ROMA - L'ultimo blogger ucciso a colpi di machete in Bangladesh si chiamava Ananta Bijoy Das. L'omicidio è avvenuto a Sylhet il 12 maggio. Prima di lui, Washiqur Rahman il 30 marzo a Dhaka e, ancora prima, Avijit Roy il 27 febbraio. Tutti e tre, sebbene non fossero personaggi particolarmente noti, si erano schierati contro il fondamentalismo religioso. Il Bangladesh è un paese ufficialmente laico, la cui maggioranza è di religione musulmana. Il governo non si è espresso in merito alle violenze in corso né ha preso posizione per la difesa della libertà di espressione.
La lista nera degli attivisti. Si pensa che i tre blogger appartenessero ad un elenco stilato da gruppi di estremisti islamici. La strategia della paura non ha fermato le proteste insorte a seguito degli omicidi: studenti e attivisti accusano il governo di non fare abbastanza per fermare la carneficina in atto. Avijit Roy era il fondatore di Mukto Mona, letteralmente "Mente libera", una pagina web che difende la laicità e contesta il fondamentalismo. Qui vi scriveva anche Das, l'ultimo blogger ucciso. "Sempre sono stati aperti difensori della libertà di espressione ed entrambi avevano scritto in modo esplicito che non erano credenti", ha dichiarato alla BBC Sara Hossain, avvocata e attivista dei diritti umani a Dhaka.
Quel visto negato che gli avrebbe salvato la vita. Poco prima che Ananta Bijoy Das fosse ucciso, l'ambasciata svedese in Bangladesh aveva negato il visto all'attivista: temeva fosse un modo per cercare rifugio in Europa. Das avrebbe dovuto partecipare ad un incontro sulla libertà di espressione presso la filiale svedese del PEN Club. E aveva chiesto aiuto all'Unione Umanista e Etica Internazionale, IHEU, che a seguito del suo assassinio ha dichiarato: "Comprendendo la seria minaccia che gravava sulla sua vita, gli abbiamo consigliato di mettersi in salvo". Da qui la dura condanna nei confronti delle autorità bangladesi: "Che sia per apatia, incompetenza o intimidazione, la polizia e il governo non stanno assistendo gli scrittori, pensatori, attivisti umanisti e laici".
Contro la "cultura dell'impunità": la denuncia di Article 19. Nel rapporto sulla libertà di espressione in Bangladesh, pubblicato dall'organizzazione internazionale Article 19, si stimano 213 attacchi nel 2014, di cui 205 contro i giornalisti e 8 contro i blogger. Solo le indagini di cinque di questi casi sono state portate a termine. Si registra, inoltre, un incremento delle violazioni perpetrate da parte di alcuni rappresentanti del governo. La cultura dell'impunità e della paura è ben radicata nel paese, giacché in molti casi gli attacchi non vengono nemmeno denunciati e, anche quando lo sono, la risposta da parte delle istituzioni e della magistratura stenta ad arrivare.
La lista nera degli attivisti. Si pensa che i tre blogger appartenessero ad un elenco stilato da gruppi di estremisti islamici. La strategia della paura non ha fermato le proteste insorte a seguito degli omicidi: studenti e attivisti accusano il governo di non fare abbastanza per fermare la carneficina in atto. Avijit Roy era il fondatore di Mukto Mona, letteralmente "Mente libera", una pagina web che difende la laicità e contesta il fondamentalismo. Qui vi scriveva anche Das, l'ultimo blogger ucciso. "Sempre sono stati aperti difensori della libertà di espressione ed entrambi avevano scritto in modo esplicito che non erano credenti", ha dichiarato alla BBC Sara Hossain, avvocata e attivista dei diritti umani a Dhaka.
Quel visto negato che gli avrebbe salvato la vita. Poco prima che Ananta Bijoy Das fosse ucciso, l'ambasciata svedese in Bangladesh aveva negato il visto all'attivista: temeva fosse un modo per cercare rifugio in Europa. Das avrebbe dovuto partecipare ad un incontro sulla libertà di espressione presso la filiale svedese del PEN Club. E aveva chiesto aiuto all'Unione Umanista e Etica Internazionale, IHEU, che a seguito del suo assassinio ha dichiarato: "Comprendendo la seria minaccia che gravava sulla sua vita, gli abbiamo consigliato di mettersi in salvo". Da qui la dura condanna nei confronti delle autorità bangladesi: "Che sia per apatia, incompetenza o intimidazione, la polizia e il governo non stanno assistendo gli scrittori, pensatori, attivisti umanisti e laici".
Contro la "cultura dell'impunità": la denuncia di Article 19. Nel rapporto sulla libertà di espressione in Bangladesh, pubblicato dall'organizzazione internazionale Article 19, si stimano 213 attacchi nel 2014, di cui 205 contro i giornalisti e 8 contro i blogger. Solo le indagini di cinque di questi casi sono state portate a termine. Si registra, inoltre, un incremento delle violazioni perpetrate da parte di alcuni rappresentanti del governo. La cultura dell'impunità e della paura è ben radicata nel paese, giacché in molti casi gli attacchi non vengono nemmeno denunciati e, anche quando lo sono, la risposta da parte delle istituzioni e della magistratura stenta ad arrivare.