ROMA - Questa intervista fu rilasciata alla fine del 2010 a Roma da Kato David Kisule, attivista gay ugandese, costretto a vivere in clandestinità dopo che un giornale pubblicò in copertina la sua foto e il suo indirizzo per esporlo al pubblico ludibrio. Lui però non si arrese, tornò in Uganda per combattere l'omofobia, ma fu ucciso brutalmente due mesi dopo. La notizia del suo assassinio, avvenuta il 26 gennaio del 2011, sorprese la comunità gay (e non solo) di tutto il mondo, sebbene non ci fossero ragioni per stare tranquilli, soprattutto rileggendo le sue parole: "Ho deciso di vivere in Uganda e di restarci per lottare contro questa omofobia in prima linea e per proteggere gay e lesbiche nel mio paese". Un Paese dove oggi l'omosessualità è ufficialmente illegale e punita addirittura con l'ergastolo, se "recidiva".
In Uganda omosessuali e pedofili sono la stessa cosa. E' questo il contesto nel quale ci fu l'incontro con Kato David Kisule, a poche settimane di distanza da quando, il 2 ottobre 2010, il giornale ugandese Rolling Stone pubblicò un articolo intitolato "Divulgate 100 foto dei leader gay ugandesi" in cui si leggevano i loro nomi, gli indirizzi di casa, le immagini e una descrizione minuziosa della loro vita privata. Le informazioni furono ottenute attraverso vari siti web, tra cui anche Facebook e attraverso l'uso di telecamere nascoste, sia in luoghi di ritrovo pubblici che in abitazioni private. Il tabloid sostenne che gay e lesbiche volevano "reclutare", entro il 2012, in una sorta di complotto internazionale, un milione di bambini sotto i 12 anni - nella assurda convinzione che omosessualità e pedofilia siano la stessa cosa - ritenuti facilmente orientabili all'omosessualità e alla bisessualità. A denunciare l'accaduto, numerose associazioni umanitarie internazionali e naturalmente il movimento ugandese "glbt", cioè gay, lesbico, bisex e trans.
Ecco l'intervista.
Cosa sta succedendo in Uganda?
L'anno scorso i pastori evangelici degli Stati Uniti, in nome della protezione della famiglia tradizionale, hanno diffuso nel mio paese odio e omofobia. Ciò ha portato a una serie di conseguenze: dalle vessazioni agli arresti, fino ad arrivare all'attuale proposta di legge contro le persone omosessuali.
Di cosa si tratta?
La legge in vigore prevede già la reclusione per chiunque commetta un reato "contro natura". La proposta in discussione punta a inasprire ulteriormente le pene. Si era parlato addirittura di introdurre la pena di morte in alcuni casi, ma su questo punto il governo ha poi fatto marcia indietro. Tuttavia rimane in campo un grave peggioramento della situazione. Il governo vuole promuovere la criminalizzazione dell'omosessualità a tutti i livelli, fino a punire chi non denuncia le persone glbt o le aiuta in qualsiasi modo. Che l'omofobia più violenta sia già un fenomeno istituzionalizzato è del resto dimostrato dal fatto che le autorità non fanno assolutamente nulla per proteggere la nostra comunità contro chi la attacca.
Che conseguenze ha avuto la pubblicazione delle foto sul giornale?
L'uscita del primo articolo ha causato l'aggressione di otto persone i cui nomi e foto erano stati pubblicati, mentre una donna è stata costretta ad abbandonare la propria casa dopo che i vicini l'avevano colpita con una raffica di pietre.
Avete intentato una causa contro il giornale?
Sì, e la corte suprema dell'Uganda ha emesso il primo novembre 2010 un ordine provvisorio che intima a Rolling Stone di cessare qualsiasi pubblicazione che identifichi con nomi, foto o altri dati rilevanti, persone riconosciute come gay e lesbiche. Abbiamo consegnato una lettera al giornale in cui abbiamo chiesto di non proseguire nella pubblicazione di ulteriori foto e dati personali come preannunciato, ma abbiamo ricevuto una risposta negativa da parte del direttore che ha confermato l'intenzione di pubblicare nuove foto e dati personali. Come in effetti poi è accaduto.
Il 23 novembre 2010 avete avuto un'ulteriore udienza presso la corte. Com'è andata?
Alla fine dell'udienza del caso Rolling Stone, io e altri siamo stati assaliti da fondamentalisti religiosi, personale del giornale ed "ex omosessuali" plagiati nel loro odio nei nostri confronti da leader religiosi. Fortunatamente, grazie all'intervento di alcuni rappresentanti di associazioni per i diritti umani siamo riusciti a lasciare indenni l'edificio. Questo ha costretto alcuni di noi a vivere in clandestinità per il timore di nuovi attacchi.
Anche tu vivi in clandestinità?
Sono costretto a vivere in luoghi diversi dove non c'è la televisione e dove non ci sono i giornali perché potrebbero riconoscermi. Anche le associazioni lgbt sono costrette a cambiare spesso sede perché potremmo avere dei problemi se ci trovano. Ma ho deciso di vivere in Uganda e di restarci per lottare contro questa omofobia in prima linea e per proteggere gay e lesbiche in Uganda.
David, hai un compagno?
"Non aspettano altro che incastrarmi... È molto difficile che io possa avere una relazione soddisfacente".
In Uganda omosessuali e pedofili sono la stessa cosa. E' questo il contesto nel quale ci fu l'incontro con Kato David Kisule, a poche settimane di distanza da quando, il 2 ottobre 2010, il giornale ugandese Rolling Stone pubblicò un articolo intitolato "Divulgate 100 foto dei leader gay ugandesi" in cui si leggevano i loro nomi, gli indirizzi di casa, le immagini e una descrizione minuziosa della loro vita privata. Le informazioni furono ottenute attraverso vari siti web, tra cui anche Facebook e attraverso l'uso di telecamere nascoste, sia in luoghi di ritrovo pubblici che in abitazioni private. Il tabloid sostenne che gay e lesbiche volevano "reclutare", entro il 2012, in una sorta di complotto internazionale, un milione di bambini sotto i 12 anni - nella assurda convinzione che omosessualità e pedofilia siano la stessa cosa - ritenuti facilmente orientabili all'omosessualità e alla bisessualità. A denunciare l'accaduto, numerose associazioni umanitarie internazionali e naturalmente il movimento ugandese "glbt", cioè gay, lesbico, bisex e trans.
Ecco l'intervista.
Cosa sta succedendo in Uganda?
L'anno scorso i pastori evangelici degli Stati Uniti, in nome della protezione della famiglia tradizionale, hanno diffuso nel mio paese odio e omofobia. Ciò ha portato a una serie di conseguenze: dalle vessazioni agli arresti, fino ad arrivare all'attuale proposta di legge contro le persone omosessuali.
Di cosa si tratta?
La legge in vigore prevede già la reclusione per chiunque commetta un reato "contro natura". La proposta in discussione punta a inasprire ulteriormente le pene. Si era parlato addirittura di introdurre la pena di morte in alcuni casi, ma su questo punto il governo ha poi fatto marcia indietro. Tuttavia rimane in campo un grave peggioramento della situazione. Il governo vuole promuovere la criminalizzazione dell'omosessualità a tutti i livelli, fino a punire chi non denuncia le persone glbt o le aiuta in qualsiasi modo. Che l'omofobia più violenta sia già un fenomeno istituzionalizzato è del resto dimostrato dal fatto che le autorità non fanno assolutamente nulla per proteggere la nostra comunità contro chi la attacca.
Che conseguenze ha avuto la pubblicazione delle foto sul giornale?
L'uscita del primo articolo ha causato l'aggressione di otto persone i cui nomi e foto erano stati pubblicati, mentre una donna è stata costretta ad abbandonare la propria casa dopo che i vicini l'avevano colpita con una raffica di pietre.
Avete intentato una causa contro il giornale?
Sì, e la corte suprema dell'Uganda ha emesso il primo novembre 2010 un ordine provvisorio che intima a Rolling Stone di cessare qualsiasi pubblicazione che identifichi con nomi, foto o altri dati rilevanti, persone riconosciute come gay e lesbiche. Abbiamo consegnato una lettera al giornale in cui abbiamo chiesto di non proseguire nella pubblicazione di ulteriori foto e dati personali come preannunciato, ma abbiamo ricevuto una risposta negativa da parte del direttore che ha confermato l'intenzione di pubblicare nuove foto e dati personali. Come in effetti poi è accaduto.
Il 23 novembre 2010 avete avuto un'ulteriore udienza presso la corte. Com'è andata?
Alla fine dell'udienza del caso Rolling Stone, io e altri siamo stati assaliti da fondamentalisti religiosi, personale del giornale ed "ex omosessuali" plagiati nel loro odio nei nostri confronti da leader religiosi. Fortunatamente, grazie all'intervento di alcuni rappresentanti di associazioni per i diritti umani siamo riusciti a lasciare indenni l'edificio. Questo ha costretto alcuni di noi a vivere in clandestinità per il timore di nuovi attacchi.
Anche tu vivi in clandestinità?
Sono costretto a vivere in luoghi diversi dove non c'è la televisione e dove non ci sono i giornali perché potrebbero riconoscermi. Anche le associazioni lgbt sono costrette a cambiare spesso sede perché potremmo avere dei problemi se ci trovano. Ma ho deciso di vivere in Uganda e di restarci per lottare contro questa omofobia in prima linea e per proteggere gay e lesbiche in Uganda.
David, hai un compagno?
"Non aspettano altro che incastrarmi... È molto difficile che io possa avere una relazione soddisfacente".