YANGOON (Myanmar) - "Il popolo dimenticato", lo chiamano. È una delle minoranze più rifiutata al mondo secondo il recente report della organizzazione non governativa Human Right Watch, un "popolo di perseguitati" lo definisce l'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR): privati di molti diritti fondamentali, dalla cittadinanza alla libertà di movimento, uomini, donne e bambini sono spesso senza accesso a cure e istruzione. I Rohingya, popolazione musulmana che in gran parte vive nel Rakhine, regione occidentale della Birmania (oggi chiamato Myanmar), sono senza nazionalità, non riconosciuti dai generali al potere né dal governo del confinante Bangladesh, da dove, secondo molti sarebbero arrivati con i coloni inglesi.
Nel mirino della maggioranza buddista. Nel Rakhine vivono 800mila Rohingya (su 4 milioni di abitanti) gente ora nel mirino dei nazionalisti ed estremisti della maggioranza buddista. Gli scontri più gravi sono avvenuti nel giugno 2012, poi di nuovo nell'ottobre 2012, con circa 200 morti in gran parte musulmani, tanto da portare allo stato di emergenza e alla chiusura della zona all'accesso anche per i volontari di Medici senza frontiere che proprio quest'anno celebra 20 anni di intervento nella regione. Altri incidenti e morti a marzo 2013 nelle regioni centrali e fino allo scorso ottobre. Poi di nuove nel Rakhine questo gennaio; piccole grande violenze anche in questi giorni. Gli scontri hanno portato ad un esodo di circa 75 mila persone a giugno 2012 e altre 40 mila ad ottobre.
La denuncia di un nuovo massacro. Ora il sito sul popolo Rohingya denuncia un nuovo massacro di 16 persone su un gruppo di 18 (due soli sopravvissuti) avvenuto lo scorso 16 febbraio per opera di estremisti armati. Il gruppo che proveniva dalle città di Minpya e Mrauk U (l'antica capitale del regno di Rakhine) si era affidato ad un trafficante per andare a Yangoon, ma il camion su cui i 18 viaggiavano senza permesso (i Rohingya non essendo riconosciuti come cittadini birmani non possono spostarsi nel Paese) si è fermato e, secondo le testimonianze, il gruppo ha dovuto continuare a piedi. "Ci hanno detto che c'era un posto di blocco", hanno raccontato i sopravvissuti. Poi nella foresta l'agguato a colpi di fucile e la fuga. Non vi sono, finora, conferme ufficiali del massacro, ma c'è l'elenco dei nomi delle presunte vittime e il nome del trafficante. Per Medici senza frontiere che opera nella zona potrebbe diventare difficile operare, proprio per il clima sempre più teso nell'area.
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L'allarme delle Ong. Sia le ong occidentali presenti in Brimania, sia il sito rohingya blogger lanciano un allarme anche sul controverso censimento che, dopo 30 anni, sarà avviato dal prossimo mese: "la presenza e la formulazione di domande sull'appartenenza etnica e tribale potrebbe portare a discriminazioni e nuove violenze in varie parti del Paese", sostengono. Dei 135 gruppi etnici presenti, molti non sono considerati per la scarsa consistenza numerica oppure vengono accorpati gruppi diversi che non vogliono essere inclusi in altri. La domanda sulla religione è anche problematica: certificare l'aumento del numero di musulmani nel Paese, potrebbe scatenare la reazione degli estremisti buddisti.
Le violenze e i buddisti. La scintilla iniziale per le violenze si rifà ad uno stupro e assassinio di una giovane donna buddista nel maggio del 2012 nella zona di Taungup. La reazione dei gruppi buddisti portò all'uccisione di decine di musulmani, devastazioni, case bruciate. Un'altra versione della storia, che però arriva da fonti pakistane, parla della reazione buddista alla conversione di una donna buddista all'Islam e sposata da un giovane musulmano. A soffiare sulla protesta anti-islamica è un prete buddista, Shin Wirathu, 47 anni, che, dal suo tempio di Mandalay, parla di un "grande piano" dei musulmani per trasformare il Myanmar in uno Stato islamico, sulla falsariga del confinante Bangladesh. Il monaco estremista, con il suo movimento nazionalista "969" ("creato come difesa, per proteggere la cultura e l'identità buddista") si è conquistato anche la copertina di Time magazine, con il titolo "The face of Buddhist terror".
La versione del monaco. La tesi del monaco è che i musulmani appaiono prima deboli, ma appena sono forti si comportano come lupi o iene. Ha detto all'inviato della Bbc: "Negli ultimi 50 anni noi abbiamo fatto le nostre compere nei negozi dei musulmani e loro sono divenuti sempre più ricchi e opulenti rispetto a noi e ora possono comprare e sposare le nostre donne. In questo modo loro non solo hanno distrutto e sono penetrati nella nostra nazione, ma anche nella nostra religione". I seguaci del monaco sono soliti distribuire e apporre sui negozi adesivi con stampato sopra il numero "969" (da qui il nome del movimento), numero che simboleggia gli elementi del buddismo.
L'inciddente nato da un diverbio. Nel marzo 2013 nuovo incidente a partire da un diverbio iniziato in un negozio di oro tra un venditore musulmano e una coppia di acquirenti buddisti interessati a dei gioielli. La disputa sul prezzo ha portato ad uno scontro, un monaco buddista sarebbe stato ferito e morto più tardi in ospedale. Da qui nuovi assalti ai quartieri islamici. Intere aree bruciate, come nell'ottobre sulla costa, a Kyaukpyu: dalle fotografie del satellite Human Right Watch ha mostrato la distruzione e la violenza che ha cancellato case e barche di pescatori nella notte tra il 24 e il 25 ottobre, come uno tsunami. Ancora lo scorso gennaio, altri 40 morti nel Rakhine. Ora la denuncia del massacro sulla strada per Yangoon.
Nei campi dei rifugiati. Medici senza frontiere in questi ultimi anni è potuta intervenire in 15 degli 80 campi creati per gli sfollati e vittime delle violenze. Malattie della pelle, vermi, tosse cronica e diarrea sono le patologie più comuni riscontrate durante le visite mediche svolte nei campi. I tassi di malnutrizione variano, ma il rapido screening effettuato da Msf ha mostrato numeri allarmanti di bambini con malnutrizione acuta grave. Malgrado l'acqua pulita sia spesso disponibile in quantità sufficienti, alcuni sfollati non vi hanno accesso. La malaria è endemica nella zona, la tubercolosi è assai diffusa, Hiv e salute materno infantile sono le altre emergenze.
Le voci degli sfollati. Secondo i dati ufficiali di Msf nel periodo di crisi sono state curate circa 50 mila persone, la maggior parte delle quali nei campi di Maung Daw, Sittwe e Pauk Taw townships. Le voci degli sfollati nei campi sono molto chiare: "Siamo molto preoccupati per le nostre donne nel campo. Duecento di loro sono incinte e non possono andare in una clinica ma dovranno partorire qui... nel fango e senza un medico", ha affermato uno sfollato del campo di Pauktaw, parlando con i volontari di Medici senza frontiere, "l'unico bacino di acqua potabile che abbiamo è quello che dobbiamo condividere con il bestiame del villaggio vicino. A cinque minuti da qui c'è un laghetto di acqua pulita, cristallina. Ma non osiamo andarci".
Dall'Afghanistan alla birmania. Vickie Hawkins, 41 anni, inglese, è il capo della missione di Msf-Olanda nella zona: da 15 anni nella ong (prima ha lavorato per tre anni con Oxfam, ong contro ingiustizie e povertà) formazione in scienze politiche, due figli (Emilio, 7 anni e Dante, 5anni) sposata con un ingegnere italiano nato nella provincia di Bergamo. Vickie da due anni e mezzo vive in Myanmar, a Yangoon, ma ha una grande esperienza in Asia: Pakistan, Caucaso del Nord, Cina e Afghanistan. Proprio la Hawkins era a capo della missione afgana quando, era il 2004, la Land Cruiser che riportava alla base cinque collaboratori della ong fu colpita da una granata: tutti uccisi in un attacco terroristico rivendicato dai talebani. Fu proprio Vickie ad annunciare, era il 28 luglio, che entro la fine di agosto tutto lo staff internazionale avrebbe lasciato il Paese, con 1400 lavoratori locali che avrebbero perso il posto, dopo 24 anni di programmi realizzati in tutto il Paese.
Un dramma e uno shock per tutta Msf. Msf aveva sempre svolto un lavoro imparziale, rifiutando denaro da qualsiasi governo. Ma i talebani accusarono i volontari Msf di essere "spie al servizio degli Stati Uniti". "Quando ci accusano direttamente in questo modo", disse la Hawkins al Guardian, "mettono l'organizzazione in una condizione molto difficile in tutto il Paese". Ora in Birmania, nel Rakhine, le accuse da parte degli estremisti buddisti a Msf di "aiutare solo i musulmani" sembrano riportare ad una situazione analoga. L'attività dei volontari non è facile: esistono minacce, ostilità e incomprensioni. Su volantini, lettere e post su Facebook, Msf e altre organizzazioni sono state ripetutamente accusate da alcuni membri della comunità Rakhine di avere una propensione per i Rohingya. "Nel Rakhine, come in ogni paese dove interveniamo", spiega la Hawkins negli uffici dell'Headquarter di Msf-Olanda a Yangoon, "agiamo in modo imparziale rispetto alle necessità mediche. Solo il bisogno determina il nostro intervento.
La malaria non conosce barriere. Venti anni fa, era il 1994, il numero dei pazienti con febbri malariche, ci portò a decidere per un programma di controllo della malaria nell'area. La malaria non conosce barriere etniche o religiose e dal 2004 abbiamo trattato 1 milione e 240 mila pazienti di ogni gruppo etnico (nel Myanmar ne esistono 135, ndr). In questi venti anni in cui abbiamo lavorato abbiamo potuto constatare un deterioramento della situazione umanitaria dei Rohingya. Lo si può vedere dai dati di malnutrizione acuta, che tra i Rohingya rimane costantemente intorno al 20% mentre tra la comunità Rakhine, cito i più recenti studi, non si segnalano dati significativi. Operiamo dove c'è più necessità e le maggiori emergenze sono nelle aree dove c'è una maggioranza di popolazione Rohingya. E sebbene le nostre cliniche siano dislocate in questi quartieri, sono comunque aperte a tutti, senza distinzioni etniche o religiose". Poi la Hawkins continua: "Altro esempio, nel 2010, quando il ciclone Giri devastò il Rakhine: Msf rispose focalizzando gli interventi nelle township di Minbya e Myebon, a maggioranza Rakhine, buddisti. Rispondemmo in base alle necessità, non certo all'appartenenza etnica. Queste spiegazioni sono in gran parte accettate, ma c'è chi vuole politicizzare l'operato delle associazioni umanitarie con campagne di ostilità per propri fini politici".
Operazione salute. "I Rohingya, che non sono riconosciuti come cittadini del Myanmar", racconta la Hawkins, "hanno grandi difficoltà di accesso alle cure, sia per la carenza di servizi del ministero della Salute che per le restrizioni di movimento a cui sono sottoposti dal governo per ragioni di sicurezza". Msf nel Rakhine agisce con cliniche fisse e mobili in nove township e nei villaggi isolati nelle campagne. Nel solo 2013 sono state effettuate 408.976 visite. "Sono un'ottantina i campi per rifugiati, ospitano tra i 3mila e i 15 mila rifugiati, vittime delle violenze, persone che hanno perduto casa perché interi quartieri e villaggi sono stati bruciati. Complessivamente in queste squallide realtà vivono 143 mila donne, bambini e uomini, musulmani o creduti tali, il 90% rohingya, ma anche gente della piccola comunità islamica dei Kaman".
Senza distinzioni etniche. "La lontananza dei campi e la frammentarietà delle realtà ci permette di fare visite una volta a settimana. Comunque interveniamo per le emergenze e per i trasferimenti negli ospedali in collaborazione con l'autorità sanitaria, anche su richiesta, senza alcune distinzione etnica o religiosa. Ci focalizziamo sulle necessità sanitarie che sono meno coperte dal ministero della Salute, evitando duplicazioni. Di fatto però", conclude Vickie Hawkins, "le comunità Rakhine possono recarsi ovunque per accedere ad uno dei servizi sanitari statali o anche privati, mentre i Rohingya, a causa delle restrizioni sugli spostamenti non possono farlo. Occorre farlo sapere".
Nel mirino della maggioranza buddista. Nel Rakhine vivono 800mila Rohingya (su 4 milioni di abitanti) gente ora nel mirino dei nazionalisti ed estremisti della maggioranza buddista. Gli scontri più gravi sono avvenuti nel giugno 2012, poi di nuovo nell'ottobre 2012, con circa 200 morti in gran parte musulmani, tanto da portare allo stato di emergenza e alla chiusura della zona all'accesso anche per i volontari di Medici senza frontiere che proprio quest'anno celebra 20 anni di intervento nella regione. Altri incidenti e morti a marzo 2013 nelle regioni centrali e fino allo scorso ottobre. Poi di nuove nel Rakhine questo gennaio; piccole grande violenze anche in questi giorni. Gli scontri hanno portato ad un esodo di circa 75 mila persone a giugno 2012 e altre 40 mila ad ottobre.
La denuncia di un nuovo massacro. Ora il sito sul popolo Rohingya denuncia un nuovo massacro di 16 persone su un gruppo di 18 (due soli sopravvissuti) avvenuto lo scorso 16 febbraio per opera di estremisti armati. Il gruppo che proveniva dalle città di Minpya e Mrauk U (l'antica capitale del regno di Rakhine) si era affidato ad un trafficante per andare a Yangoon, ma il camion su cui i 18 viaggiavano senza permesso (i Rohingya non essendo riconosciuti come cittadini birmani non possono spostarsi nel Paese) si è fermato e, secondo le testimonianze, il gruppo ha dovuto continuare a piedi. "Ci hanno detto che c'era un posto di blocco", hanno raccontato i sopravvissuti. Poi nella foresta l'agguato a colpi di fucile e la fuga. Non vi sono, finora, conferme ufficiali del massacro, ma c'è l'elenco dei nomi delle presunte vittime e il nome del trafficante. Per Medici senza frontiere che opera nella zona potrebbe diventare difficile operare, proprio per il clima sempre più teso nell'area.
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L'allarme delle Ong. Sia le ong occidentali presenti in Brimania, sia il sito rohingya blogger lanciano un allarme anche sul controverso censimento che, dopo 30 anni, sarà avviato dal prossimo mese: "la presenza e la formulazione di domande sull'appartenenza etnica e tribale potrebbe portare a discriminazioni e nuove violenze in varie parti del Paese", sostengono. Dei 135 gruppi etnici presenti, molti non sono considerati per la scarsa consistenza numerica oppure vengono accorpati gruppi diversi che non vogliono essere inclusi in altri. La domanda sulla religione è anche problematica: certificare l'aumento del numero di musulmani nel Paese, potrebbe scatenare la reazione degli estremisti buddisti.
Le violenze e i buddisti. La scintilla iniziale per le violenze si rifà ad uno stupro e assassinio di una giovane donna buddista nel maggio del 2012 nella zona di Taungup. La reazione dei gruppi buddisti portò all'uccisione di decine di musulmani, devastazioni, case bruciate. Un'altra versione della storia, che però arriva da fonti pakistane, parla della reazione buddista alla conversione di una donna buddista all'Islam e sposata da un giovane musulmano. A soffiare sulla protesta anti-islamica è un prete buddista, Shin Wirathu, 47 anni, che, dal suo tempio di Mandalay, parla di un "grande piano" dei musulmani per trasformare il Myanmar in uno Stato islamico, sulla falsariga del confinante Bangladesh. Il monaco estremista, con il suo movimento nazionalista "969" ("creato come difesa, per proteggere la cultura e l'identità buddista") si è conquistato anche la copertina di Time magazine, con il titolo "The face of Buddhist terror".
La versione del monaco. La tesi del monaco è che i musulmani appaiono prima deboli, ma appena sono forti si comportano come lupi o iene. Ha detto all'inviato della Bbc: "Negli ultimi 50 anni noi abbiamo fatto le nostre compere nei negozi dei musulmani e loro sono divenuti sempre più ricchi e opulenti rispetto a noi e ora possono comprare e sposare le nostre donne. In questo modo loro non solo hanno distrutto e sono penetrati nella nostra nazione, ma anche nella nostra religione". I seguaci del monaco sono soliti distribuire e apporre sui negozi adesivi con stampato sopra il numero "969" (da qui il nome del movimento), numero che simboleggia gli elementi del buddismo.
L'inciddente nato da un diverbio. Nel marzo 2013 nuovo incidente a partire da un diverbio iniziato in un negozio di oro tra un venditore musulmano e una coppia di acquirenti buddisti interessati a dei gioielli. La disputa sul prezzo ha portato ad uno scontro, un monaco buddista sarebbe stato ferito e morto più tardi in ospedale. Da qui nuovi assalti ai quartieri islamici. Intere aree bruciate, come nell'ottobre sulla costa, a Kyaukpyu: dalle fotografie del satellite Human Right Watch ha mostrato la distruzione e la violenza che ha cancellato case e barche di pescatori nella notte tra il 24 e il 25 ottobre, come uno tsunami. Ancora lo scorso gennaio, altri 40 morti nel Rakhine. Ora la denuncia del massacro sulla strada per Yangoon.
Nei campi dei rifugiati. Medici senza frontiere in questi ultimi anni è potuta intervenire in 15 degli 80 campi creati per gli sfollati e vittime delle violenze. Malattie della pelle, vermi, tosse cronica e diarrea sono le patologie più comuni riscontrate durante le visite mediche svolte nei campi. I tassi di malnutrizione variano, ma il rapido screening effettuato da Msf ha mostrato numeri allarmanti di bambini con malnutrizione acuta grave. Malgrado l'acqua pulita sia spesso disponibile in quantità sufficienti, alcuni sfollati non vi hanno accesso. La malaria è endemica nella zona, la tubercolosi è assai diffusa, Hiv e salute materno infantile sono le altre emergenze.
Le voci degli sfollati. Secondo i dati ufficiali di Msf nel periodo di crisi sono state curate circa 50 mila persone, la maggior parte delle quali nei campi di Maung Daw, Sittwe e Pauk Taw townships. Le voci degli sfollati nei campi sono molto chiare: "Siamo molto preoccupati per le nostre donne nel campo. Duecento di loro sono incinte e non possono andare in una clinica ma dovranno partorire qui... nel fango e senza un medico", ha affermato uno sfollato del campo di Pauktaw, parlando con i volontari di Medici senza frontiere, "l'unico bacino di acqua potabile che abbiamo è quello che dobbiamo condividere con il bestiame del villaggio vicino. A cinque minuti da qui c'è un laghetto di acqua pulita, cristallina. Ma non osiamo andarci".
Dall'Afghanistan alla birmania. Vickie Hawkins, 41 anni, inglese, è il capo della missione di Msf-Olanda nella zona: da 15 anni nella ong (prima ha lavorato per tre anni con Oxfam, ong contro ingiustizie e povertà) formazione in scienze politiche, due figli (Emilio, 7 anni e Dante, 5anni) sposata con un ingegnere italiano nato nella provincia di Bergamo. Vickie da due anni e mezzo vive in Myanmar, a Yangoon, ma ha una grande esperienza in Asia: Pakistan, Caucaso del Nord, Cina e Afghanistan. Proprio la Hawkins era a capo della missione afgana quando, era il 2004, la Land Cruiser che riportava alla base cinque collaboratori della ong fu colpita da una granata: tutti uccisi in un attacco terroristico rivendicato dai talebani. Fu proprio Vickie ad annunciare, era il 28 luglio, che entro la fine di agosto tutto lo staff internazionale avrebbe lasciato il Paese, con 1400 lavoratori locali che avrebbero perso il posto, dopo 24 anni di programmi realizzati in tutto il Paese.
Un dramma e uno shock per tutta Msf. Msf aveva sempre svolto un lavoro imparziale, rifiutando denaro da qualsiasi governo. Ma i talebani accusarono i volontari Msf di essere "spie al servizio degli Stati Uniti". "Quando ci accusano direttamente in questo modo", disse la Hawkins al Guardian, "mettono l'organizzazione in una condizione molto difficile in tutto il Paese". Ora in Birmania, nel Rakhine, le accuse da parte degli estremisti buddisti a Msf di "aiutare solo i musulmani" sembrano riportare ad una situazione analoga. L'attività dei volontari non è facile: esistono minacce, ostilità e incomprensioni. Su volantini, lettere e post su Facebook, Msf e altre organizzazioni sono state ripetutamente accusate da alcuni membri della comunità Rakhine di avere una propensione per i Rohingya. "Nel Rakhine, come in ogni paese dove interveniamo", spiega la Hawkins negli uffici dell'Headquarter di Msf-Olanda a Yangoon, "agiamo in modo imparziale rispetto alle necessità mediche. Solo il bisogno determina il nostro intervento.
La malaria non conosce barriere. Venti anni fa, era il 1994, il numero dei pazienti con febbri malariche, ci portò a decidere per un programma di controllo della malaria nell'area. La malaria non conosce barriere etniche o religiose e dal 2004 abbiamo trattato 1 milione e 240 mila pazienti di ogni gruppo etnico (nel Myanmar ne esistono 135, ndr). In questi venti anni in cui abbiamo lavorato abbiamo potuto constatare un deterioramento della situazione umanitaria dei Rohingya. Lo si può vedere dai dati di malnutrizione acuta, che tra i Rohingya rimane costantemente intorno al 20% mentre tra la comunità Rakhine, cito i più recenti studi, non si segnalano dati significativi. Operiamo dove c'è più necessità e le maggiori emergenze sono nelle aree dove c'è una maggioranza di popolazione Rohingya. E sebbene le nostre cliniche siano dislocate in questi quartieri, sono comunque aperte a tutti, senza distinzioni etniche o religiose". Poi la Hawkins continua: "Altro esempio, nel 2010, quando il ciclone Giri devastò il Rakhine: Msf rispose focalizzando gli interventi nelle township di Minbya e Myebon, a maggioranza Rakhine, buddisti. Rispondemmo in base alle necessità, non certo all'appartenenza etnica. Queste spiegazioni sono in gran parte accettate, ma c'è chi vuole politicizzare l'operato delle associazioni umanitarie con campagne di ostilità per propri fini politici".
Operazione salute. "I Rohingya, che non sono riconosciuti come cittadini del Myanmar", racconta la Hawkins, "hanno grandi difficoltà di accesso alle cure, sia per la carenza di servizi del ministero della Salute che per le restrizioni di movimento a cui sono sottoposti dal governo per ragioni di sicurezza". Msf nel Rakhine agisce con cliniche fisse e mobili in nove township e nei villaggi isolati nelle campagne. Nel solo 2013 sono state effettuate 408.976 visite. "Sono un'ottantina i campi per rifugiati, ospitano tra i 3mila e i 15 mila rifugiati, vittime delle violenze, persone che hanno perduto casa perché interi quartieri e villaggi sono stati bruciati. Complessivamente in queste squallide realtà vivono 143 mila donne, bambini e uomini, musulmani o creduti tali, il 90% rohingya, ma anche gente della piccola comunità islamica dei Kaman".
Senza distinzioni etniche. "La lontananza dei campi e la frammentarietà delle realtà ci permette di fare visite una volta a settimana. Comunque interveniamo per le emergenze e per i trasferimenti negli ospedali in collaborazione con l'autorità sanitaria, anche su richiesta, senza alcune distinzione etnica o religiosa. Ci focalizziamo sulle necessità sanitarie che sono meno coperte dal ministero della Salute, evitando duplicazioni. Di fatto però", conclude Vickie Hawkins, "le comunità Rakhine possono recarsi ovunque per accedere ad uno dei servizi sanitari statali o anche privati, mentre i Rohingya, a causa delle restrizioni sugli spostamenti non possono farlo. Occorre farlo sapere".