Colombia "stop alle mutilazioni genitali femminili": l'imperativo delle Nazioni Unite
di MARIA CRISTINA FRADDOSIOLa Colombia è l'unico paese dell'America Latina in cui vi sono ancora casi di mutilazione genitale femminile. La denuncia dell'UNFPA, il Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione, rivela che le comunità indigene Emberá continuano clandestinamente con questa pratica. Sono 90 i casi di decesso di minori. Richiesti maggiori sforzi per abolirla
ROMA - "In un mondo in cui più di 125 milioni di bambine e donne hanno sofferto la mutilazione genitale o ablazione, è un imperativo realizzare azioni per fermare questa pratica che mina la dignità umana, la salute e il benessere delle famiglie, le comunità e le nazioni". Si è espresso così il direttore esecutivo dell'UNFPA - l'Agenzia delle Nazioni Unite che promuove le gravidanze volute, le nascite sicure - Babatunde Osotimehin, in occasione della Giornata Internazionale contro le Mutilazioni Genitali Femminili, celebrata lo scorso 6 febbraio scorso. Nel panorama mondiale sorprende che anche in America Latina, ancora, sussistano problematiche simili. Eppure, non è tipicamente indigena la consuetudine di mutilare i genitali. Infatti, solo a partire dall'arrivo dei missionari europei nelle terre colombiane, gli esponenti dell'etnia Emberá-Chamí hanno iniziato ad assumerla. Sono trascorsi da allora più di d…
ROMA - "In un mondo in cui più di 125 milioni di bambine e donne hanno sofferto la mutilazione genitale o ablazione, è un imperativo realizzare azioni per fermare questa pratica che mina la dignità umana, la salute e il benessere delle famiglie, le comunità e le nazioni". Si è espresso così il direttore esecutivo dell'UNFPA - l'Agenzia delle Nazioni Unite che promuove le gravidanze volute, le nascite sicure - Babatunde Osotimehin, in occasione della Giornata Internazionale contro le Mutilazioni Genitali Femminili, celebrata lo scorso 6 febbraio scorso. Nel panorama mondiale sorprende che anche in America Latina, ancora, sussistano problematiche simili. Eppure, non è tipicamente indigena la consuetudine di mutilare i genitali. Infatti, solo a partire dall'arrivo dei missionari europei nelle terre colombiane, gli esponenti dell'etnia Emberá-Chamí hanno iniziato ad assumerla. Sono trascorsi da allora più di duecento anni ed oggi risulta difficile abolirla, proprio per il valore culturale che ha assunto nel tempo.
Basta segreti: una battaglia che dura da 8 anni. Una rottura definitiva con il passato è avvenuta a partire dal 2007, quando una funzionaria locale ha denunciato la morte di una neonata, appartenente alla comunità di Pueblo Rico all'interno del Dipartimento di Risaralda, alle quale era stato tagliato il clitoride. Il riscontro mediatico ha innescato una lenta trasformazione dei costumi locali. Siamo nella zona occidentale della Colombia. Sono circa 250 mila gli indigeni che appartengono all'etnia Emberá, una delle trenta presenti sul territorio nazionale ed in via di estinzione. L'Organizzazione Nazionale Indigena della Colombia, ONIC, ha registrato negli ultimi anni 90 casi di minori decedute a causa della mutilazione dei genitali. Questa pratica per lungo tempo è avvenuta nell'assoluta segretezza. Anche gli uomini ne erano all'oscuro.
Ong e istituzioni chiedono maggiori sforzi. L'Istituto Colombiano del Benessere Familiare, ICBF, incaricato di tutelare i diritti dei bambini, collabora fianco a fianco con l'UNFPA per spiegare agli Emberá l'urgenza di abbandonare questa prassi. L'assessora, Cristina Díaz, spiega che la mutilazione genitale femminile "non solo va contro l'integrità fisica delle bambine e il godimento effettivo dei loro diritti, ma è accompagnata da un contenuto morale". Tra le finalità vi è il tentativo di evitare che la donna cerchi altri mariti. Le Nazioni Unite invitano la Colombia a investire maggiori risorse per l'abolizione. Nel 2012 dopo un intenso lavoro, non privo di resistenza, anche le autorità Emberá hanno dichiarato pubblicamente la messa al bando di questa pratica.
"La cultura deve generare vita e non morte". La diffusione delle nuove disposizioni ha per limite lo stato di dispersione geografica in cui si trova l'etnia indigena. D'altronde, anche il processo di formazione delle donne sugli effetti drammatici delle mutilazioni richiede tempo. Lo ha sottolineato il consigliere dell'ONIC, Alberto Wuazorna, lanciando comunque un messaggio positivo: "Ci stiamo preparando per realizzare un cambiamento culturale". Lasciano ben sperare le cifre del Governo: negli ultimi otto mesi, infatti, non sono stati registrati nuovi casi. Per l'ONU, però, è necessario che i dati rilevati siano più sicuri, dato che gli unici noti sono quelli rilasciati dalle strutture ospedaliere.