Egitto, si traveste da uomo per poter fare la lustrascarpe
di GIORGIA GRIFONILa storia di Sisa, una donna sola con i suoi figli, nel paese che la Thomson Reuters Foundation ha definito come il peggiore luogo al mondo dove nascere femmina. Oggi ha 64 anni e da 43 fa finta di essere un uomo cavandosela come bracciante agricolo o in fabbriche di mattoni
IL CAIRO - Donne travestite da uomini per sopravviverere. Sembra una storia uscita dal teatro elisabettiano, e invece è accaduta in Egitto ai giorni nostri. Sisa Gaber, soprannominata Abu Daooh (in arabo "padre di Daooh") ha 64 anni e da 43 si alza ogni mattina alle 6, indossa una tunica, che le copre le forme, e un turbante che le nasconde i capelli. Poi va alla stazione di Luxor a lucidare le scarpe dei passanti e così, ogni sera, riesce a portare a casa il pane.
Il premio di per la festa della mamma. Balzata agli onori delle cronache due settimane fa, quando in occasione della Festa della Mamma è stata insignita del premio come "madre lavoratrice dell'anno" dal Ministero della Solidarietà Sociale, Sisa si è vista consegnare la targa dal presidente Abdel Fattah al-Sisi in persona. In uno dei paesi arabi più tumultuosi, con quasi metà della popolazione che vive sotto la soglia della povertà, la sto…
Il premio di per la festa della mamma. Balzata agli onori delle cronache due settimane fa, quando in occasione della Festa della Mamma è stata insignita del premio come "madre lavoratrice dell'anno" dal Ministero della Solidarietà Sociale, Sisa si è vista consegnare la targa dal presidente Abdel Fattah al-Sisi in persona. In uno dei paesi arabi più tumultuosi, con quasi metà della popolazione che vive sotto la soglia della povertà, la sto…
IL CAIRO - Donne travestite da uomini per sopravviverere. Sembra una storia uscita dal teatro elisabettiano, e invece è accaduta in Egitto ai giorni nostri. Sisa Gaber, soprannominata Abu Daooh (in arabo "padre di Daooh") ha 64 anni e da 43 si alza ogni mattina alle 6, indossa una tunica, che le copre le forme, e un turbante che le nasconde i capelli. Poi va alla stazione di Luxor a lucidare le scarpe dei passanti e così, ogni sera, riesce a portare a casa il pane.
Il premio di per la festa della mamma. Balzata agli onori delle cronache due settimane fa, quando in occasione della Festa della Mamma è stata insignita del premio come "madre lavoratrice dell'anno" dal Ministero della Solidarietà Sociale, Sisa si è vista consegnare la targa dal presidente Abdel Fattah al-Sisi in persona. In uno dei paesi arabi più tumultuosi, con quasi metà della popolazione che vive sotto la soglia della povertà, la storia di Sisa potrebbe essere quella di altre 45 milioni di persone: una storia di sessismo ben ancorato, ma soprattutto un esempio della totale assenza dello stato sociale.
La storia di Sisa. Rimasta vedova all'età di 21 anni, incinta e senza nessuno che potesse provvedere a lei, Sisa Gaber ha dovuto iniziare a lavorare per mantenere sua figlia Houda. La donna ha raccontato ad al-Arabiya che, data la sua difficile condizione, aggravata da una cultura locale che disapprova le donne che lavorano, non le è rimasto altro da fare che travestirsi da uomo: un jelbab (tunica maschile tradizionale), un turbante o un copricapo chiamato taqiyah, scarpe chiuse e poche parole. Nel tempo è stata prima un contadino nei campi dei villaggi vicini, dove nessuno la conosceva, poi un manovale che fabbricava mattoni e trasportava sacchi di cemento. Alla fine è finita alla stazione di Luxor a lucidare scarpe, un'attività che le porta un "guadagno decente", come ha raccontato all'emittente saudita. Negli anni le bocche da sfamare sono aumentate, dato che sua figlia si è sposata con un uomo che si è ammalato e non ha potuto provvedere alla famiglia. "Ho preferito il lavoro duro - ha detto in un'intervista - all'elemosina nelle strade per poter dare da mangiare a mia figlia e ai suoi bambini".
Egitto, "il luogo peggiore dove nascere femmina". Proteggersi dagli uomini e dai loro sguardi ostili è stata una delle ragioni che l'ha spinta a nascondere la propria femminilità. Facile da credere, in quello che un sondaggio del 2013, condotto dalla Thomson Reuters Foundation sui diritti delle donne, ha classificato come il peggior paese del mondo arabo in cui nascere femmina. Due anni dopo la cosiddetta "primavera araba" portatrice di speranze in tutti i settori della società, l'Egitto veniva scavalcato persino da Iraq, Arabia Saudita e Yemen - paesi dove i diritti negati alle donne la fanno da padroni - sulle difficoltà della condizione femminile.
Il paese delle molestie sessuali. Il primato egiziano è dovuto soprattutto alle molestie sessuali: un rapporto delle Nazioni Unite dello stesso anno annunciava che il 99.3 per cento delle donne egiziane era stata molestata almeno una volta nella vita. Secondo alcuni analisti i casi di violenza ai danni delle donne avevano subito un'impennata proprio nel 2013, durante l'incandescente estate delle proteste contro il presidente islamista eletto, Mohamed Morsi, che avevano autorizzato la giunta militare a destituirlo con un colpo di stato: Human Rights Watch denunciava che, nel mese di giugno del 2013, il 91 per cento delle donne presenti alle manifestazioni contro Morsi in piazza Tahrir era stata violentata o aggredita sessualmente.
E non è solo per la presenza dei Fratelli musulmani. Un fenomeno che non si può spiegare però solo con l'avvento dei Fratelli Musulmani al potere, secondo HarassMap, un'associazione che si trova al Cairo e che lotta contro le molestie sessuali: "L'accettabilità sociale delle molestie sessuali quotidiane - ha spiegato ad al-Jazeera Noora Flinkman, manager della comunicazione del gruppo - colpisce ogni donna in Egitto, indipendentemente dall'età, dal background professionale o socio-economico, dallo stato civile, dal vestito o da un comportamento". Non solo molestie sessuali, però: secondo i dati diffusi dall'Unicef e confermati di nuovo qualche mese fa da Human Rights Watch, l'Egitto è al secondo posto per numero di mutilazioni genitali femminili dopo Gibuti.
Infibulate il 91% delle bambine. Secondo le stime, il 91 per cento delle donne tra i 15 e i 49 anni è stata sottoposta a un intervento di asportazione di parte degli organi genitali, una pratica diffusa sia tra i cristiani che tra i musulmani che ha a che fare con il controllo sociale della donna più che con la religione: il termine con il quale ci si riferisce in Egitto a questo tipo di mutilazioni è infatti "purificazione", che "salvaguarda" la donna dal desiderio sessuale, mantenendola "pura" fino al matrimonio e dandole più possibilità di trovare marito. Vietata dal 2008 in Egitto, la mutilazione genitale femminile continua a mietere vittime: l'ultima è stata Sohair el-Batea, 13 anni, morta nel 2013 per le complicazioni di un intervento. Lo scorso anno un giudice aveva assolto sia il padre della bambina che il medico che aveva eseguito l'operazione, ma a gennaio una corte d'appello ha annullato la sentenza e condannato l'uomo a due anni di prigione per omicidio colposo.
Povertà endemica. Nascere donna in un paese che assale e sevizia le proprie donne, ma anche nascere povero in un paese che lascia i propri poveri senza uno straccio di assistenza sociale, schiacciati tra molteplici lavori in nero per poter sfamare la propria famiglia. Fino a qualche anno fa, il governo stimava che circa il 42% della popolazione egiziana vivesse sotto la soglia della povertà: stima che negli ultimi anni, complici le rivoluzioni e le transizioni politiche, assieme ai disordini e ai morti che hanno provocato, è salita fino a toccare quota 48.9 per cento. L'unica ancora di salvezza per la metà della popolazione egiziana indigente è costituita da alcuni beni primari sussidiati, ovvero il pane e la benzina, che il governo egiziano fornisce ai suoi cittadini a prezzi bassissimi ma che, come spiega un'analisi di Peter Volkmar sul portale Muftah, non riesce a supplire neanche in minima parte all'assenza di una rete di previdenza sociale che si occupi, tra le altre cose, di dare assistenza a vedove con famiglia a carico come Sisa Gaber.
Un'economia quasi azzerata. Secondo il reportage di Volkmar, infatti, con il boom demografico degli ultimi trent'anni, il costo dei beni sussidiati è diventato un terzo della spesa pubblica. Con l'aumento del prezzo del petrolio, un'economia quasi azzerata e un deficit di bilancio sorretto a malapena dalle ricche donazioni degli stati del Golfo - in primis Arabia Saudita, disposta a tutto pur di sostenere il presidente golpista al-Sisi contro quella che considera la minaccia dei Fratelli Musulmani - lo Stato semplicemente non ce la fa a garantire i beni sussidiati per tutti.
I beni sussidiati. Sorprendentemente, poi, i maggiori beneficiari (perché maggiori consumatori) dei beni sussidiati sono proprio i meno bisognosi: come si legge nel reportage di Muftah, infatti, le stime degli economisti indicano che l'80 per cento della spesa per i sussidi va agli egiziani più ricchi, che costituiscono il 20 per cento della popolazione e che beneficiano anche di un piano pensionistico perché dipendenti statali o impiegati nel settore privato. Secondo Magdi Nasrallah, presidente del dipartimento di Ingegneria del Petrolio e dell'Energia, la soluzione sarebbe togliere i sussidi e rimpiazzarli con moneta contante per i più indigenti.
Un'urgente riforma del welfare. Il Cairo, come suggeriscono gli analisti, dovrebbe quindi intraprendere una riforma radicale della previdenza: ma per farlo dovrebbe tagliare per prima cosa i beni sussidiati. E ogni tentativo di riforma dei sussidi, in passato, ha provocato violente manifestazioni nel Paese. Un'analisi della Reuters subito dopo il golpe di al-Sisi prevedeva che il futuro presidente avrebbe cercato di comprare la pace sociale non azzardandosi a riformare radicalmente il welfare, ma piuttosto aumentando i beni sussidiati con i miliardi di dollari donati dal Golfo. Detto fatto: solo un mese fa sauditi, kuweitiani ed emiratini hanno messo insieme circa 12 miliardi di dollari per "stimolare l'economia egiziana" a ripartire.
Ma nonostante gli investimenti dei sauditi...Ma, nonostante questo enorme afflusso di investimenti, l'Egitto difficilmente riuscirà a risolvere il problema della povertà: lo prevede l'economista Ahmed Oweis, che spiega che il governo dovrebbe sì impegnarsi in una riforma dei beni sussidiati per trasformarli in liquidità, ma non potrà farlo per "mancanza di fondi necessari - ora da destinare anche alla sicurezza contro minacce terroristiche - e di dati precisi sulle fonti di guadagno dei più poveri, tutte in nero". Troppa burocrazia, tra le altre cose, sarebbe secondo Oweis alla base della mancata riforma. E mentre il nuovo Egitto di al-Sisi assolve gli uomini del vecchio regime dalle accuse di corruzione( l'ultimo è stato Habib al-Adly, ex ministro dell'Interno di Mubarak, precedentemente condannato a cinque anni per aver accumulato illegalmente circa 25 milioni di dollari durante il suo ufficio, ndr), l'Egitto di Sisa Gaber aspetta ancora la sua rivoluzione previdenziale.
Il premio di per la festa della mamma. Balzata agli onori delle cronache due settimane fa, quando in occasione della Festa della Mamma è stata insignita del premio come "madre lavoratrice dell'anno" dal Ministero della Solidarietà Sociale, Sisa si è vista consegnare la targa dal presidente Abdel Fattah al-Sisi in persona. In uno dei paesi arabi più tumultuosi, con quasi metà della popolazione che vive sotto la soglia della povertà, la storia di Sisa potrebbe essere quella di altre 45 milioni di persone: una storia di sessismo ben ancorato, ma soprattutto un esempio della totale assenza dello stato sociale.
La storia di Sisa. Rimasta vedova all'età di 21 anni, incinta e senza nessuno che potesse provvedere a lei, Sisa Gaber ha dovuto iniziare a lavorare per mantenere sua figlia Houda. La donna ha raccontato ad al-Arabiya che, data la sua difficile condizione, aggravata da una cultura locale che disapprova le donne che lavorano, non le è rimasto altro da fare che travestirsi da uomo: un jelbab (tunica maschile tradizionale), un turbante o un copricapo chiamato taqiyah, scarpe chiuse e poche parole. Nel tempo è stata prima un contadino nei campi dei villaggi vicini, dove nessuno la conosceva, poi un manovale che fabbricava mattoni e trasportava sacchi di cemento. Alla fine è finita alla stazione di Luxor a lucidare scarpe, un'attività che le porta un "guadagno decente", come ha raccontato all'emittente saudita. Negli anni le bocche da sfamare sono aumentate, dato che sua figlia si è sposata con un uomo che si è ammalato e non ha potuto provvedere alla famiglia. "Ho preferito il lavoro duro - ha detto in un'intervista - all'elemosina nelle strade per poter dare da mangiare a mia figlia e ai suoi bambini".
Egitto, "il luogo peggiore dove nascere femmina". Proteggersi dagli uomini e dai loro sguardi ostili è stata una delle ragioni che l'ha spinta a nascondere la propria femminilità. Facile da credere, in quello che un sondaggio del 2013, condotto dalla Thomson Reuters Foundation sui diritti delle donne, ha classificato come il peggior paese del mondo arabo in cui nascere femmina. Due anni dopo la cosiddetta "primavera araba" portatrice di speranze in tutti i settori della società, l'Egitto veniva scavalcato persino da Iraq, Arabia Saudita e Yemen - paesi dove i diritti negati alle donne la fanno da padroni - sulle difficoltà della condizione femminile.
Il paese delle molestie sessuali. Il primato egiziano è dovuto soprattutto alle molestie sessuali: un rapporto delle Nazioni Unite dello stesso anno annunciava che il 99.3 per cento delle donne egiziane era stata molestata almeno una volta nella vita. Secondo alcuni analisti i casi di violenza ai danni delle donne avevano subito un'impennata proprio nel 2013, durante l'incandescente estate delle proteste contro il presidente islamista eletto, Mohamed Morsi, che avevano autorizzato la giunta militare a destituirlo con un colpo di stato: Human Rights Watch denunciava che, nel mese di giugno del 2013, il 91 per cento delle donne presenti alle manifestazioni contro Morsi in piazza Tahrir era stata violentata o aggredita sessualmente.
E non è solo per la presenza dei Fratelli musulmani. Un fenomeno che non si può spiegare però solo con l'avvento dei Fratelli Musulmani al potere, secondo HarassMap, un'associazione che si trova al Cairo e che lotta contro le molestie sessuali: "L'accettabilità sociale delle molestie sessuali quotidiane - ha spiegato ad al-Jazeera Noora Flinkman, manager della comunicazione del gruppo - colpisce ogni donna in Egitto, indipendentemente dall'età, dal background professionale o socio-economico, dallo stato civile, dal vestito o da un comportamento". Non solo molestie sessuali, però: secondo i dati diffusi dall'Unicef e confermati di nuovo qualche mese fa da Human Rights Watch, l'Egitto è al secondo posto per numero di mutilazioni genitali femminili dopo Gibuti.
Infibulate il 91% delle bambine. Secondo le stime, il 91 per cento delle donne tra i 15 e i 49 anni è stata sottoposta a un intervento di asportazione di parte degli organi genitali, una pratica diffusa sia tra i cristiani che tra i musulmani che ha a che fare con il controllo sociale della donna più che con la religione: il termine con il quale ci si riferisce in Egitto a questo tipo di mutilazioni è infatti "purificazione", che "salvaguarda" la donna dal desiderio sessuale, mantenendola "pura" fino al matrimonio e dandole più possibilità di trovare marito. Vietata dal 2008 in Egitto, la mutilazione genitale femminile continua a mietere vittime: l'ultima è stata Sohair el-Batea, 13 anni, morta nel 2013 per le complicazioni di un intervento. Lo scorso anno un giudice aveva assolto sia il padre della bambina che il medico che aveva eseguito l'operazione, ma a gennaio una corte d'appello ha annullato la sentenza e condannato l'uomo a due anni di prigione per omicidio colposo.
Povertà endemica. Nascere donna in un paese che assale e sevizia le proprie donne, ma anche nascere povero in un paese che lascia i propri poveri senza uno straccio di assistenza sociale, schiacciati tra molteplici lavori in nero per poter sfamare la propria famiglia. Fino a qualche anno fa, il governo stimava che circa il 42% della popolazione egiziana vivesse sotto la soglia della povertà: stima che negli ultimi anni, complici le rivoluzioni e le transizioni politiche, assieme ai disordini e ai morti che hanno provocato, è salita fino a toccare quota 48.9 per cento. L'unica ancora di salvezza per la metà della popolazione egiziana indigente è costituita da alcuni beni primari sussidiati, ovvero il pane e la benzina, che il governo egiziano fornisce ai suoi cittadini a prezzi bassissimi ma che, come spiega un'analisi di Peter Volkmar sul portale Muftah, non riesce a supplire neanche in minima parte all'assenza di una rete di previdenza sociale che si occupi, tra le altre cose, di dare assistenza a vedove con famiglia a carico come Sisa Gaber.
Un'economia quasi azzerata. Secondo il reportage di Volkmar, infatti, con il boom demografico degli ultimi trent'anni, il costo dei beni sussidiati è diventato un terzo della spesa pubblica. Con l'aumento del prezzo del petrolio, un'economia quasi azzerata e un deficit di bilancio sorretto a malapena dalle ricche donazioni degli stati del Golfo - in primis Arabia Saudita, disposta a tutto pur di sostenere il presidente golpista al-Sisi contro quella che considera la minaccia dei Fratelli Musulmani - lo Stato semplicemente non ce la fa a garantire i beni sussidiati per tutti.
I beni sussidiati. Sorprendentemente, poi, i maggiori beneficiari (perché maggiori consumatori) dei beni sussidiati sono proprio i meno bisognosi: come si legge nel reportage di Muftah, infatti, le stime degli economisti indicano che l'80 per cento della spesa per i sussidi va agli egiziani più ricchi, che costituiscono il 20 per cento della popolazione e che beneficiano anche di un piano pensionistico perché dipendenti statali o impiegati nel settore privato. Secondo Magdi Nasrallah, presidente del dipartimento di Ingegneria del Petrolio e dell'Energia, la soluzione sarebbe togliere i sussidi e rimpiazzarli con moneta contante per i più indigenti.
Un'urgente riforma del welfare. Il Cairo, come suggeriscono gli analisti, dovrebbe quindi intraprendere una riforma radicale della previdenza: ma per farlo dovrebbe tagliare per prima cosa i beni sussidiati. E ogni tentativo di riforma dei sussidi, in passato, ha provocato violente manifestazioni nel Paese. Un'analisi della Reuters subito dopo il golpe di al-Sisi prevedeva che il futuro presidente avrebbe cercato di comprare la pace sociale non azzardandosi a riformare radicalmente il welfare, ma piuttosto aumentando i beni sussidiati con i miliardi di dollari donati dal Golfo. Detto fatto: solo un mese fa sauditi, kuweitiani ed emiratini hanno messo insieme circa 12 miliardi di dollari per "stimolare l'economia egiziana" a ripartire.
Ma nonostante gli investimenti dei sauditi...Ma, nonostante questo enorme afflusso di investimenti, l'Egitto difficilmente riuscirà a risolvere il problema della povertà: lo prevede l'economista Ahmed Oweis, che spiega che il governo dovrebbe sì impegnarsi in una riforma dei beni sussidiati per trasformarli in liquidità, ma non potrà farlo per "mancanza di fondi necessari - ora da destinare anche alla sicurezza contro minacce terroristiche - e di dati precisi sulle fonti di guadagno dei più poveri, tutte in nero". Troppa burocrazia, tra le altre cose, sarebbe secondo Oweis alla base della mancata riforma. E mentre il nuovo Egitto di al-Sisi assolve gli uomini del vecchio regime dalle accuse di corruzione( l'ultimo è stato Habib al-Adly, ex ministro dell'Interno di Mubarak, precedentemente condannato a cinque anni per aver accumulato illegalmente circa 25 milioni di dollari durante il suo ufficio, ndr), l'Egitto di Sisa Gaber aspetta ancora la sua rivoluzione previdenziale.