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Aleppo, la fuga degli armeni dal cuore economico siriano in mano ai cecchini

La città è spaccata in due. Una frontiera lunga venti chilometri, dove gli scontri sono quotidiani. Separati dal confine vivono famiglie e amici, che non riescono ad incontrarsi. Pochi civili ancora resistono. La vita quotidiana è fatta di corse veloci alla ricerca di acqua e cibo o per raggiungere la scuola e il lavoro. Il racconto dei profughi armeni ancora nella città 
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BEIRUT
- Prima della guerra civile, gli armeni di Siria erano più di 150.000, la maggior parte viveva ad Aleppo. La capitale economica del Paese ora è semidistrutta e quasi tutti gli armeni sono fuggiti. La loro comunità ha pagato un prezzo altissimo alla guerra in atto. "Come mio nonno da Sis (Turchia) nel 1915 ho dovuto abbandonare tutto, chissà la mia casa e la mia bottega di orafo a Midam (quartiere armeno di Aleppo) che fine faranno?" Agop Demirjian è arrivato a Bourj Hammoud, alla periferia sud di Beirut, da un paio di settimane e sta cercando di organizzare la nuova vita da profughi della sua famiglia.

I cecchini padroni della città.
Aleppo, la seconda città del Paese, dal luglio del 2012 è spaccata in due. Una frontiera lunga quasi venti chilometri, dove gli scontri sono quotidiani e regnano i cecchini. Separati dal confine vivono famiglie e amici, che difficilmente riescono a incontrarsi e a comunicare. Due mon…

BEIRUT
- Prima della guerra civile, gli armeni di Siria erano più di 150.000, la maggior parte viveva ad Aleppo. La capitale economica del Paese ora è semidistrutta e quasi tutti gli armeni sono fuggiti. La loro comunità ha pagato un prezzo altissimo alla guerra in atto. "Come mio nonno da Sis (Turchia) nel 1915 ho dovuto abbandonare tutto, chissà la mia casa e la mia bottega di orafo a Midam (quartiere armeno di Aleppo) che fine faranno?" Agop Demirjian è arrivato a Bourj Hammoud, alla periferia sud di Beirut, da un paio di settimane e sta cercando di organizzare la nuova vita da profughi della sua famiglia.

I cecchini padroni della città.
Aleppo, la seconda città del Paese, dal luglio del 2012 è spaccata in due. Una frontiera lunga quasi venti chilometri, dove gli scontri sono quotidiani e regnano i cecchini. Separati dal confine vivono famiglie e amici, che difficilmente riescono a incontrarsi e a comunicare. Due mondi separati, dove i pochi civili che ancora resistono sono uniti soprattutto dalla paura dei cecchini. Qui la vita quotidiana è fatta di corse veloci alla ricerca di acqua e cibo o per raggiungere la scuola e il lavoro. I profughi armeni di Aleppo raccontano delle carcasse di automobili e dei blocchi di cemento messi di traverso sui marciapiedi. "Così, mentre cammini sei costretto a uscire allo scoperto e i cecchini fanno festa."

Un telone per nascondersi.
Vasquen Zinidjian, anche lui armeno, racconta che per andare e tornare a casa, nel quartiere di al-Halabi Suleiman, doveva attraversare almeno cinque strade infestate dai cecchini. "Ogni volta prima di muovermi pregavo. Dio se mi colpiscono fammi morire subito, non voglio restare ferito ad agonizzare sulla strada."  "Abbiamo cercato di difenderci dai tiratori in tutti i modi - racconta Agop - nelle strade più grandi mettevano degli autobus per farci da scudo, nei vicoli sistemavamo dei grossi tendoni per cercare di passare senza essere visti. Questi stratagemmi non servivano a granché. Un uomo è stato ucciso proprio davanti a me mentre sollevava la tela per entrare nel suo portone."     

I bambini imparano presto a difendersi. A scandire la giornata ci sono poi le bombe sganciate dagli elicotteri del governo, i colpi di mortaio dei ribelli e ostante il rischio delle mine e degli ordigni inesplosi. "La vita era impossibile. Un minuto tutto sembra tranquillo e poi improvviso si scatena l'inferno. Ogni mattina  -  racconta Vasquen - aspettavo di vedere qualcuno per la strada prima di uscire, era un modo stupido di vincere le mie paure." Come accade tragicamente sempre sono i bambini quelli che si adattano meglio alla guerra. "Correvo sempre per andare a scuola - dice sorridendo il figlio dodicenne di Agop - percorrevo solo che conoscevo e lungo le quali sapevo dove nascondermi. In alcune vie passavamo uno per volta, correndo velocissimi a zig-zag, per rendere la vita più difficile ai cecchini. Eppure, il mio compagno di banco Ahmed è stato ferito a una gamba." I bambini, però, sembrano anche capaci di resistere alla violenza quotidiana. Dai racconti dei rifugiati si scopre che su tutte e due i lati del fronte ancora giocano per le strade e vanno in bicicletta.