TUNISI - Conversando con i giovani di Tunisi, nei quartieri popolari di Bab Souika, di Saadoun, di El Fellah, fuori dai bar improvvisati, fumando shisha seduti su vecchie sedie di plastica in mezzo ad una piazza, fra i vicoli stretti e terrosi che si incrociano come in un labirinto, non si ha la sensazione di essere a poche ore da quello che in molti hanno definito un momento storico per tutto il mondo arabo: le elezioni parlamentari che sanciranno la definitiva transizione democratica della Tunisia.
"La vera battaglia non è qui ma in Siria con l'Is. I ragazzi sono stanchi e delusi da anni di promesse non mantenute, di speranze accantonate. Alcuni studiano all'università, altri bivaccano da mattina a sera cercando di vendere sigarette sfuse, chewing gum e buste di plastica intorno al mercato della Medina. Quando gli chiedi cosa ne pensano dei partiti in campo, scopri che non sono le prossime elezioni a rinfrancarli, ma le battaglie che si combattono in Iraq e Siria sotto le fila dell'Isis, lo Stato Islamico che guerreggia per la formazione di un grande califfato arabo.
Già tremila tunisini si sono uniti all'Is. I dati, in questo senso, parlano chiaro: secondo una serie di studi incrociati portati avanti da CIA, ISCR (International Center for the Study of Radicalisation and Political Violence) e Soufan Group, sono almeno 3.000 i giovani tunisini che hanno deciso di partire ed unirsi alla battaglia radicale dello Stato Islamico, il numero più alto di tutto il mondo arabo. "Il califatto è l'unica soluzione rimasta, il solo modo di dare indietro alle persone quello che gli spetta e di costruire una grande nazione dove governare attraverso la legge della Shaaria" dice Hamed, 21 anni, uno studente alla facoltà di medicina di El Manar.
Il fascino dell'estremismo salafita in un paese laico. Sono in tanti a pensarla come lui qui a Tunisi, giovani che appoggiano l'islamizzazione della Tunisia e che Ennahda, il partito islamista moderato maggioranza nel Paese, ha sottovalutato, non comprendendone le esplosive istanze sociali e ponendo poca attenzione alla necessaria fase di sviluppo che ne avrebbe bloccato la propagazione. Il fascino verso le formazioni dell'estremismo salafita che si avverte, tangibile, fra gli studenti, in mezzo ai ragazzi nei quartieri popolari della capitale tunisina, è ben dimostrato anche dalla sequela di violenze che hanno sconvolto la Tunisia, un paese tradizionalmente laico, moderato e secolare, nel corso degli ultimi tre anni.
"Non voglio libertà, ma uno Stato con regole". Le uccisioni di Mohamed Bakri, Chokri Belaid e Lofti Nagued, leader di alcuni fra i più importanti partiti di opposizione del Paese, le minacce alle studentesse dell'università di Manouba che si rifiutano di indossare il velo, il tentativo di appiccare il fuoco alla sede di Nessma Tv, colpevole di aver trasmesso il film di animazione Persepolis (accusato di contenere una scena in cui la protagonista ha una conversazione con Dio), sono solo alcuni degli episodi che testimoniano il clima di grande tensione ed il disinteresse diffuso dei giovani verso la nuova tornata elettorale. "La libertà non mi serve a nulla, io non voglio la libertà, ma un lavoro, uno Stato nel quale funzionino le regole e dove ci sia un ordine; se per costruirlo, questo Stato, devo arruolarmi e andare in Siria, sono pronto, ecccomi qui". A tre anni da una rivoluzione celebrata come il simbolo di una nuova era per tutto il mondo arabo, la Tunisia si trova oggi davanti alla sfida più difficile della sua storia, stretta fra la necessità di ritrovare un equilibrio politico e l'urgenza di contenere una deriva islamista del tessuto sociale giovanile che si fa ogni giorno più tangibile.