BEIRUT - Due uomini corrono con una barella verso l'ambulanza che aspetta all'entrata del campo di Burj al-Barajneh, che non riesce a passare per i vicoli angusti. Il ragazzo sulla barella è stato fulminato da una scarica elettrica, vittima delle migliaia di fili scoperti, che come una fitta rete, collegano gli edifici del campo. "Morirà per la strada - commenta Yahla, quarantenne palestinese che ci accompagna - qui in un chilometro quadrato viviamo in 40.000 e non c'è neanche un centro medico. La storia non cambia. Il figlio del palestinese ricco vive e studia all'estero, mentre il figlio del palestinese povero vive e muore qui nel campo".
La frattura del nazionalismo palestinese. Yahia partecipa attivamente alle manifestazioni che sembrano segnare una frattura profonda nel mondo dei profughi palestinesi in Libano. Con molti altri è sceso in piazza per chiedere l'autorizzazione all'emigrazione di massa. Una questione che suscita un dibattito acceso, perché tocca un punto centrale del nazionalismo palestinese: il diritto al ritorno nelle terre da cui furono espulsi nel 1948. Un diritto da sempre respinto da Israele. La gran maggioranza dei palestinesi è contraria all'emigrazione di massa. La vedono come un tradimento della loro causa, perché vorrebbero invece che fosse sancito dalla politica de dalla comunità internazionale il loro diritto al rietro. L'emigrazione, tra l'altro - sostengono in molti - sarebbe anche uno stratagemma per indurre i rifugiati a lasciare il mondo arabo verso l'occidente. Una diaspora che potrebbe seppellire definitivamente il loro diritto al ritorno.
Cresce il fronte di chi vuole scappare. Lentamente, però, sta crescendo il fronte di chi vuole lasciare il Libano. Sono palestinesi nati e cresciuti nei campi profughi, che affermano di non avere nessuna intenzione di dimenticare la madre patria, ma che sono stanchi della mancanza di diritti civili, di lavoro e delle pessime condizioni di vita nel Paese dei Cedri. "Non voglio abbandonare la Palestina, ma i nostri capi qui e in Palestina non dovrebbero abbandonarci", dice Yahia. Ha 50 anni e fa il muratore da quando ne aveva 10, è nato in un campo in Libano e non ha mai lasciato il Paese. Oggi non riesce a far studiare i suoi 6sei figli "È sempre più difficile trovare lavoro. Gli imprenditori libanesi prendono operai siriani, costano ancora meno di noi. Mio figlio maggiore, laureato in ingegneria, non riesce a trovare lavoro neanche per la raccolta della frutta." Sul disagio dei palestinesi pesa anche la crisi siriana. Quasi 1.300.000 profughi alla ricerca di un modo per sopravvivere hanno destabilizzato il fragile mercato del lavoro libanese.
La paura della storia che si ripete. Arrivati in Libano nel 1948, cacciati dalle loro case, dovevano restare pochi mesi e poi tornare in patria, come stabiliva la stessa risoluzione dell'ONU che in quell'anno sanciva la nascita dello stato di Israele. Invece, da quasi settanta anni vivono dentro i campi, privati dei diritti civili, con il divieto di esercitare molte professioni, senza la possibilità di acquistare case e terreni. La spinta per questa protesta arriva anche da un crescente senso d'insicurezza, da quella che molti palestinesi chiamano una campagna d'odio contro i campi. I libanesi temono che negli impenetrabili vicoli dei campi profughi si nascondano cellule terroristiche salafite e quaediste. Gli abitanti di Burj al- Barajneh parlano con preoccupazione del possibile ripetersi della "Guerra dei Campi", quando i profughi palestinesi sono stati assediati verso la fine della guerra civile libanese.
Restare per ritornare. "A pensare di emigrare - dice Dib al-Atout, un responsabile del campo - sono soprattutto i giovani, spesso laureati che non trovano lavoro a causa della nazionalità. Per questo dobbiamo batterci per il diritto al ritorno." Un funzionario di Hamas in Libano, Ali Barakeh, ritiene che protesta chi ha abbandonato la lotta per il ritorno. "Dobbiamo respingere queste idee, perché fanno parte delle proposte del Segretario di Stato americano, John Kerry, che cerca di aggirare il diritto al ritorno incoraggiando i palestinesi a prendere nuove nazionalità o emigrare all'estero". Per Saleh, farmacista disoccupato di 26 anni "L'emigrazione di massa va respinta, ma vorrei fosse più semplice per i singoli cercare lavoro fuori. Il diritto al ritorno è inalienabile. I palestinesi all'estero sono dei portavoce della nostra causa."
Tornare o vivere fuori dal campo. Nella grande comunità dei rifugiati palestinesi in Libano, circa 350.000 persone, il dibattito è aperto. Hussein mostra un vecchio mazzo di chiavi "Queste sono le chiavi della casa di mio nonno a Haifa. Un giorno io o i miei figli le useremo ancora. Ora dobbiamo mangiare e devo far studiare i piccoli. Vorrei che crescessero fuori dal campo di Burj al-Barajneh, dove io sono nato e probabilmente morirò".
Mentre stiamo per uscire dal campo Yahia ci raggiunge e ci informa che il giovane ferito è morto per arresto cardiaco prima di arrivare all'ospedale.
La frattura del nazionalismo palestinese. Yahia partecipa attivamente alle manifestazioni che sembrano segnare una frattura profonda nel mondo dei profughi palestinesi in Libano. Con molti altri è sceso in piazza per chiedere l'autorizzazione all'emigrazione di massa. Una questione che suscita un dibattito acceso, perché tocca un punto centrale del nazionalismo palestinese: il diritto al ritorno nelle terre da cui furono espulsi nel 1948. Un diritto da sempre respinto da Israele. La gran maggioranza dei palestinesi è contraria all'emigrazione di massa. La vedono come un tradimento della loro causa, perché vorrebbero invece che fosse sancito dalla politica de dalla comunità internazionale il loro diritto al rietro. L'emigrazione, tra l'altro - sostengono in molti - sarebbe anche uno stratagemma per indurre i rifugiati a lasciare il mondo arabo verso l'occidente. Una diaspora che potrebbe seppellire definitivamente il loro diritto al ritorno.
Cresce il fronte di chi vuole scappare. Lentamente, però, sta crescendo il fronte di chi vuole lasciare il Libano. Sono palestinesi nati e cresciuti nei campi profughi, che affermano di non avere nessuna intenzione di dimenticare la madre patria, ma che sono stanchi della mancanza di diritti civili, di lavoro e delle pessime condizioni di vita nel Paese dei Cedri. "Non voglio abbandonare la Palestina, ma i nostri capi qui e in Palestina non dovrebbero abbandonarci", dice Yahia. Ha 50 anni e fa il muratore da quando ne aveva 10, è nato in un campo in Libano e non ha mai lasciato il Paese. Oggi non riesce a far studiare i suoi 6sei figli "È sempre più difficile trovare lavoro. Gli imprenditori libanesi prendono operai siriani, costano ancora meno di noi. Mio figlio maggiore, laureato in ingegneria, non riesce a trovare lavoro neanche per la raccolta della frutta." Sul disagio dei palestinesi pesa anche la crisi siriana. Quasi 1.300.000 profughi alla ricerca di un modo per sopravvivere hanno destabilizzato il fragile mercato del lavoro libanese.
La paura della storia che si ripete. Arrivati in Libano nel 1948, cacciati dalle loro case, dovevano restare pochi mesi e poi tornare in patria, come stabiliva la stessa risoluzione dell'ONU che in quell'anno sanciva la nascita dello stato di Israele. Invece, da quasi settanta anni vivono dentro i campi, privati dei diritti civili, con il divieto di esercitare molte professioni, senza la possibilità di acquistare case e terreni. La spinta per questa protesta arriva anche da un crescente senso d'insicurezza, da quella che molti palestinesi chiamano una campagna d'odio contro i campi. I libanesi temono che negli impenetrabili vicoli dei campi profughi si nascondano cellule terroristiche salafite e quaediste. Gli abitanti di Burj al- Barajneh parlano con preoccupazione del possibile ripetersi della "Guerra dei Campi", quando i profughi palestinesi sono stati assediati verso la fine della guerra civile libanese.
Restare per ritornare. "A pensare di emigrare - dice Dib al-Atout, un responsabile del campo - sono soprattutto i giovani, spesso laureati che non trovano lavoro a causa della nazionalità. Per questo dobbiamo batterci per il diritto al ritorno." Un funzionario di Hamas in Libano, Ali Barakeh, ritiene che protesta chi ha abbandonato la lotta per il ritorno. "Dobbiamo respingere queste idee, perché fanno parte delle proposte del Segretario di Stato americano, John Kerry, che cerca di aggirare il diritto al ritorno incoraggiando i palestinesi a prendere nuove nazionalità o emigrare all'estero". Per Saleh, farmacista disoccupato di 26 anni "L'emigrazione di massa va respinta, ma vorrei fosse più semplice per i singoli cercare lavoro fuori. Il diritto al ritorno è inalienabile. I palestinesi all'estero sono dei portavoce della nostra causa."
Tornare o vivere fuori dal campo. Nella grande comunità dei rifugiati palestinesi in Libano, circa 350.000 persone, il dibattito è aperto. Hussein mostra un vecchio mazzo di chiavi "Queste sono le chiavi della casa di mio nonno a Haifa. Un giorno io o i miei figli le useremo ancora. Ora dobbiamo mangiare e devo far studiare i piccoli. Vorrei che crescessero fuori dal campo di Burj al-Barajneh, dove io sono nato e probabilmente morirò".
Mentre stiamo per uscire dal campo Yahia ci raggiunge e ci informa che il giovane ferito è morto per arresto cardiaco prima di arrivare all'ospedale.