Pakistan, pennarelli e matite contro il terrorismo
La battaglia di Neelam Ibrar Chattan, un'altra giovane attivista pachistana, molto meno famosa del premio Nobel Malala Yousafzai, ma non meno coraggiosa, che come lei lotta per l'istruzione dei bambini e contro l'estremismo nel Paese tormentato dai Taliban
ROMA - "Penne e libri sono armi contro il terrorismo", aveva detto due anni fa Malala Yousafzai di fronte all'Assemblea delle Nazioni Unite. "Sempre che le penne non abbiano la forma di una pistola", aggiungerebbe oggi con la stessa serietà Neelam Ibrar Chattan, un'altra giovane attivista pachistana, molto meno famosa del premio Nobel, ma non meno coraggiosa, che come lei lotta per l'istruzione dei bambini e contro l'estremismo nel Paese tormentato dai Taliban, dove la cultura della guerra si è talmente insinuata nella mentalità della gente che sui banchi di scuola proliferano, appunto, biro a forma di pistole, lancia-granate e pugnali.
Dove si gioca imitando la guerra. Nella terra di nessuno fra Afghanistan e Pakistan si cresce scampando alla violenza ma si gioca a imitarla. Si gioca a fare i kamikaze, a jihadisti contro militari. Nel 2011 lo aveva dimostrato a tutto il mondo un video-choc circolato in Rete: mostrava dei bambi…
Dove si gioca imitando la guerra. Nella terra di nessuno fra Afghanistan e Pakistan si cresce scampando alla violenza ma si gioca a imitarla. Si gioca a fare i kamikaze, a jihadisti contro militari. Nel 2011 lo aveva dimostrato a tutto il mondo un video-choc circolato in Rete: mostrava dei bambi…
ROMA - "Penne e libri sono armi contro il terrorismo", aveva detto due anni fa Malala Yousafzai di fronte all'Assemblea delle Nazioni Unite. "Sempre che le penne non abbiano la forma di una pistola", aggiungerebbe oggi con la stessa serietà Neelam Ibrar Chattan, un'altra giovane attivista pachistana, molto meno famosa del premio Nobel, ma non meno coraggiosa, che come lei lotta per l'istruzione dei bambini e contro l'estremismo nel Paese tormentato dai Taliban, dove la cultura della guerra si è talmente insinuata nella mentalità della gente che sui banchi di scuola proliferano, appunto, biro a forma di pistole, lancia-granate e pugnali.
Dove si gioca imitando la guerra. Nella terra di nessuno fra Afghanistan e Pakistan si cresce scampando alla violenza ma si gioca a imitarla. Si gioca a fare i kamikaze, a jihadisti contro militari. Nel 2011 lo aveva dimostrato a tutto il mondo un video-choc circolato in Rete: mostrava dei bambini che allegramente facevano finta di salutare un compagno incappucciato, pronto a diventare martire. Quattro anni dopo, gli stessi sinistri divertimenti. Ma almeno una voce, quella di Neelam, a denunciare il rischio che a forza di glorificare la violenza si possa un giorno diventarne protagonisti.
12-13enni arruolati dai taliban. "Vedo bambini che imitano i Taliban o i militari, che parlano di organizzare rapimenti e uccisioni", ha raccontato al giornale locale Dawn Neelam. Che ha 21 anni, tre in più di Malala, e va di villaggio in villaggio a incontrare studenti, genitori, insegnanti. Per raccontare loro dei rischi che corrono ("Ho visto bambini di appena 12-13 anni unirsi ai militanti taliban, ottenere in cambio soldi e armi e poter così incutere timore negli altri"). Per implorarli di non comprare armi giocattolo. E di bandire quelle vere.
"Basta con le armi anche a scuola". All'inizio di quest'anno, infatti, il governo ha deciso di addestrare gli insegnanti alla difesa personale con l'uso delle armi. E li ha autorizzati ad andare armati in classe. Una discutibile risposta al barbaro attentato terroristico che i miliziani di Tehrik-i-Taliban organizzarono contro una scuola di Peshawar lo scorso dicembre (145 vittime, di cui 132 bambini). Ma a giugno uno studente dello Swat è stato ucciso da un colpo partito inavvertitamente dalla pistola di un maestro. E la voce di protesta di Neelam s'è levata con forza: "Mandiamo i nostri figli a scuola per imparare, non per essere uccisi", ha ripetuto anche di fronte alle autorità, chiedendo di vietare le armi dalle classi. "Gli insegnanti non dovrebbero usare armi, la sicurezza è responsabilità delle forze di polizia".
L'investimento in pennarelli e matite. Contro l'uso delle armi impiega anche i colori, Neelam. Parte dello stipendio di 60 dollari da sarta di sua madre viene investito in pennarelli e matite da distribuire ai bambini nelle scuole. Il disegno come forma di costruzione, come antidoto alla distruzione: è anche questo che Neelam spera di ottenere nei suoi incontri con i piccoli studenti pachistani. Bambini traumatizzati, a volte orfani di padre, altre orfani di casa, costretti a unirsi alle migliaia di sfollati generati dalle operazioni anti-terrorismo dell'esercito. Ne ha raggiunti oltre 500, Neelam, da quando nel 2012 ha fondato l'Ong Peace for a New Generation, esaudendo il sogno di suo padre, morto di infarto anni fa, di diventare un'attivista.
Gli incontri con le vedove. Due volte al mese Neelam organizza anche degli incontri per le donne che hanno perso i mariti dopo essersi uniti alla guerra fra i Taliban e il governo di Islamabad. Donne come Khalida, 42 anni, proveniente da una famiglia che tradizionalmente sosteneva la guerriglia degli "studenti coranici" e che però s'è ritrovata con un marito desaparecido. Scomparso nelle torbide dinamiche della guerra pachistana al terrorismo. Una condizione che secondo l'Ong locale Defence of Human Rights ha riguardato circa 5000 persone da quando, nel 2001, gli Stati Uniti invasero il vicino Afghansitan destabilizzando così anche il vicino Pakistan.
Il sogno di salvare una generazione dal terrorismo. Lo scorso anno l'impegno pacifista dell'"altra Malala" le è valso un premio di locale, European Union-Paiman Trust Gold Award. "Ho deciso di lavorare per salvare la mia generazione dal terrorismo e educarla alla pace", ha detto recentemente alla radio malesiana KBR, con lo stesso equilibrio fra fermezza e disinvoltura già mostrati dalla sua celebre collega. "La maggior parte della gente dice che le donne non possono fare niente di positivo nella nostra società. Per me questo è un incoraggiamento. A dimostrare che si sbagliano".
Dove si gioca imitando la guerra. Nella terra di nessuno fra Afghanistan e Pakistan si cresce scampando alla violenza ma si gioca a imitarla. Si gioca a fare i kamikaze, a jihadisti contro militari. Nel 2011 lo aveva dimostrato a tutto il mondo un video-choc circolato in Rete: mostrava dei bambini che allegramente facevano finta di salutare un compagno incappucciato, pronto a diventare martire. Quattro anni dopo, gli stessi sinistri divertimenti. Ma almeno una voce, quella di Neelam, a denunciare il rischio che a forza di glorificare la violenza si possa un giorno diventarne protagonisti.
12-13enni arruolati dai taliban. "Vedo bambini che imitano i Taliban o i militari, che parlano di organizzare rapimenti e uccisioni", ha raccontato al giornale locale Dawn Neelam. Che ha 21 anni, tre in più di Malala, e va di villaggio in villaggio a incontrare studenti, genitori, insegnanti. Per raccontare loro dei rischi che corrono ("Ho visto bambini di appena 12-13 anni unirsi ai militanti taliban, ottenere in cambio soldi e armi e poter così incutere timore negli altri"). Per implorarli di non comprare armi giocattolo. E di bandire quelle vere.
"Basta con le armi anche a scuola". All'inizio di quest'anno, infatti, il governo ha deciso di addestrare gli insegnanti alla difesa personale con l'uso delle armi. E li ha autorizzati ad andare armati in classe. Una discutibile risposta al barbaro attentato terroristico che i miliziani di Tehrik-i-Taliban organizzarono contro una scuola di Peshawar lo scorso dicembre (145 vittime, di cui 132 bambini). Ma a giugno uno studente dello Swat è stato ucciso da un colpo partito inavvertitamente dalla pistola di un maestro. E la voce di protesta di Neelam s'è levata con forza: "Mandiamo i nostri figli a scuola per imparare, non per essere uccisi", ha ripetuto anche di fronte alle autorità, chiedendo di vietare le armi dalle classi. "Gli insegnanti non dovrebbero usare armi, la sicurezza è responsabilità delle forze di polizia".
L'investimento in pennarelli e matite. Contro l'uso delle armi impiega anche i colori, Neelam. Parte dello stipendio di 60 dollari da sarta di sua madre viene investito in pennarelli e matite da distribuire ai bambini nelle scuole. Il disegno come forma di costruzione, come antidoto alla distruzione: è anche questo che Neelam spera di ottenere nei suoi incontri con i piccoli studenti pachistani. Bambini traumatizzati, a volte orfani di padre, altre orfani di casa, costretti a unirsi alle migliaia di sfollati generati dalle operazioni anti-terrorismo dell'esercito. Ne ha raggiunti oltre 500, Neelam, da quando nel 2012 ha fondato l'Ong Peace for a New Generation, esaudendo il sogno di suo padre, morto di infarto anni fa, di diventare un'attivista.
Gli incontri con le vedove. Due volte al mese Neelam organizza anche degli incontri per le donne che hanno perso i mariti dopo essersi uniti alla guerra fra i Taliban e il governo di Islamabad. Donne come Khalida, 42 anni, proveniente da una famiglia che tradizionalmente sosteneva la guerriglia degli "studenti coranici" e che però s'è ritrovata con un marito desaparecido. Scomparso nelle torbide dinamiche della guerra pachistana al terrorismo. Una condizione che secondo l'Ong locale Defence of Human Rights ha riguardato circa 5000 persone da quando, nel 2001, gli Stati Uniti invasero il vicino Afghansitan destabilizzando così anche il vicino Pakistan.
Il sogno di salvare una generazione dal terrorismo. Lo scorso anno l'impegno pacifista dell'"altra Malala" le è valso un premio di locale, European Union-Paiman Trust Gold Award. "Ho deciso di lavorare per salvare la mia generazione dal terrorismo e educarla alla pace", ha detto recentemente alla radio malesiana KBR, con lo stesso equilibrio fra fermezza e disinvoltura già mostrati dalla sua celebre collega. "La maggior parte della gente dice che le donne non possono fare niente di positivo nella nostra società. Per me questo è un incoraggiamento. A dimostrare che si sbagliano".