udienza con il giudice di pace.

"In casa" del ministero dell'Interno. Da anni giuristi e avvocati denunciano che materie così delicate, come il rimpatrio forzato e la privazione della libertà personale fino a un anno e mezzo nei CIE, non dovrebbero essere lasciate ai giudici di pace, che sono magistrati onorari, non togati. Uno dei problemi più gravi è il fatto che le udienze si fanno all'interno dei centri di detenzione amministrativa, come in questo caso, e quindi letteralmente "a casa" del ministero dell'Interno e della questura, che mette a disposizione i locali.

Il coraggio di un giudice di pace. Per questo motivo, a fine giugno, un giudice di pace che opera proprio a Ponte Galeria ha deciso di investire la Consulta di una situazione che mina l'imparzialità del giudice per il potere di influenza della polizia sul magistrato e lede il diritto di difesa perché il giudice "non può esaminare gli atti se non velocemente ed altrettanto velocemente decidere sulla libertà personale dei cittadini di paesi terzi". Diego Loveri, giudice di pace controcorrente, lo ha scritto nero su bianco alla Corte Costituzionale in un'ordinanza. Sollevando il dubbio di incostituzionalità su tutto il sistema del Cie, il magistrato afferma che il giudice "dovrebbe recarsi, a discrezione del potere esecutivo, presso uno dei Centri di Identificazione ed Espulsione esistenti in tutto il territorio nazionale o presso le questure, oppure presso gli aeroporti". L'ordinanza sottolinea che "di fronte ai diritti fondamentali di libertà posti in gioco, non può non assumere preminenza l'esigenza di assicurare tutte le garanzie ordinamentali e processuali a soggetti che, per la loro intrinseca condizione personale, costituiscono a tutti gli effetti soggetti deboli".

La corsa contro il tempo.
Nel caso Shalabayeva, davanti agli stessi documenti della repubblica Centroafricana, che attestavano l'autenticità del passaporto sotto il nome di Alma Ayan, il cognome da nubile usato per proteggersi la vita dalle mire del dittatore di Astana, le decisioni del giudice di pace sono state l'opposto di quelle, successive al rimpatrio, del tribunale ordinario. Il giudice di pace ha detto agli avvocati della donna che la richiesta d'asilo poteva essere fatta "dopo". Ma quando, a due ore di distanza, gli avvocati sono andati al CIE per parlare con la loro cliente, la donna era già in volo per il Kazakistan.

Il paradosso. "E' paradossale: se ci fosse stato Ablyazov al posto della moglie, avrebbe avuto molti più diritti e garanzie - ha detto uno dei legali, l'avvocato Ernesto Gregorio Valenti davanti alla Commissione Diritti Umani del Senato - Nell'ambito di un processo di estradizione lui sarebbe stato portato davanti a un giudice che avrebbe valutato anche gli aspetti dei diritti umani nel Kazakistan. Così per la signora e la bambina di sei anni non è stato. Lei in 48 ore è stata portata a Ciampino dopo un'udienza brevissima, con pochissime garanzie. E la situazione è stata ancora peggiore per la figlia Alua: questa bambina è stata portata alla mamma sotto un aereo a Ciampino, firmando un atto che è stato tradotto sotto l'aereo dal console kazako, il quale è poi salito sull'aereo con loro".

Una gestione del caso solo amministrativa.
Il decreto di espulsione del prefetto, in teoria, può essere impugnato entro 30 giorni. Ma siccome il ricorso non sospende l'espulsione, di fatto - come in questo caso - la persona potrebbe già essere stata rimpatriata quando il tribunale si pronuncia. "Qui si è utilizzata quella parte della legge che consente una gestione di questa vicenda sul piano esclusivamente amministrativo, il coinvolgimento dell'autorità giudiziaria è stato davvero minimo" ha sottolineato in Senato l'altro legale, Riccardo Olivo.  

Le quattro visite della polizia in casa si Alma.
Tra il 28 e il 31 maggio la polizia si è presentata quattro volte a casa di Alma Shalabayeva a Casal Palocco. Due perquisizioni vere e proprie, sempre senza un mandato emesso dall'autorità giudiziaria e due "visite". Il primo blitz, nella notte tra il 28 e il 29 maggio, alla ricerca del marito, il dissidente Mukthar Ablyazov, in cui la polizia si è avvalsa di una facoltà di intervento prevista nel caso di una richiesta di cattura internazionale. Per diverse ore, la signora Shalabayeva non ha capito neppure chi fossero realmente tutte quelle persone in borghese che si sono presentate nella villa.

"Erano gangster o poliziotti?"
"Il collega svizzero che ci ha contattati per seguire il caso -  ha raccontato l'avvocato Olivo in commissione Diritti Umani - ci ha pregato di verificare se fosse stato un intervento di gangster o di poliziotti, nel senso che si è operato in modo molto deciso e apparentemente non ufficiale: non c'è stata l'esibizione di documenti di riconoscimento, nessuno era in divisa, le macchine non erano riconoscibili". La polizia è poi ritornata il 30 maggio, all'una di notte, per fare l'affidamento della bambina alla zia. In quel momento la madre non era in casa, essendo stata trattenuta prima in questura, poi presso l'ufficio immigrazione e poi nella prigione amministrativa di Ponte Galeria. Ma non c'era nemmeno la zia, che stava parlando con i legali. "Ancora nessuno sapeva dove stesse la signora Shalabayeva, non avevamo capito cosa stava succedendo" ha detto Olivo.

Il presunto documento falso. La terza irruzione è avvenuta quando già era aperta un'indagine penale, perché si riteneva che il documento esibito da Alma, l'ormai famoso passaporto diplomatico Centrafricano, fosse falso. "E quindi c'era un giudice che si stava occupando di questo fascicolo" sottolinea ancora il legale della Shalabayeva. Questa seconda perquisizione c'è stata la mattina del 31 maggio, il giorno del rimpatrio forzato della moglie e della figlia di Ablyazov. "E' stata molto invasiva e compiuta da un numero cospicuo di persone, che hanno portato via più di trenta oggetti, comprese le mail dell'avvocato svizzero - ha riferito Olivo ai senatori - Questi atti venivano effettuati alla presenza di due difensori del nostro studio". Ciò avveniva in contemporanea all'udienza di convalida al CIE, davanti al giudice di pace sulla questione del trattenimento. La perquisizione è durata per ore e gli agenti hanno chiesto di portare di nuovo in questura il cognato di Alma, che dopo la prima perquisizione era già rimasto quasi per un giorno negli uffici della polizia.

L'ordine di andare subito a Ciampino. "Tutta questa carovana di persone - racconta Olivo - si reca quindi in questura, compresi gli avvocati, e ci resteranno fino a sera, per verbalizzare il sequestro degli oggetti. Nel frattempo, per la quarta volta la polizia ritorna a fare visita nella villa". Trovano soltanto i due domestici ucraini, Alua di sei anni, la zia e la cuginetta di 9 anni. "In un inglese stentato, parlano con la bambina di 9 anni che fa da traduttrice per la zia di Alua, la quale parla solo russo - continua l'avvocato - e dicono che non avrebbero dovuto contattare gli avvocati e che sarebbe stato bene far riabbracciare la bambina e la mamma, in attesa in questura". Senza la presenza di un avvocato, il cameriere e autista ucraino porta via la bambina in macchina. "Questo è il modo in cui viene prelevata Alua - dice Olivo - ma lungo il tragitto viene dato l'ordine di deviare verso l'aeroporto di Ciampino, alle 13.10 circa, dove nel frattempo era stata portata Alma Shalabayeva. Non è un particolare irrilevante, era lo stesso giorno in cui noi avvocati avremmo dovuto conferire con lei dalle 15 alle 18, perché questo è l'orario previsto dal CIE, per formalizzare la richiesta d'asilo".