"Nella mia città sono tutti preoccupati. Ovunque tu vada si parla dell'Is", dice Khanzad, una curda Irachena di 42 anni che vive a Roma ed è appena tornata dal suo paese. E' nata e cresciuta a Halabja, una città vicino al confine iraniano. Vivere sotto la minaccia dell'Isis non è facile: "Quando sono vicini alla mia città la gente inizia ad avere paura e piangere. Un anno fa era tutto diverso, facevano piani a lungo termine, ma ora non si sa cosa può succedere il giorno dopo. E in tanti pensano di lasciare il paese di nuovo".
La vita di Khanzad è sempre stata caratterizzata da guerre, fughe e mancanza di punti di riferimento, come la possibilità di vivere nella propria casa: "Dopo lo scoppio della guerra tra Iraq e Iran, siamo diventati il fronte di guerra, ed erano bombardamenti su bombardamenti". "Da quando avevo 8 anni, ho sempre vissuto in una zona di guerra, cambiavamo una città dopo l'altra. Prima dell'attacco chimico del 1988 nella mia città Halabja era un bombardamento continuo, allora siamo stati costretti ad abbandonarla: durante l'attacco chimico ho perso quasi tutti I miei amici d'infanzia."
Una situazione che pochi anni dopo si è ripetuta con lo scoppio della prima querra del Golfo: "Nel 1991 siamo stati in Iran in un campo profughi per 6 mesi". Khanzad ha cominciato a lavorare per le Nazioni Unite in Iraq e nel 2002 si è trasferita a Roma per proseguire il suo lavoro ma cerca di tornare dalla sua famiglia almeno due volte all'anno. Fortunatamente dal 2005 Suleimaniyah, che dista un'ora da Halabja, ha un suo aeroporto con voli diretti da Istanbul.
Mentre è a Roma Khanzad resta in contatto con la sua famiglia tramite Internet: "Comunico con I miei attraverso Viber e Facebook. Internet funziona molto meglio che in Italia perché la società di telecomunicazione appartiene ai partiti politici".
Le donne curde come Khanzad sono protagoniste dello scontro contro l'Is combattendo in prima linea, un'attitudine sviluppata fin da piccole: "Sotto il regime di Saddam eravamo addestrate nei campi militari. Ci insegnavano come utilizzare le armi. Avevamo 15 anni: se non volevamo andare agli addestramenti poi non potevamo tornare a scuola. Non avevamo scelta, tutta la mia generazione stata addestrata".
A differenza delle altre etnie che lasciano la loro casa, quando i combattenti dell'Is si avvicinano la mentalità dei curdi è quella di rimanre nella loro città e combattere la bandiera del Califfato. "Se proveranno ad attaccarci ci difenderemo e li combatteremo. Mi ricordo che quando erano ad Erbil, i miei amici e la mia famiglia si erano preparati con le armi. Tutti erano pronti a combattere, proprio come succede a Kobane".
A sorpresa Khanzad sostiene che non tutti i curdi ostacolano l'avanzata dell'Is ma che ce ne sono alcuni che hanno scelto di unirsi ai jihadisti: "Ultimamente ho sentito che alcuni curdi combattono per l'Is. Ci sono dei fondamentalisti come tra gli europei e gli americani. Di recente un comandante curdo dell'Is a Kobane è stato ucciso da un curdo".
Ignoranza e povertà sono le ragioni che spingono le persone a far parte dei Jihadisti secondo Khanzad: "Se si pensa a persone che non hanno niente, né un lavoro né un futuro, connessi 24 ore su 24 a Internet, a cui vengono promessi 10 milla dollari al mese, si capisce il proselitismo dell'Is". Khanzad dice che le ambizioni di queste persone che si uniscono al Califfato non sono solo per l'Islam: "Ci sono anche i cristiani tra loro, non solo gli estremisti islamici. Lo fanno per avere fama e attenzione, tutto il mondo parla di loro".
Durante i combattimenti a Kobane, è emerso l'enorme problema tra la Turchia e i curdi. I primi potrebbero combattere facilmente il Califfato lungo I confini ma rifiutano di aiutare I loro vecchi nemici. Il Partito dei lavoratori curdi (Pkk) dal 1984 si scontra con la Turchia per i propri diritti culturali e politici con la richiesta di un stato indipendente. Solamente nel 2013 è stato accettato un cessate il fuoco. L'opinione di Khanzad sul comportamento della Turchia è tranchant: "Sono loro I primi a sostenere l'Is, tantissimi jihadisti provengono da lì". "Non è una guerra di religione, ma una guerra tra musulmani", ripete Khanzad: "Può essere una lotta religiosa contro l'Islam. Secondo me vogliono distruggerlo. Il loro messaggio non è chiaro, agiscono in maniera crudele nel nome dell'Islam, ma la nostra religione non è questa".
Una delle abilità del Califfato è spargere terrore attraverso i media. Hanno uno staff specializzato dedicato a questo. Una strategia testata contro l'esercito iracheno. Khanzad è convinta che non bisogna diffondere la propaganda jihadista: "Le organizzazioni internazionali devono bloccare i messaggi del l'Is. Quando erano vicini ad Erbil la gente era terrorizzata dopo aver visto i loro video su YouTube. La prima cosa che hanno fatto è stata scappare. La propaganda inoltre convince le persone a entrare nei loro gruppi".
La vita di Khanzad è sempre stata caratterizzata da guerre, fughe e mancanza di punti di riferimento, come la possibilità di vivere nella propria casa: "Dopo lo scoppio della guerra tra Iraq e Iran, siamo diventati il fronte di guerra, ed erano bombardamenti su bombardamenti". "Da quando avevo 8 anni, ho sempre vissuto in una zona di guerra, cambiavamo una città dopo l'altra. Prima dell'attacco chimico del 1988 nella mia città Halabja era un bombardamento continuo, allora siamo stati costretti ad abbandonarla: durante l'attacco chimico ho perso quasi tutti I miei amici d'infanzia."
Una situazione che pochi anni dopo si è ripetuta con lo scoppio della prima querra del Golfo: "Nel 1991 siamo stati in Iran in un campo profughi per 6 mesi". Khanzad ha cominciato a lavorare per le Nazioni Unite in Iraq e nel 2002 si è trasferita a Roma per proseguire il suo lavoro ma cerca di tornare dalla sua famiglia almeno due volte all'anno. Fortunatamente dal 2005 Suleimaniyah, che dista un'ora da Halabja, ha un suo aeroporto con voli diretti da Istanbul.
Mentre è a Roma Khanzad resta in contatto con la sua famiglia tramite Internet: "Comunico con I miei attraverso Viber e Facebook. Internet funziona molto meglio che in Italia perché la società di telecomunicazione appartiene ai partiti politici".
Le donne curde come Khanzad sono protagoniste dello scontro contro l'Is combattendo in prima linea, un'attitudine sviluppata fin da piccole: "Sotto il regime di Saddam eravamo addestrate nei campi militari. Ci insegnavano come utilizzare le armi. Avevamo 15 anni: se non volevamo andare agli addestramenti poi non potevamo tornare a scuola. Non avevamo scelta, tutta la mia generazione stata addestrata".
A differenza delle altre etnie che lasciano la loro casa, quando i combattenti dell'Is si avvicinano la mentalità dei curdi è quella di rimanre nella loro città e combattere la bandiera del Califfato. "Se proveranno ad attaccarci ci difenderemo e li combatteremo. Mi ricordo che quando erano ad Erbil, i miei amici e la mia famiglia si erano preparati con le armi. Tutti erano pronti a combattere, proprio come succede a Kobane".
A sorpresa Khanzad sostiene che non tutti i curdi ostacolano l'avanzata dell'Is ma che ce ne sono alcuni che hanno scelto di unirsi ai jihadisti: "Ultimamente ho sentito che alcuni curdi combattono per l'Is. Ci sono dei fondamentalisti come tra gli europei e gli americani. Di recente un comandante curdo dell'Is a Kobane è stato ucciso da un curdo".
Ignoranza e povertà sono le ragioni che spingono le persone a far parte dei Jihadisti secondo Khanzad: "Se si pensa a persone che non hanno niente, né un lavoro né un futuro, connessi 24 ore su 24 a Internet, a cui vengono promessi 10 milla dollari al mese, si capisce il proselitismo dell'Is". Khanzad dice che le ambizioni di queste persone che si uniscono al Califfato non sono solo per l'Islam: "Ci sono anche i cristiani tra loro, non solo gli estremisti islamici. Lo fanno per avere fama e attenzione, tutto il mondo parla di loro".
Durante i combattimenti a Kobane, è emerso l'enorme problema tra la Turchia e i curdi. I primi potrebbero combattere facilmente il Califfato lungo I confini ma rifiutano di aiutare I loro vecchi nemici. Il Partito dei lavoratori curdi (Pkk) dal 1984 si scontra con la Turchia per i propri diritti culturali e politici con la richiesta di un stato indipendente. Solamente nel 2013 è stato accettato un cessate il fuoco. L'opinione di Khanzad sul comportamento della Turchia è tranchant: "Sono loro I primi a sostenere l'Is, tantissimi jihadisti provengono da lì". "Non è una guerra di religione, ma una guerra tra musulmani", ripete Khanzad: "Può essere una lotta religiosa contro l'Islam. Secondo me vogliono distruggerlo. Il loro messaggio non è chiaro, agiscono in maniera crudele nel nome dell'Islam, ma la nostra religione non è questa".
Una delle abilità del Califfato è spargere terrore attraverso i media. Hanno uno staff specializzato dedicato a questo. Una strategia testata contro l'esercito iracheno. Khanzad è convinta che non bisogna diffondere la propaganda jihadista: "Le organizzazioni internazionali devono bloccare i messaggi del l'Is. Quando erano vicini ad Erbil la gente era terrorizzata dopo aver visto i loro video su YouTube. La prima cosa che hanno fatto è stata scappare. La propaganda inoltre convince le persone a entrare nei loro gruppi".