TEL AVIV - Kevin porta gli occhiali e una barba rossa un po' lunga ma curata, senza baffi. Ha 26 anni, è francese e lavora all'ufficio immigrazione di Lione. Si è convertito all'Islam 6 anni fa. È stato respinto dall'autorità di sicurezza israeliana dell'aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv senza una reale motivazione ed è stato rinchiuso in una struttura detentiva, un carcere per turisti, di essere rimpatriato in Francia, con un volo della stessa compagnia eaera con la quale era arrivato, come vuole la procedura. Il tutto senza dargli una reale spiegazione. Il carcere per turisti di Tel Aviv è a 10 minuti d'auto dall'aeroporto, nascosto da una fitta vegetazione. È una piccola struttura che ha la funzione di incarcerare le persone alle quali viene negata l'entrata in Israele dalle autorità. La permanenza può durare da poche ore fino ad una settimana, in attesa del primo volo disponibile.
Kevin non riesce a spiegarsi il motivo del respingimento. Ha pagato 2000 euro per un viaggio organizzato in Israele. "Ho chiesto perché non potevo andare a Gerusalemme - ha raccontato - ma non mi hanno mai risposto in modo chiaro" ; poi aggiunge che la prima cosa che gli hanno chiesto in aeroporto è stata "Di che religione sei?".
Complicato raggiungere la Cisgiordania. Quello di Ben Gurion è uno degli aeroporti più sicuri al mondo per via dei controlli e delle procedure meticolose. Ogni anno tra i 13 e i 14 milioni di persone transitano in questo aeroporto. Anche chi scrive, come Kevin, è arrivato in Israele per turismo e per svolgere attività di volontariato presso un ostello a Ramallah, in Cisgiordania, trovato su internet su un network di lavoro volontario. Invece ho passato 4 giorni e 3 notti in una cella di 10 metri quadri con tre letti a castello, una doppia inferriata stretta, un lavabo e un piccolo bagno con doccia. In attesa di essere rimpatriato. I veri motivi del respingimento all'aeroporto non sono ancora chiari. Durante gli interrogatori, le autorità aeroportuali mi hanno accusato di essere un pericolo e una minaccia per Israele e che forse potrei essere un terrorista. Nonostante sia cittadino italiano, le mie origini iraniane hanno probabilmente influenzato l'esito della loro decisione, così come la mia voglia di visitare la Cisgiordania.
Ostinati a far confessare chissà quale verità. Le autorità aeroportuali hanno controllato e-mail, profili Facebook e Twitter, fotografie, rubriche e ogni altra informazione presenti all'interno del telefono e del computer, nonché tutto il contenuto dei miei bagagli. E si ostinavano a farmi confessare chissà quale verità sul vero obiettivo del mio viaggio. Un pressing psicologico condito da minacce velate senza una giustificazione. All'inizio non mi è stata data nemmeno la possibilità di chiamare l'ambasciata. L'ho potuto fare una volta in cella grazie a Giacomo, un operatore della Croce Rossa che era venuto a fare dei controlli sullo stato della prigione. Mi ha scritto il numero dell'ambasciata su un pezzo di carta e ha aggiunto che avevo diritto di fare una chiamata al giorno. L'ambasciata comunque non ha potuto fare niente.
Solo qualche libro e le sigarette. Durante il soggiorno all'interno della prigione per turisti hanno sequestrato tutto: mi hanno fatto tenere solo qualche libro, sigarette e il portafogli. Nella struttura è presente una cella per sole donne, una per israeliani, due per stranieri, una per le famiglie e una per i palestinesi. La cella in cui ho trascorso 4 giorni era la stessa di Kevin. La maggior parte delle persone che venivano rinchiuse con noi erano ucraini, russi. Ma anche rumeni e moldavi, come Livio, un ragazzo di 17 anni che aiuta un meccanico in un'officina a Roma. Voleva andare a trovare il padre che lavora a Gerusalemme ma è stato respinto perché secondo le autorità il suo genitore lavorava troppe ore al giorno per permettersi di vedere suo figlio. Mangiavamo 3 volte al giorno: colazione e cena con un panino farcito: quando eravamo fortunati ci davano anche del tè. A pranzo una monoporzione calda messa in una ciotola in plastica e sigillata (soprattuto carne e riso). Qualche volta uno snack dolce.
Arrestato con un bambino di 8 anni. La nostra ora d'aria durava 20 minuti al giorno: 10 la mattina e 10 la sera. Erano gli unici momenti in cui potevamo fumare accendendo la sigaretta dalle mani dei guardiani. Infatti non potevano tenere accendini con noi. Il cortile era recintato così come tutta la struttura e coperto quasi totalmente da un grande panno azzurro. Lì ho fatto amicizia per qualche minuto con Adham, un palestinese della Striscia di Gaza che vive e lavora in Svezia come ingegnere. È sposato e ha tre figli. L'hanno messo dentro con suo figlio di 8 anni perché voleva andare a trovare alcuni parenti a Gaza. Durante lo Shabbat non ci hanno fatto uscire. Siamo rimasti più di 24 ore dentro le nostre celle. Una volta finita la mia detenzione e rispedito a Roma, ho chiesto via e-mail informazioni maggiori sull'accaduto all'ambasciata israeliana in Italia. Pochi giorni dopo mi hanno risposto così: "Gentile signore, le autorità aeroportuali hanno rifiutato il suo ingresso per ragioni di sicurezza. Non potrà entrare in Israele per i prossimi 10 anni. Distinti Saluti".