Thailandia, una clinica non solo guarire ma dove somministrano anche "pillole di futuro"
di di FABIO POLESE e ELENA BARLOZZARILa Mae Tao Clinic, situata nella cittadina di Mae Sot, nella provincia di Tak, sorge a pochi kilometri di distanza dal confine orientale della Birmania, in prossimità di quella linea che separa dalla Thailandia centinaia di migliaia di sfollati. La storia della dottoressa Chynthia e il suo impegno
MAE SOT (Thailandia) - La Mae Tao Clinic, situata nella cittadina di Mae Sot, nella provincia di Tak, sorge a pochi kilometri di distanza dal confine orientale della Birmania, in prossimità di quella linea che separa dalla Thailandia centinaia di migliaia di sfollati, ma anche semplici lavoratori, in cerca di assistenza sanitaria e cure mediche che non trovano spazio nel loro Paese. La filosofia della stuttura, nata nel 1989, che tra i suoi obiettivi principali ha quello di migliorare lo stato di salute delle comunità che per diverse ragioni si trovano a transitare nelle aree di confine, va ben oltre la gestione clinica delle emergenze. Il centro, infatti, si occupa anche di dare una prosepettiva di vita dopo le cure, pillole di futuro per le etnie in fuga dall'ex regime di Rangoon.
Tante realtà lavorano a questo progetto. I numerosi rifugiati, che costituiscono circa il 50% dei soggetti presenti nel centro, vengono coinvolti in una vasta gamma di attivit&agr…
Tante realtà lavorano a questo progetto. I numerosi rifugiati, che costituiscono circa il 50% dei soggetti presenti nel centro, vengono coinvolti in una vasta gamma di attivit&agr…
MAE SOT (Thailandia) - La Mae Tao Clinic, situata nella cittadina di Mae Sot, nella provincia di Tak, sorge a pochi kilometri di distanza dal confine orientale della Birmania, in prossimità di quella linea che separa dalla Thailandia centinaia di migliaia di sfollati, ma anche semplici lavoratori, in cerca di assistenza sanitaria e cure mediche che non trovano spazio nel loro Paese. La filosofia della stuttura, nata nel 1989, che tra i suoi obiettivi principali ha quello di migliorare lo stato di salute delle comunità che per diverse ragioni si trovano a transitare nelle aree di confine, va ben oltre la gestione clinica delle emergenze. Il centro, infatti, si occupa anche di dare una prosepettiva di vita dopo le cure, pillole di futuro per le etnie in fuga dall'ex regime di Rangoon.
Tante realtà lavorano a questo progetto. I numerosi rifugiati, che costituiscono circa il 50% dei soggetti presenti nel centro, vengono coinvolti in una vasta gamma di attività volte a raggiungere il loro reinserimento e l'emancipazione dalla fame e dalla povertà. Migliaia di bambini vengono educati, uomini e donne sono avviati al lavoro e alle professioni artigianali. Tutto questo è possibile grazie al personale che conta settecento tra medici, infermieri e volontari, oltreché alle numerose organizzazioni solidariste. Tra queste ultime, circa una trentina in totale, c'è il "Burma Children Medical Fund" (BCMF), nato nel 2006 per donare a bambini come Krishna di sei anni, di etnia Kachin, affetto da una grave malattia cardiaca, la possibilità di una vita normale. Ad ogni ospite, inoltre, è garantita l'assistenza legale grazie al supporto del "Burmese Lawyers Council" (BLC), un'organizzazione indipendente che contribuisce alla promozione dei diritti umani esclusivamente dal punto di vista giuridico.
Dalla fuga all'impegno umanitario. La Mae Tao Clinic, per numero di assistiti - ad oggi è arrivata a servire un target di utenza di circa 150mila persone l'anno - , qualità dei programmi di recupero all'attivo e attori coinvolti, è un indiscusso fiore all'occhiello nell'ambito della cooperazione locale. Il segreto dell'efficienza del centro risiede nella storia della sua fondatrice: la dottoressa Chynthia Maung. Chynthia, infatti, è un rifugiato politico. Nessuno meglio di chi lo ha vissuto in prima persona può sapere cosa significa scappare dalla propria casa e di cosa hanno davvero bisogno queste persone. Sono passati ventisette anni da quando Maung, accusata di "sovversione" e "terrorismo" proprio a causa della sua vocazione umanitaria, ha lasciato la Birmania - che un anno dopo verrà ribattezzata Myanmar dalla giunta militare - trovando rifugio nella cittadina di Mae Sot, in Thailandia. "Il governo birmano vuole il potere e non la salute, perché le persone malate o sofferenti sono più facilmente controllabili", aveva spiegato Maung in un'intervista, riferendosi al fatto che la Birmania spende solo il 3% del suo prodotto interno lordo per l'assistenza sanitaria, mentre il 40% viene destinato alle forze armate.
"Adesso sono tornato a vivere". La storia della dottoressa Chynthia e il suo impegno nella Mae Tao Clinic l'hanno resa famosa in tutto il mondo: stimata da colleghi e cooperanti, venerata dai pazienti. E' circa mezzo giorno, all'ingresso della Mae Tao un ragazzo percorre il viale sterrato che conduce all'ambulatorio grazie ad una bici su tre ruote. Si chiama Tu Du ed entrambe le gambe glie le ha portate via una mina mentre lavorava nei campi. La Birmania è uno dei Paesi più minati al mondo, nascosti nei sentieri della giunga ci sono migliaia di ordigni. Secondo le Nazioni Unite, solo dal 1999 ad oggi, hanno ucciso o mutilato più di 3mila persone. Tra questi c'è anche Tu Du, che ha avuto la sventura di imbattersi in uno degli inneschi nascosti dalle truppe governative di Rangoon nei territori in cui la sua etnia, quella Karen - una delle principali componenti del complicato mosaico birmano - le fronteggia senza tregua - da ben sessantasei anni - nel nome della propria indipendenza. "Chynthia è la mia sola opportunità, nel villaggio dal quale provengo non ci sono ospedali", continua a raccontare Tu Du che, senza le protesi e la speciale bicicletta dalla quale parla, non avrebbe avuto un futuro. "Adesso sono tornato a vivere", dice sorridendo, tradendo così un ottimismo che stupisce.
Ogni giorno nascono tanti bambini. La Mae Tao non è solo questo. Non ci sono solo sofferenze da alleviare e ferite da curare. Ci sono anche tanti bambini che ogni giorno vengono alla luce, tra vagiti e bagliori di speranza. "Oggi ne sono nati già sette", spiega il custode della clinica con una certa soddisazione. All'ingresso del dipartimento dedicato alla natalità c'è un grosso tabellone dove viene scrupolosamente annotato tutto quello che accade nei diversi reparti: il giorno, il nome della madre e di seguito sesso e peso del neonato. "Ieri ne sono nati sei, oggi uno in più, in tutto sono tre femmine e quattro maschi", spiega la capo infermiera mentre sposta leggermente una tenda azzurra che separa l'ingresso del dipartimento dalla sala di attesa. Qui, altre giovani donne che aspettano di parotrire, si intravedono appena, sedute su delle tavole di legno. Ma la giornata è ancora lunga alla Mae Tao Clinic, dove nuove vite premono per affacciarsi in un mondo che, grazie alla solidarietà di tanti, a tratti sembra essere migliore.
Tante realtà lavorano a questo progetto. I numerosi rifugiati, che costituiscono circa il 50% dei soggetti presenti nel centro, vengono coinvolti in una vasta gamma di attività volte a raggiungere il loro reinserimento e l'emancipazione dalla fame e dalla povertà. Migliaia di bambini vengono educati, uomini e donne sono avviati al lavoro e alle professioni artigianali. Tutto questo è possibile grazie al personale che conta settecento tra medici, infermieri e volontari, oltreché alle numerose organizzazioni solidariste. Tra queste ultime, circa una trentina in totale, c'è il "Burma Children Medical Fund" (BCMF), nato nel 2006 per donare a bambini come Krishna di sei anni, di etnia Kachin, affetto da una grave malattia cardiaca, la possibilità di una vita normale. Ad ogni ospite, inoltre, è garantita l'assistenza legale grazie al supporto del "Burmese Lawyers Council" (BLC), un'organizzazione indipendente che contribuisce alla promozione dei diritti umani esclusivamente dal punto di vista giuridico.
Dalla fuga all'impegno umanitario. La Mae Tao Clinic, per numero di assistiti - ad oggi è arrivata a servire un target di utenza di circa 150mila persone l'anno - , qualità dei programmi di recupero all'attivo e attori coinvolti, è un indiscusso fiore all'occhiello nell'ambito della cooperazione locale. Il segreto dell'efficienza del centro risiede nella storia della sua fondatrice: la dottoressa Chynthia Maung. Chynthia, infatti, è un rifugiato politico. Nessuno meglio di chi lo ha vissuto in prima persona può sapere cosa significa scappare dalla propria casa e di cosa hanno davvero bisogno queste persone. Sono passati ventisette anni da quando Maung, accusata di "sovversione" e "terrorismo" proprio a causa della sua vocazione umanitaria, ha lasciato la Birmania - che un anno dopo verrà ribattezzata Myanmar dalla giunta militare - trovando rifugio nella cittadina di Mae Sot, in Thailandia. "Il governo birmano vuole il potere e non la salute, perché le persone malate o sofferenti sono più facilmente controllabili", aveva spiegato Maung in un'intervista, riferendosi al fatto che la Birmania spende solo il 3% del suo prodotto interno lordo per l'assistenza sanitaria, mentre il 40% viene destinato alle forze armate.
"Adesso sono tornato a vivere". La storia della dottoressa Chynthia e il suo impegno nella Mae Tao Clinic l'hanno resa famosa in tutto il mondo: stimata da colleghi e cooperanti, venerata dai pazienti. E' circa mezzo giorno, all'ingresso della Mae Tao un ragazzo percorre il viale sterrato che conduce all'ambulatorio grazie ad una bici su tre ruote. Si chiama Tu Du ed entrambe le gambe glie le ha portate via una mina mentre lavorava nei campi. La Birmania è uno dei Paesi più minati al mondo, nascosti nei sentieri della giunga ci sono migliaia di ordigni. Secondo le Nazioni Unite, solo dal 1999 ad oggi, hanno ucciso o mutilato più di 3mila persone. Tra questi c'è anche Tu Du, che ha avuto la sventura di imbattersi in uno degli inneschi nascosti dalle truppe governative di Rangoon nei territori in cui la sua etnia, quella Karen - una delle principali componenti del complicato mosaico birmano - le fronteggia senza tregua - da ben sessantasei anni - nel nome della propria indipendenza. "Chynthia è la mia sola opportunità, nel villaggio dal quale provengo non ci sono ospedali", continua a raccontare Tu Du che, senza le protesi e la speciale bicicletta dalla quale parla, non avrebbe avuto un futuro. "Adesso sono tornato a vivere", dice sorridendo, tradendo così un ottimismo che stupisce.
Ogni giorno nascono tanti bambini. La Mae Tao non è solo questo. Non ci sono solo sofferenze da alleviare e ferite da curare. Ci sono anche tanti bambini che ogni giorno vengono alla luce, tra vagiti e bagliori di speranza. "Oggi ne sono nati già sette", spiega il custode della clinica con una certa soddisazione. All'ingresso del dipartimento dedicato alla natalità c'è un grosso tabellone dove viene scrupolosamente annotato tutto quello che accade nei diversi reparti: il giorno, il nome della madre e di seguito sesso e peso del neonato. "Ieri ne sono nati sei, oggi uno in più, in tutto sono tre femmine e quattro maschi", spiega la capo infermiera mentre sposta leggermente una tenda azzurra che separa l'ingresso del dipartimento dalla sala di attesa. Qui, altre giovani donne che aspettano di parotrire, si intravedono appena, sedute su delle tavole di legno. Ma la giornata è ancora lunga alla Mae Tao Clinic, dove nuove vite premono per affacciarsi in un mondo che, grazie alla solidarietà di tanti, a tratti sembra essere migliore.