MILANO - Abdullah si sente "come una nave senza porto". Railyia "come una perekati pole", una pianta senza radici che nelle pianure russe il vento fa rotolare via. Abdullah fa parte della minoranza bidun, beduini sedentarizzati, negli Emirati Arabi Uniti, mentre Railya è una tartara nata nel Kazakhistan sovietico che a 17 anni andò a studiare in Russia, dove la colse la dissoluzione dell'Urss. Entrambi sono apolidi, cioè nessuno Stato li considera propri cittadini e, di conseguenza, non hanno riconosciuto il diritto fondamentale alla nazionalità, né assicurati i diritti ad essa correlati.
Tra patenti negate e contratti di lavoro stracciati. Railya torna con il pensiero al 1990: "Non ci si preoccupava della cittadinanza perché tutte le Repubbliche dell'ex Urss caddero in una crisi economica devastante. Il problema nelle menti delle persone era come sopravvivere, non la nazionalità". A distanza di anni, Railya inizia la carriera universitaria, consegue il dottorato e ha pubblicazioni prestigiose nonostante quando la invitino a convegni all'estero non possa partecipare dato che non si può viaggiare senza documenti. Nel 2008 però capisce che il suo sogno, diventare docente, è irrealizzabile perché apolide. Le fa eco Zeinab, palestinese cresciuta in Libano ma senza alcuna cittadinanza: "È un ostacolo per tutto: matrimonio, lavoro, patente, comprare una macchina.... ogni cosa". Quella volta che aveva il curriculum perfetto per un posto di lavoro in un'azienda di cosmetici, arrivò fino alla firma del contratto, stracciato e buttato nel cestino non appena si scoprì che non aveva la carta di identità.
Mancano dati affidabili. Secondo le più recenti stime, gli apolidi nel mondo sarebbero circa 10 milioni in tutti i continenti, tra apolidi de iure, che hanno ottenuto il riconoscimento di questo status nel paese in cui vivono, e quelli de facto, a cui semplicemente nessuno concede la cittadinanza. "Uno dei problemi - spiegano dall'Unhcr - è la mancanza di dati statistici affidabili che identifichino le persone apolidi o esposte al rischio di apolidia, le quali spesso vivono in condizioni di precarietà e marginalità, o appartengono alle minoranze". Alla fine del 2013, sono stati 75 - erano 72 nel 2012, ma solo 30 nel 2004 - i paesi che hanno fornito dati precisi all'agenzia delle Nazioni Unite; gli apolidi registrati con certezza sono passati in un anno da 3.340.000 a 3 milioni e mezzo. Tale aumento è dovuto a 210mila cittadini della Repubblica Dominicana di origine haitiana a cui una sentenza della Corte Costituzionale ha tolto la nazionalità, stabilendo che chi era nato nel paese prima del 1929 non era più da considerarsi dominicano.
E l'Italia non aderisce ad una Convezione. Due sono i trattati internazionali di riferimento, la Convenzione sullo statuto delle persone apolidi del 1954 e quella sulla riduzione dell'apolidia del 1961. Tre anni fa, in occasione del cinquantesimo anniversario di quest'ultima Convenzione, l'Unhcr ha lanciato una campagna per incoraggiare gli Stati a ratificarle. L'Italia ha aderito alla prima nel 1962, ma non ancora a quella sulla riduzione dell'apolidia. "Eppure - spiega Cristopher Hein, direttore del Consiglio Italiano per i Rifugiati (www. cir-onlus. org) - stimiamo 15mila giovani a rischio di apolidia, in gran parte rom arrivati in Italia durante gli anni '90 con lo smembramento della Jugoslavia. La loro situazione senza documenti, e di fatto senza diritti, richiede urgentemente risposte concrete".
Storie europee. In Europa invece gli apolidi arrivano a 600mila secondo l'European Network on Statelessness (www. statelessness. eu), che riunisce 53 organizzazioni di 30 paesi e si batte per la ratifica della Convenzione del 1961. Capita anche che gli apolidi finiscano dietro le sbarre per non avere i documenti, come è successo al venticinquenne Rashid. Scappato dalla Birmania a 4 anni dopo l'uccisione del padre e l'arresto della sorella per andare a vivere in un campo profughi in Bangladesh, è poi riuscito ad arrivare in Olanda. Nel frattempo, perché appartenente alla minoranza etnica perseguitata dei rohingya, è stato privato dalla Birmania della cittadinanza e così non riesce a regolarizzarsi. Oggi vive nascosto in un edificio abbandonato e dice: "Ho chiesto aiuto alle autorità olandesi e ho ottenuto il risultato di essere portato in un centro di detenzione con criminali. Non ho fatto nulla di sbagliato, non sono un criminale". Sono storie europee anche quelle di Luka, nato nell'Ucraina sovietica e cresciuto in Slovacchia, che non ha potuto riconoscere il figlio perché apolide, o del kosovaro Isa, che non riesce a ottenere un certificato di nascita e deve vivere nascosto.
Ridurre l'apolidia conviene. La Banca asiatica per lo Sviluppo, la Banca interamericana per lo Sviluppo, e la Commissione Europea hanno svolto degli studi che confermano il nesso tra cittadinanza, che vuol dire un'identità legale, e sviluppo sociale ed economico. Secondo l'Unhcr, gli sforzi per ridurre l'apolidia non sono necessariamente costosi, ma semplici riforme legislative o amministrative possono invece cambiare il futuro di questi fantasmi della cittadinanza. "Vuol dire - dice l'agenzia delle Nazioni Unite - permettere ad una parte più ampia della società di partecipare pienamente allo sviluppo economico e sociale del paese".