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Egitto, il traffico di organi è un affare milionario: la terribile storia di Mohamed e Ruweida

Sono due coniugi tra le centinaia di vittime sudanesi del commercio di parti del corpo umano, che ha in Egitto uno dei centri più attivi su scala globale. Sottoposti a pressioni e minacce, i due hanno deciso di rivolgersi a Mohamed Matar, l'ultimo operatore rimasto al Cairo della Coalizione per la Soluzione del Cedimento di Organi (COFS)

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CAIRO - Mohamed e Ruweida alzano lentamente le tuniche che indossano e scoprono due lunghe cicatrici sopra l'anca destra. "Dal giorno in cui è stata rapita e le è stato rubato un rene", dice Mohamed, "mia moglie non ha più voluto dormire al mio fianco e passa gran parte del tempo a piangere. "Mohamed e Ruweida sono due tra le centinaia di vittime sudanesi del traffico d'organi, che ha in Egitto uno dei centri più attivi su scala globale. Sottoposti a pressioni e minacce, i coniugi hanno deciso di rivolgersi a Mohamed Matar, l'ultimo operatore rimasto al Cairo della Coalizione per la Soluzione del Cedimento di Organi (COFS), con sede negli Stati Uniti.  

Cos'è il COFS. Se è nel 2005 che COFS è stato fondato, è solo dal 2011, in seguito a crescenti richieste d'aiuto, che ha cominciato a occuparsi quasi esclusivamente dei molti casi di traffico d'organi, in particolare reni, che coinvolgono la comunità sudanese in Egitto. Data la natura illegale della pratica e i rischi che si corrono nel denunciarla, i casi di trapianto illegale non possono essere quantificati. "Tra il 2011 e il 2013 ho condotto quasi 60 interviste" - spiega Matar - "ma la maggior parte delle vittime ha paura di esporsi". Nel febbraio 2010 l'Egitto ha varato la legge contro il traffico ma, come aggiunge Matar, "dalla rivoluzione del 2011 la situazione non ha fatto che peggiorare. Le autorità non ritengono il traffico d'organi una priorità se confrontato con le difficoltà politiche correnti e, parallelamente, il numero di operazioni illegali è in crescita per l'alta domanda dai vicini paesi del Golfo." I khaliji spenderebbero fino a 40.000 dollari pur di farsi trapiantare un rene sudanese ed evitare lunghe e noiose trafile burocratiche.

La dinamica. Il prezzo per un rene asportato illegalmente è molto elevato, perché a trarne profitto sono in tanti. Non è soltanto il trafficante sudanese - rifugiato richiedente asilo o spalleggiato dalle autorità, ma anche dottori e infermieri locali, a reclamare una fetta del bottino. Come nel caso di Mohamed e Ruweida, la maggior parte delle vittime non ricava nulla dalla vendita del proprio rene, ma le dinamiche del trapianto possono andare da vero e proprio furto a coercizione tramite minacce. A rendere difficile e pericoloso, sia per le vittime che per Matar, affrontare la questione pubblicamente è che, "La gran parte di trapianti illegali avviene in cliniche private, talvolta in ospedali statali, del Cairo e Alessandria" - dice Matar - "e perciò con la collaborazione, o il tacito consenso, delle autorità egiziane".

Mohamed. Da semplice impiegato statale, Mohamed era, suo malgrado, venuto a conoscenza di alcuni loschi affari manovrati dalle alte cariche sudanesi. Vittima di pesanti minacce dalle autorità di Khartoum, preoccupate che potesse distribuire preziose informazioni, fu tenuto in isolamento per mesi. Al suo rilascio non ne voleva sapere di rimanere in Sudan e vide nell'incontro con Somali, un trafficante locale, un segno premonitore. Gli erano stati promessi 1000 euro se avesse portato al Cairo con sé una giovane ragazza etiope, e così fece. All'aeroporto la donna fu prelevata da un secondo trafficante, mentre a Mohamed fu indicata la strada di casa. Soffriva di forti dolori allo stomaco e aveva bisogno di medicazioni, ma "Somali disse che i soldi promessi sarebbero serviti per mangiare. Protestai, mi sequestrò il passaporto e non mangiai più", racconta Mohamed. Solo quando i dolori divennero insopportabili, Somali portò Mohamed a farsi visitare. "In una clinica privata mi dissero che dovevo sottopormi ad una dialisi. Dopo poche ore ero già fuori e non avevo ancora idea di cosa mi fosse successo". A Mohamed era stato tolto un rene.

Ruweida. "Quando Mohamed se n'è andato le autorità sudanesi mi hanno sbattuto in prigione per 45 giorni tartassandomi di domande su di lui", dice Ruweida. "Al rilascio, ho avuto il primo dei nostri due bambini, ma non riuscivo ad allattarlo". Ruweida voleva raggiungere il marito e contattò un vecchio amico di Mohamed residente al Cairo. Grazie alla comunità sudanese, i coniugi si ricongiunsero. "A parte le difficoltà economiche, la nostra vita scorreva tranquilla ma non riuscivo a non pensare che mia moglie e i miei figli sarebbero potuti diventare vittime di rappresaglie per colpa mia". Fu così che, un giorno, Ruweida uscì di casa con la figlia per andare al mercato. "Lungo la strada del ritorno" - racconta - "fui avvicinata da un'auto con a bordo due uomini. Non feci in tempo a rifiutare l'offerta di un passaggio che mi sentii mancare sul sedile posteriore". Al suo risveglio, una giovane infermiera egiziana le disse, stringendo a sé sua figlia, che il trapianto di reni era stato un successo.

Matar non demorde. Mohamed e Ruweida vivono in una casa piccola e buia alla periferia del Cairo. I figli non possono andare a scuola, gli insetti brulicano dappertutto. "Quando Ruweida è tornata a casa dopo il trapianto" - dice Mohamed - "ricevetti una telefonata da qualcuno che diceva: 'se parli ammaziamo te e la tua famiglia'. Sono corso alla polizia e a UNHCR a denunciare l'accaduto". Alla centrale, Mohamed è stato deriso: con i tumulti in corso, le disgrazie di un povero sudanese erano l'ultimo dei loro problemi. L'UNHCR invece rispose che ci avrebbero messo due o tre anni per venire a capo della vicenda. Alla comunità sudanese Mohamed sentì parlare di Matar, membro di COFS. Decise così di raccontargli la sua storia. "Egiziani e sudanesi hanno provato a farmi fuori con ogni mezzo" - dice Matar - "ma non mi sono mai arreso". In sei anni di lavoro e diversi report su un sistema corrotto e radicato ha cambiato residenza 64 volte ed è stato vittima di attacchi e minacce. Mentre i suoi colleghi hanno deciso di andarsene negli Usa, Matar non molla e la causa dei suoi fratelli è per lui una ragione di vita.