Thailandia, fare a pugni per fame
come le bambine di "Buffalo Girls"
di RAIMONDO BULTRINI
Il film di Todd Kellstein, trasmesso in Italia da RaiTre, racconta la battaglia delle piccole protagonist, Pet e Stam, entrambe destinate dalla nascita a sviluppare il loro talento di combattenti sul ring dell'antica e violentissima disciplina del Muay Thai, conosciuto anche come kickboxing. Ne traggono beneficio parenti e gli amici di famiglia che scommettono sulle baby campionesse
BANGKOK - Mario Balotelli ne ha fatto un mito, anche tra i giovani appassionati del pallone. "Quando smetterò di giocare al calcio mi piacerebbe molto praticare la Muay Thai o il kickboxing", ha scritto su twitter. Ma cos'è, e soprattutto che cosa è diventata oggi questa forma di pugilato thailandese così popolare, anticamente combattuta a mani nude protette da stoffe e chiamata Muay Boran? Arte marziale impura, antica di forse 900 anni, insegnata come estrema arma di difesa ai soldati quando si perdevano lo scudo e la spada, oltre che ai monaci per difendere i templi, si pratica ancora in molte aree rurali dove alla gente piace assistervi nelle fiere e scommettere sul vincente, di qualunque età e sesso. Ma anche nelle città, dove gli stadi, come il Lumpini di Bangkok o quelli di Pattaya e Patong a Phuket, sono gremiti all'inverosimile perfino per gare tra dilettanti, figurarsi quando si menano i campioni, le star, insomma i Balotell…
BANGKOK - Mario Balotelli ne ha fatto un mito, anche tra i giovani appassionati del pallone. "Quando smetterò di giocare al calcio mi piacerebbe molto praticare la Muay Thai o il kickboxing", ha scritto su twitter. Ma cos'è, e soprattutto che cosa è diventata oggi questa forma di pugilato thailandese così popolare, anticamente combattuta a mani nude protette da stoffe e chiamata Muay Boran? Arte marziale impura, antica di forse 900 anni, insegnata come estrema arma di difesa ai soldati quando si perdevano lo scudo e la spada, oltre che ai monaci per difendere i templi, si pratica ancora in molte aree rurali dove alla gente piace assistervi nelle fiere e scommettere sul vincente, di qualunque età e sesso. Ma anche nelle città, dove gli stadi, come il Lumpini di Bangkok o quelli di Pattaya e Patong a Phuket, sono gremiti all'inverosimile perfino per gare tra dilettanti, figurarsi quando si menano i campioni, le star, insomma i Balotelli locali, in calzoncini corti e caschetto, magari una corona Mongkong nello stile di uno dei maestri di Muay thai più celebri del regno.
L'esportazione del Muay thai. Non a caso è lo sport nazionale, e l'eroe per antonomasia, celebrato con gare che si svolgono ogni anno in memoria, fu un soldato thailandese che venne messo alla prova dal re degli acerrimi nemici birmani e mise ko, uno dopo l'altro, dodici tra i suoi migliori pugili e atleti di Corte. La sorte odierna della Muay non si discosta troppo da quella della lotta corpo a corpo sulla sabbia ancora in voga in India. In entrambi i casi le rispettive Federazioni - vincolate ai canoni delle competizioni internazionali - hanno fatto applicare parametri moderni per rendere queste tradizioni appetibili in un mercato globalizzato anche nello sport. Da molti anni le loro tecniche di base sono diventate da esportazione (anche in Italia la Muay thai si insegna ovunque come avveniva col karatè) dopo averle "ammorbidite" dei loro tratti più spigolosi e violenti.
L'arte degli otto arti. Se nel caso della lotta indiana chiamata kushti gli atleti devono ora imparare soprattutto a combattere sul tappeto di gommapiuma, ai pugili della Muay Thai si impongono da molti anni guantoni e fasce di protezione nei punti più esposti ai colpi degli avversari, la fronte, le orecchie, le giunture di braccia e gambe, le caviglie. La chiamano infatti "l'arte degli otto arti", che include nella gara di pugni anche i gomiti, le ginocchia, i piedi, caviglie, avambracci e altre parti del corpo per offendere e per difendersi, senza interruuzioni nemmeno se si avvinghiano purché qualcuno alla fine prevalga. Un'arte che ha poco a che fare con la grazia della danza tradizionale thai, fatta di gesti misurati e simbolici, ma che possiede una forza primordiale, proprio per la sua origine di esercizio di sopravvivenza in battaglia, magari con il combattente tatuato da un monaco con i sutra del Buddha.
Il film Buffalo Girls. Come racconta la storia del film Buffalo Girls di Todd Kellstein, trasmessa in Italia da RaiTre, per molti versi è una battaglia di vita anche quella delle piccole protagoniste del film Pet e Stam, entrambe destinate dalla nascita, con un istinto filiale che caratterizza tutte le famiglie del regno, a prendersi cura della famiglia. Lo fanno grazie al loro talento di combattenti sul ring, e non vendendo il proprio corpo in qualche bordello di Bangkok o Hong Kong, come succede ad altre ragazze venute dagli stessi villaggi. O magari smerciando yabà, letteralmente la medicina che rende pazzi, una metanfetamina vietatissima, ma ancora diffusa nel Regno. L'aspetto negativo della rigida e faticosa routine dei bambini boxer, a prescindere dal loro reale desiderio di combattere e divertirsi, è la "pre-destinazione" verso la quale - come sostengono i gruppi dei diritti umani - in tenera età vengono spinti sul loro angolo di gloria senza alcun potere di intervento. Se sono bravi devono combattere, e chiunque attorno a loro trarrà un beneficio dall'impegno che metteranno: il pubblico che tifa e paga, il titolare della palestra e l'allenatore che piazzeranno le loro scommesse nei vari ring di campagna o di città, i parenti e gli amici di famiglia che potranno eventualmente puntarci sopra e dare al campioncino i soldi per i suoi studi o, perché no, il telefonino o un motorino. Ma sono eccezioni.
Il grande retroscena della povertà. C'è in Thailandia una grossa fetta di gioventù rurale, che vede spesso solo in tv i segni del progresso, priva letteralmente di alternative normali, lo studio, un impiego lontano dai campi che non rendono mai abbastanza. Sono sogni difficili da realizzare senza qualcosa di fuori dal comune a dargli slancio, che gli permetta di uscire, eccellere, di essere seguiti e salutati con un wai (il saluto tradizionale a mani giunte) mentre camminano nelle strade del proprio villaggio. Secondo alcuni recensori del film, questo "retroscena" di povertà che costringe genitori e figli a scelte che sarebbero state forse diverse con circostanze migliori, non emerge chiaramente dalla storia raccontata sullo schermo. Ma l'attenzione del regista - che si era recato a documentare le carceri prima di scoprire le protagonste del film - non è chiaramente sulla povertà della campagna thai, la cornice dentro la quale si sviluppa comunque il racconto. E' sulla forza e determinazione di due bambine di 8 anni che si battono per liberare sé stesse e la famiglia da un destino.
La rassegnazione al karma. In Oriente il concetto non è inteso coi nostri stessi parametri. E' vero che spesso si accetta, anche qui, con le braccia allargate ciò che viene dalla vita, e molti dicono: "Che posso farci, questo è il mio karma". Ma non sottindendono la responsabilità di una entità superiore che ha tracciato per loro quel percorso esistenziale anziché un altro, bensì la propria accettazione della responsabilità individuale. Non c'è peccato originario che non possa essere redento in questa stessa vita con l'impegno, la volontà e - certamente - la capacità. Ai piccoli pugili che vengono indirizzati a una carriera professionista in età acerba, in genere non sfugge la comprensione del messaggio celato dietro al principio del combattimento vitale.
Le sfide per fame e prestigio. Le sfide non si accettano solo per fame, ma anche per prestigio, e poco importa che tutto sembri in contraddizione con la stessa religione del Regno, il buddhismo, praticato dal 90 per cento della popolazione. Il Buddha insegna una via di non violenza e pace, e quasi ogni bambino, prima di diventare adulto, ha indossato almeno una volta la veste arancione dei novizi ed ha girato campagne e quartieri per ricevere cibo e donazioni, meditando senza (quasi) battere ciglio per molte ore al giorno. Ma con lo stesso fervore gli stessi bambini indossano le divise della Muay e pregano il Buddha di farli vincere. E' un piccolo guerriero per la giustizia quello che deve uscire vincente dal ring. Se vince è bravo, se è bravo il suo destino è già cambiato.
Un'idea di successo diversa. Al regista che gli chiedeva perché facesse tanti sacrifici, uno dei bambini diventati poi attori nel film rispose: "per i soldi". Ma sono soldi che non hanno lo stesso significato di un coetaneo benestante delle città. La speranza è che i bambini thai praticanti della Muay sappiano fin dall'inizio che la loro è solo una gabbia temporanea, dalla quale potranno liberarsi rompendo, ad un certo punto, le sbarre del ring. Per ora Pet e la sua compagna, o gli altri che gareggiano ovunque, dalle feste dei villaggi alle palestre esclusive, non sentono nemmeno il peso del sacrificio di doversi allenare e studiare, e oltre a divertirsi vogliono conquistare qualcosa da offrire ai genitori che le hanno cresciute e i nonni che le hanno curate, col petto gonfio di gioia quando tra il pubblico il padre sventola il biglietto con la scommessa vincente su di loro.
I due lati di una medaglia. Merito del regista Kellstein è stato quello di mostrare fuori dalla Thailandia una idea meno in bianco e nero di quella offerta tempo fa da un analogo documentario andato in onda su Le Jene. Ci sono infatti due lati di una medaglia fatta di passione, entusiasmo, ma anche di sacrificio e di frustrazione per migliaia di bambini, specialmente nelle regioni più povere come L'Isaan, tradizionale vivaio di campionicini e perdenti. Qui tutti lottano nella boxe o nei campi come le protagoniste di Buffalo girls. Anche se solo pochi ce la fanno ad emergere, hanno già sconfitto uno dei nemici di tanti altri giovani thai magari più ricchi, ma meno fortunati, la dipendenza da alcool e droga.
L'esportazione del Muay thai. Non a caso è lo sport nazionale, e l'eroe per antonomasia, celebrato con gare che si svolgono ogni anno in memoria, fu un soldato thailandese che venne messo alla prova dal re degli acerrimi nemici birmani e mise ko, uno dopo l'altro, dodici tra i suoi migliori pugili e atleti di Corte. La sorte odierna della Muay non si discosta troppo da quella della lotta corpo a corpo sulla sabbia ancora in voga in India. In entrambi i casi le rispettive Federazioni - vincolate ai canoni delle competizioni internazionali - hanno fatto applicare parametri moderni per rendere queste tradizioni appetibili in un mercato globalizzato anche nello sport. Da molti anni le loro tecniche di base sono diventate da esportazione (anche in Italia la Muay thai si insegna ovunque come avveniva col karatè) dopo averle "ammorbidite" dei loro tratti più spigolosi e violenti.
L'arte degli otto arti. Se nel caso della lotta indiana chiamata kushti gli atleti devono ora imparare soprattutto a combattere sul tappeto di gommapiuma, ai pugili della Muay Thai si impongono da molti anni guantoni e fasce di protezione nei punti più esposti ai colpi degli avversari, la fronte, le orecchie, le giunture di braccia e gambe, le caviglie. La chiamano infatti "l'arte degli otto arti", che include nella gara di pugni anche i gomiti, le ginocchia, i piedi, caviglie, avambracci e altre parti del corpo per offendere e per difendersi, senza interruuzioni nemmeno se si avvinghiano purché qualcuno alla fine prevalga. Un'arte che ha poco a che fare con la grazia della danza tradizionale thai, fatta di gesti misurati e simbolici, ma che possiede una forza primordiale, proprio per la sua origine di esercizio di sopravvivenza in battaglia, magari con il combattente tatuato da un monaco con i sutra del Buddha.
Il film Buffalo Girls. Come racconta la storia del film Buffalo Girls di Todd Kellstein, trasmessa in Italia da RaiTre, per molti versi è una battaglia di vita anche quella delle piccole protagoniste del film Pet e Stam, entrambe destinate dalla nascita, con un istinto filiale che caratterizza tutte le famiglie del regno, a prendersi cura della famiglia. Lo fanno grazie al loro talento di combattenti sul ring, e non vendendo il proprio corpo in qualche bordello di Bangkok o Hong Kong, come succede ad altre ragazze venute dagli stessi villaggi. O magari smerciando yabà, letteralmente la medicina che rende pazzi, una metanfetamina vietatissima, ma ancora diffusa nel Regno. L'aspetto negativo della rigida e faticosa routine dei bambini boxer, a prescindere dal loro reale desiderio di combattere e divertirsi, è la "pre-destinazione" verso la quale - come sostengono i gruppi dei diritti umani - in tenera età vengono spinti sul loro angolo di gloria senza alcun potere di intervento. Se sono bravi devono combattere, e chiunque attorno a loro trarrà un beneficio dall'impegno che metteranno: il pubblico che tifa e paga, il titolare della palestra e l'allenatore che piazzeranno le loro scommesse nei vari ring di campagna o di città, i parenti e gli amici di famiglia che potranno eventualmente puntarci sopra e dare al campioncino i soldi per i suoi studi o, perché no, il telefonino o un motorino. Ma sono eccezioni.
Il grande retroscena della povertà. C'è in Thailandia una grossa fetta di gioventù rurale, che vede spesso solo in tv i segni del progresso, priva letteralmente di alternative normali, lo studio, un impiego lontano dai campi che non rendono mai abbastanza. Sono sogni difficili da realizzare senza qualcosa di fuori dal comune a dargli slancio, che gli permetta di uscire, eccellere, di essere seguiti e salutati con un wai (il saluto tradizionale a mani giunte) mentre camminano nelle strade del proprio villaggio. Secondo alcuni recensori del film, questo "retroscena" di povertà che costringe genitori e figli a scelte che sarebbero state forse diverse con circostanze migliori, non emerge chiaramente dalla storia raccontata sullo schermo. Ma l'attenzione del regista - che si era recato a documentare le carceri prima di scoprire le protagonste del film - non è chiaramente sulla povertà della campagna thai, la cornice dentro la quale si sviluppa comunque il racconto. E' sulla forza e determinazione di due bambine di 8 anni che si battono per liberare sé stesse e la famiglia da un destino.
La rassegnazione al karma. In Oriente il concetto non è inteso coi nostri stessi parametri. E' vero che spesso si accetta, anche qui, con le braccia allargate ciò che viene dalla vita, e molti dicono: "Che posso farci, questo è il mio karma". Ma non sottindendono la responsabilità di una entità superiore che ha tracciato per loro quel percorso esistenziale anziché un altro, bensì la propria accettazione della responsabilità individuale. Non c'è peccato originario che non possa essere redento in questa stessa vita con l'impegno, la volontà e - certamente - la capacità. Ai piccoli pugili che vengono indirizzati a una carriera professionista in età acerba, in genere non sfugge la comprensione del messaggio celato dietro al principio del combattimento vitale.
Le sfide per fame e prestigio. Le sfide non si accettano solo per fame, ma anche per prestigio, e poco importa che tutto sembri in contraddizione con la stessa religione del Regno, il buddhismo, praticato dal 90 per cento della popolazione. Il Buddha insegna una via di non violenza e pace, e quasi ogni bambino, prima di diventare adulto, ha indossato almeno una volta la veste arancione dei novizi ed ha girato campagne e quartieri per ricevere cibo e donazioni, meditando senza (quasi) battere ciglio per molte ore al giorno. Ma con lo stesso fervore gli stessi bambini indossano le divise della Muay e pregano il Buddha di farli vincere. E' un piccolo guerriero per la giustizia quello che deve uscire vincente dal ring. Se vince è bravo, se è bravo il suo destino è già cambiato.
Un'idea di successo diversa. Al regista che gli chiedeva perché facesse tanti sacrifici, uno dei bambini diventati poi attori nel film rispose: "per i soldi". Ma sono soldi che non hanno lo stesso significato di un coetaneo benestante delle città. La speranza è che i bambini thai praticanti della Muay sappiano fin dall'inizio che la loro è solo una gabbia temporanea, dalla quale potranno liberarsi rompendo, ad un certo punto, le sbarre del ring. Per ora Pet e la sua compagna, o gli altri che gareggiano ovunque, dalle feste dei villaggi alle palestre esclusive, non sentono nemmeno il peso del sacrificio di doversi allenare e studiare, e oltre a divertirsi vogliono conquistare qualcosa da offrire ai genitori che le hanno cresciute e i nonni che le hanno curate, col petto gonfio di gioia quando tra il pubblico il padre sventola il biglietto con la scommessa vincente su di loro.
I due lati di una medaglia. Merito del regista Kellstein è stato quello di mostrare fuori dalla Thailandia una idea meno in bianco e nero di quella offerta tempo fa da un analogo documentario andato in onda su Le Jene. Ci sono infatti due lati di una medaglia fatta di passione, entusiasmo, ma anche di sacrificio e di frustrazione per migliaia di bambini, specialmente nelle regioni più povere come L'Isaan, tradizionale vivaio di campionicini e perdenti. Qui tutti lottano nella boxe o nei campi come le protagoniste di Buffalo girls. Anche se solo pochi ce la fanno ad emergere, hanno già sconfitto uno dei nemici di tanti altri giovani thai magari più ricchi, ma meno fortunati, la dipendenza da alcool e droga.