BEIRUT - Manal Assi aveva trentatré anni e due figli. Ed è stata uccisa due volte. La prima volta da suo marito, che dopo averla picchiata per 15 anni e averle affiancato una seconda moglie, un pomeriggio l'ha colpita ripetutamente con una pentola fino a farle perdere i sensi. Ubriaco di potere, ha poi chiamato la famiglia della donna per farla assistere al suo trapasso per strangolamento ed ha impedito ai paramedici di soccorrerla. La seconda volta, invece, Manal è stata uccisa dallo Stato. Uno Stato assente che, a quanto pare, non ha mai avuto il tempo di occuparsi della violenza domestica, una vera e propria piaga sociale che genera ogni anno decine di decessi e centinaia di richieste di aiuto.
I numeri di un massacro. Le stime delle organizzazioni per i diritti umani - prima tra tutte Kafa, Ong libanese contro la violenza di genere - parlano chiaro: almeno tre quarti delle donne libanesi sperimenta, a un certo punto della propria vita, la violenza tra le mura domestiche. I dati forniti da Kafa parlano di circa 600 segnalazioni nel 2013, che nel 2014 arrivano con una media di cinque o sei al giorno. Dieci i casi accertati di omicidio nei primi otto mesi del 2013, quattro le vittime - tra cui due donne incinte - dall'inizio dell'anno. Nel 2012, il bilancio era stato di 16 donne assassinate da fratelli, padri o mariti: casi identificati come delitti d'onore. Mai realmente puniti.
Ma oggi la legge c'è. Oggi, a quasi due mesi dalla morte di Manal, una legge c'è. L'ha votata il primo aprile un Parlamento traballante, sommerso dalle carte da approvare prima del prossimo vuoto politico. E l'ha votata in fretta, dopo la manifestazione oceanica dell'8 marzo scorso e l'ennesima vittima: Rouqiya Monzer, 24 anni, uccisa dal marito con un colpo alla testa perché, massacrata di botte, voleva divorziare. La bozza, che giaceva sul tavolo dell'emiciclo dal 2007, è così passata "distorta": emendata tante di quelle volte che ora è considerata solo un palliativo. Toccata da mani religiose nel 2010, la norma è di fatto una farsa: lo stupro coniugale è punito solo in considerazione delle ferite fisiche riportate; la tutela data alla donna non include i figli; la protezione, da richiedere ad uno speciale ufficio della Procura, non è garantita sette giorni su sette. "Se l'ufficio chiude alle due per il week end - si chiede Hiba Abbai, di Kafa - e una donna viene massacrata dal marito alle quattro, a chi si deve rivolgere?"
Il codice civile. La legge, dicono le associazioni, è inutile. "Gli emendamenti apportati nel 2010 alla legge - spiega Abbai - introducono il concetto religioso di "diritto coniugale": un uomo che stupra la propria moglie non verrà mai punito per la sua azione, ma solo per il danno fisico. Le autorità religiose considerano il sesso nel matrimonio come un diritto e sono loro che decidono in materia, secondo il codice civile". Il codice civile è diverso per ognuna delle confessioni (in tutto le "sette" sono 17) e si occupa di matrimoni, divorzi, eredità. Chi giudica, spesso, non è imparziale: "I giudici - spiega ancora Hiba Abbai - tendono a considerare quello che accade nelle famiglie come qualcosa di privato. Spesso sono pressati e sicuramente orientati da un certo maschilismo". Un retaggio culturale che, unito alla lentezza e all'inefficienza del sistema giudiziario libanese, ha generato l'impunità dei mariti violenti e la trasformazione di omicidi in "incidenti domestici". L'unica sentenza, finora, è stata emessa per Mohammed Nhaily, marito di Manal Assi: condannato a morte.
Cittadine di serie B. Le donne libanesi possono fasciarsi in abiti succinti e ricostruirsi chirurgicamente una verginità nuova di zecca. Figlie di quella che una volta era "la Svizzera del Medio Oriente", nipoti di un sistema politico disegnato dalla Francia, le abitanti del Paese dei Cedri sono in realtà delle "senza diritti". Non possono, ad esempio, passare la propria nazionalità ai figli. La questione è al centro di una battaglia che vede schierate associazioni per i diritti umani e società civile contro un legislatore che considera le donne cittadine di serie B.
In un Pese di poco più di 4 milioni di persone, si stima che oltre il 10 per cento sia costituito da profughi palestinesi: a loro sono precluse oltre 70 professioni, e hanno accesso limitato a servizi sociali, educazione e sanità. I matrimoni misti generano dei veri e propri libanesi senza cittadinanza né diritti.
Tutte le discriminazioni. Discriminazioni a scuola e rifiuti al lavoro sono all'ordine del giorno, come le paghe da fame e i soprusi in caso di assunzione. In Libano non esiste una legge che tuteli la rappresentanza femminile. Con il diritto di voto concesso solo nel 1952, oggi la loro presenza nelle istituzioni appare minima. Nelle ultime elezioni parlamentari, su 12 donne in lizza, solo quattro sono riuscire a diventare deputate: tutte provengono dalle famiglie dell'élite politica libanese, favorite da un padre, un fratello o un marito.
L'origine. L'inferiorità legale della donna non è, però, una creatura dell'oscurantismo islamista: secondo una ricerca dell'analista legale Megan McKee, la disuguaglianza nella Costituzione sarebbe un retaggio dell'illuminata Francia, che aveva redatto la Carta fondamentale libanese nel 1925 sulla base del codice napoleonico. A differenza della legislazione ottomana, secondo la quale la cittadinanza poteva essere trasmessa da entrambi i genitori, quella francese poneva la donna sotto la totale giurisdizione dell'uomo: padre prima, marito poi. Legislazione che vige indisturbata dal 1926.
I numeri di un massacro. Le stime delle organizzazioni per i diritti umani - prima tra tutte Kafa, Ong libanese contro la violenza di genere - parlano chiaro: almeno tre quarti delle donne libanesi sperimenta, a un certo punto della propria vita, la violenza tra le mura domestiche. I dati forniti da Kafa parlano di circa 600 segnalazioni nel 2013, che nel 2014 arrivano con una media di cinque o sei al giorno. Dieci i casi accertati di omicidio nei primi otto mesi del 2013, quattro le vittime - tra cui due donne incinte - dall'inizio dell'anno. Nel 2012, il bilancio era stato di 16 donne assassinate da fratelli, padri o mariti: casi identificati come delitti d'onore. Mai realmente puniti.
Ma oggi la legge c'è. Oggi, a quasi due mesi dalla morte di Manal, una legge c'è. L'ha votata il primo aprile un Parlamento traballante, sommerso dalle carte da approvare prima del prossimo vuoto politico. E l'ha votata in fretta, dopo la manifestazione oceanica dell'8 marzo scorso e l'ennesima vittima: Rouqiya Monzer, 24 anni, uccisa dal marito con un colpo alla testa perché, massacrata di botte, voleva divorziare. La bozza, che giaceva sul tavolo dell'emiciclo dal 2007, è così passata "distorta": emendata tante di quelle volte che ora è considerata solo un palliativo. Toccata da mani religiose nel 2010, la norma è di fatto una farsa: lo stupro coniugale è punito solo in considerazione delle ferite fisiche riportate; la tutela data alla donna non include i figli; la protezione, da richiedere ad uno speciale ufficio della Procura, non è garantita sette giorni su sette. "Se l'ufficio chiude alle due per il week end - si chiede Hiba Abbai, di Kafa - e una donna viene massacrata dal marito alle quattro, a chi si deve rivolgere?"
Il codice civile. La legge, dicono le associazioni, è inutile. "Gli emendamenti apportati nel 2010 alla legge - spiega Abbai - introducono il concetto religioso di "diritto coniugale": un uomo che stupra la propria moglie non verrà mai punito per la sua azione, ma solo per il danno fisico. Le autorità religiose considerano il sesso nel matrimonio come un diritto e sono loro che decidono in materia, secondo il codice civile". Il codice civile è diverso per ognuna delle confessioni (in tutto le "sette" sono 17) e si occupa di matrimoni, divorzi, eredità. Chi giudica, spesso, non è imparziale: "I giudici - spiega ancora Hiba Abbai - tendono a considerare quello che accade nelle famiglie come qualcosa di privato. Spesso sono pressati e sicuramente orientati da un certo maschilismo". Un retaggio culturale che, unito alla lentezza e all'inefficienza del sistema giudiziario libanese, ha generato l'impunità dei mariti violenti e la trasformazione di omicidi in "incidenti domestici". L'unica sentenza, finora, è stata emessa per Mohammed Nhaily, marito di Manal Assi: condannato a morte.
Cittadine di serie B. Le donne libanesi possono fasciarsi in abiti succinti e ricostruirsi chirurgicamente una verginità nuova di zecca. Figlie di quella che una volta era "la Svizzera del Medio Oriente", nipoti di un sistema politico disegnato dalla Francia, le abitanti del Paese dei Cedri sono in realtà delle "senza diritti". Non possono, ad esempio, passare la propria nazionalità ai figli. La questione è al centro di una battaglia che vede schierate associazioni per i diritti umani e società civile contro un legislatore che considera le donne cittadine di serie B.
In un Pese di poco più di 4 milioni di persone, si stima che oltre il 10 per cento sia costituito da profughi palestinesi: a loro sono precluse oltre 70 professioni, e hanno accesso limitato a servizi sociali, educazione e sanità. I matrimoni misti generano dei veri e propri libanesi senza cittadinanza né diritti.
Tutte le discriminazioni. Discriminazioni a scuola e rifiuti al lavoro sono all'ordine del giorno, come le paghe da fame e i soprusi in caso di assunzione. In Libano non esiste una legge che tuteli la rappresentanza femminile. Con il diritto di voto concesso solo nel 1952, oggi la loro presenza nelle istituzioni appare minima. Nelle ultime elezioni parlamentari, su 12 donne in lizza, solo quattro sono riuscire a diventare deputate: tutte provengono dalle famiglie dell'élite politica libanese, favorite da un padre, un fratello o un marito.
L'origine. L'inferiorità legale della donna non è, però, una creatura dell'oscurantismo islamista: secondo una ricerca dell'analista legale Megan McKee, la disuguaglianza nella Costituzione sarebbe un retaggio dell'illuminata Francia, che aveva redatto la Carta fondamentale libanese nel 1925 sulla base del codice napoleonico. A differenza della legislazione ottomana, secondo la quale la cittadinanza poteva essere trasmessa da entrambi i genitori, quella francese poneva la donna sotto la totale giurisdizione dell'uomo: padre prima, marito poi. Legislazione che vige indisturbata dal 1926.