Mondo Solidale

Mauritania, a processo il leader del movimento anti schiavitù

L'accusa è di aver organizzato una "carovana" di sensibilizzazione al problema della schiavitù fondiaria. I due leader del movimento non violento sono stati arrestati e trasferiti nel carcere di Aleg, tristemente noto come Guantanamo dell'Africa

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ROMA - "È il giorno della verità. Oggi sapremo se c'è una speranza per questo Paese, oppure no". Le parole sono di Jacoub Diarra, presidente dell'Ira Mauritania Italia, il movimento per l'abolizione della schiavitù, che da Roma è in costante collegamento con Aleg, città della Mauritania capoluogo della Regione di Brakna, grosso centro agricolo al centro dell'attenzione mondiale quando, nel corso di un attentato, rivendicato da un gruppo vicino ad al-Qaeda, rimasero uccisi 4 turisti francesi ed uno venne gravemente ferito. Lì, oggi, si apre il processo d'appello per il presidente dell'Ira, Biram Dah Abeid, e per il vicepresidente, Brahim Bilal Ramdane, arrestati l'11 novembre 2014 e già condannati in primo grado a due anni di prigione.

La corte è illegittima. L'accusa è di aver organizzato una "carovana" di sensibilizzazione al problema della schiavitù fondiaria, manifestazione, però non autorizzata, secondo le autorità. I due leader del movimento non violento sono stati arrestati a Rosso, città a circa 220 km dalla capitale Nouakchott, ma dopo sono stati trasferiti nel carcere di Aleg, tristemente noto come Guantanamo dell'Africa. Ed è proprio questo trasferimento che ha subito innervosito i legali di Biram che, dunque, hanno contestato la legittimità dell'atto.

"È un processo farsa".  E' quanto dicono i sostenitori di Biram, e aggiungono: "La corte che deve giudicarli è totalmente illegittima". Secondo le regole, infatti, i due sarebbero dovuti essere processati dalle autorità dell'area di Rosso, ma poi c'è stato il trasferimento, senza alcuna motivazione.  "Per sottolineare  -  sostiene Ivana Dama, attivista napoletana dell'Ira Mauritania Italia  -  che contro di loro non valgono le regole, perché sono haratin". Hanno la pelle più scura, diventano servi alla nascita, perché la schiavitù si tramanda di madre in figlio e sono il gruppo etnico che rappresenta il 40 per cento della popolazione.

Imputati e legali non ci saranno. L'illegittimità della corte è proprio quello che contestano anche gli avvocati di Biram e Brahim. Ieri pomeriggio hanno tenuto una conferenza stampa per comunicare che quest'oggi al processo non si presenteranno in aula e non ci saranno nemmeno gli imputati. "La linea che adottiamo  -  hanno spiegato gli avvocati Brahim Ebeti, Bah Ould Mbarek e Fatimata Mbate  -  è quella del boicottaggio totale di questo processo farsa e se gli imputati saranno in aula, vuol dire che saranno stati costretti con la forza, con una conseguente violazione dei diritti".

La forza del movimento è cresciuta. A processo, inizialmente, dovevano andare in tre, perché insieme ai due leader dell'Ira era stato arrestato anche Djiby Sow dell'ong Kawtal che, però, è una delle organizzazioni riconosciute dal governo di Mohamed Abdel Aziz. "E stranamente non c'è alla sbarra  -  dice Jacoub Diarra con un tono ironico  - perché è chiaro che il regime vuole colpire solo l'Ira, perché la teme. E se noi diventiamo forti non ci possono più fermare". In realtà la forza del movimento è cresciuta notevolmente negli ultimi mesi, proprio grazie a Biram che, dal carcere, ha continuato a incitare alla lotta pacifica.

Centinaia di persone manifestano davanti al Tribunale. Da giorni, infatti, davanti al tribunale di Aleg si stanno radunando centinaia di persone per manifestare contro l'arresto del leader e per far sentire la forza che l'unione di tante persone può generare in un piccolo Paese come la Mauritania. Il timore è che la polizia possa disperdere i manifestanti con la forza, "cosa già accaduta tante volte in passato", raccontano gli attivisti. Davanti al tribunale sono in tanti e sono uomini, ma ci sono anche tante donne. Sono loro le vere protagoniste della lotta alla schiavitù, perché si ribellano e lavorano per aiutare chi è appena scappato da un padrone e non sa come vivere da uomo libero.

Una nuova legge anti schiavitù. Secondo il Global Slavery Index , che calcola  il numero di persone in stato di schiavitù moderna in 167 Paesi, in Mauritania circa il 4 per cento della popolazione vive "in catene". Nel Paese la schiavitù è stata abolita ufficialmente nel 1981 e criminalizzata ulteriormente nel 2007, ma il governo, proprio qualche giorno fa, ha voluto promulgare una nuova legge che vieta queste antiche pratiche di violenza. Eppure certe condizioni di sopruso sono difficile da scardinare, soprattutto in alcune zone. "E soprattutto se, sotto sotto, sono avallate dal governo", dicono Ivana e Jacoub. Quest'ultimo, sposato con Ivana e residente in Italia, è tornato a Nouakchott durante il mese di Ramadan, ma poco dopo l'arrivo è stato arrestato e portato al commissariato Dar-Naïm dove è stato trattenuto senza motivo. Gli hanno chiesto del suo matrimonio con una donna bianca, perché è andato a trovare Biram in carcere, cosa racconta in Italia. "Il regime ha paura di noi, perché siamo non violenti, ma riusciamo a far arrivare lontano la nostra voce".