ROMA - Questa non è soltanto una storia di inclusione; questa è la storia di una scalata fatta su una sedia a rotelle azionata con un joystick. Quattro ruote che si fanno spazio in mezzo ai faldoni, non si arrestano davanti alle scalinate dei tribunali o alle file in cancelleria, lottano contro le aule inaccessibili dei Tar italiani. Questa è la storia di Lisa, giovane e intraprendente avvocato milanese. Donna. Disabile. Professionista del diritto "antitrust": Lisa Noja, 41 anni, è quello che si dice "una tosta". Laureata in Giurisprudenza in Università Cattolica a Milano "perché la Statale non era fisicamente accessibile per una persona in carrozzina come me: i professori facevano lezione al cinema"; poi un Master in California e l'esame professionale sostenuto sia in Italia sia negli Stati Uniti (il "Bar" - British Accreditation Regency per i paesi di Common Law).
Ma perché scegliere di andare così lontano? "Percepivo che mi serviva qualche cartuccia in più da sparare, se volevo fare il salto. Sono stati i miei a sostenermi economicamente: ho provato a cercare qualche borsa di studio, ma lo Stato italiano non prevede aiuti 'fuori dall'ordinario' ". Perché proprio la California, allora? Anche per una ragione storica: "Ci sono molti veterani invalidi di guerra, sapevo che in quello Stato fin dagli anni '70 avevano sviluppato una legislazione e una sensibilità particolare al problema dell'accessibilità".
L'appartamento nel campus. Al momento dell'ammissione, l'Università della California ha fatto solo una richiesta: specificare tutto quello di cui Lisa avrebbe avuto bisogno nell'anno del Master. Sono stati poi loro a offrire l'appartamento in campus e a pagare gli adattamenti per i disabili, e una serie di agevolazioni pratiche durante lo svolgimento degli esami: "Studiare in America costa molto, ma una volta conquistato il tuo posto, l'Università è in grado di seguirti dal punto di vista professionale e personale". La differenza?: "I miei colleghi rimasti lì guadagnano 150mila dollari come primo stipendio, possono così ripagarsi presto i costi"
Il ritorno in Italia. Lisa invece è tornata in Italia e ha iniziato la pratica forense, poi si è associata ad un importante studio legale del capoluogo lombardo. L'inclusione, in un mondo del lavoro "duro e maschile" come quello del diritto, è arrivata dopo. Il punto di volta è stato in quella frase del suo dominus durante la telefonata che precedeva il colloquio decisivo: "Dottoressa, non capisco perché mi stia specificando che è disabile, per me è come se mi stesse dicendo che ha i capelli verdi o rossi".
L'inclusione? Quando chiedi aiuto per salire un gradino. Quando chiedo a Lisa che cosa serve per favorire l'inclusione dei disabili nel mondo del lavoro, lei risponde in modo semplice: "In California non ho mai dovuto chiedere aiuto per superare un solo gradino". Ma ha dovuto studiare sodo e senza sconti: "Forse il criterio del merito a tutti i costi lascia indietro, ad esempio, coloro che hanno disabilità intellettive, ed in questo la nostra assistenza è più inclusiva. Vorrei che il sistema italiano, che dà poco ma a tutti, prendesse qualcosa da quello americano, che dà tutto a chi vale veramente". Il che equivale e dire, per usare le sue parole: "Non voglio l'indennizzo per la 'sfiga' di essere disabile, voglio potermi iscrivere anche alla migliore università, se valgo: non è un caso che Stephen Hawking sia stato educato con il sistema anglosassone"
Il traguardo più grande. Il più grande traguardo raggiunto Lisa è in grado di quantificarlo immediatamente: "Da qualche tempo ho superato la soglia di reddito che mi dava diritto alla pensione di invalidità. Ora sono un contribuente capiente e autonomo, in grado di aiutare, con le mie tasse, qualcun altro". Il nostro welfare ha buonissime intenzioni, ma ha una logica prevalentemente assistenziale - sembra dire l'esperienza di questa giovane avvocatessa - inadatta a chi vorrebbe ottenere qualcosa in più. "pensarsi come un libero professionista: non come un soggetto da aiutare, ma come una risorsa per la società".
La storia di Mariaelena. "Pensarsi come un libero professionista: non come un soggetto da aiutare, ma come una risorsa per la società". Le parole sono di Mariaelena Fazio, 27 anni, psicologa. Anche per lei un grave impedimento motorio fin dalla nascita, che non le ha comunque impedito di avere all'attivo già un libro: "Da un anno vado in giro in tutta Italia a presentare il mio saggio, se la parte sinistra del mio corpo non ce la fa, vorrà dire che sforzerò la destra. Non posso trascurare il lavoro di un anno e gli sforzi di una vita: voglio mettere la mia esperienza e sensibilità al servizio degli altri".
Il livellamento verso il basso. Mariaelena racconta un caso emblematico in cui ha percepito che l'aiuto per il suo handicap era inadeguato. "Prendi l'esempio di un concerto rock: mi danno il biglietto gratis, ma cosa me ne faccio se poi lo stadio è inaccessibile? Funziona così anche nella vita: un livellamento verso il basso. Non pago l'università ma poi non posso andare a lezione". Infatti, per studiare Psicologia in un'università (privata) attenta al problema, Mariaelena si è spostata da Augusta a Milano. Qui sta per avviare uno studio privato. Ma perché non provare ad entrare nel pubblico come categoria speciale? "Impossibile. Sono andata in un Centro per l'impiego e mi hanno detto: se fosse stata una ragioniera avrebbe avuto più opportunità, gli psicologi non sappiamo come collocarli"
Tutti gli altri, il parere sulla legislazione italiana. La coordinatrice dell'Agenzia di formazione e orientamento al lavoro (Afol) del Nord Milano, Giulia Noris, si occupa da vent'anni di inserimento nel mondo del lavoro di persone con difficoltà e racconta una situazione in peggioramento. Nonostante la provincia milanese abbia una concentrazione di aziende altissima per la media italiana, le persone che i centri di questo tipo riescono a collocare sono sempre meno: prima erano almeno 90 all'anno, da quando sono stati ridotti i fondi, sono un massimo di 60 e senza il follow-up, perché costa troppo seguirle anche dopo l'avviamento.
Un po' di delusione, mai mancanza di motivazione. "Li ho visti cambiare anche fisicamente, una volta che hanno trovato nel lavoro la loro forma di riscatto, ma è sempre più raro ottenere una soddisfazione così". Soprattutto nel caso in cui entrino in gioco anche disturbi psichici. In studi come "Lavoro e Psiche" della Fondazione Cariplo si legge che "nei 24 mesi di tirocinio il risultato è significativo sul tasso di 'attivazionè dei pazienti", ma passata la fase di prova "non appare significativo l'effetto del trattamento sulla probabilità di trovare un lavoro retribuito".
Le norme in vigore in Italia. In materia di lavoro e disabilità (anche intellettiva) lo Stato italiano ha una legge apposita, la 68 del 1999. Un testo che ha sostituito quello precedente (482/1968, obbligo tout court di assumere 15% di dipendenti con disabilità) e ha aggiunto un particolare fondamentale: la necessità di seguire percorsi individuali per trovare la posizione più consona al singolo. A questo mira anche la modifica introdotta di recente nel Jobs Act: l'articolo 6 di fatto deroga la legge 68 e dà maggiore libertà alle aziende nello scegliere la persona più adatta alla posizione aperta.
Una buona legge complicata da attuare. "Abbiamo una buona legge, ma è complicata da attuare in un momento di crisi economica come questo", continua Noris. Talmente difficile da rendere operativa che l'Italia è stata richiamata dalla Corte di giustizia dell'Unione europea, nel non lontano 2013. Dall'Europa è stato ricordato che l'obbligo di inserimento lavorativo delle categorie deboli, oltre che essere appoggiato ad una convenzione Onu approvata dal Consiglio Ue, è normato nell'ordinamento italiano da una legge quadro, la 104 del 1992. Fra le motivazioni del richiamo della Corte si legge: "Non è sufficiente che gli Stati membri prevedano misure di incentivo e sostegno. L'Italia non ha imposto ai datori di lavoro di agire efficacemente e praticamente per dare promozione e formazione ai dipendenti inabili". Conclusione lapidaria: "Di conseguenza L'Italia è venuta meno ai propri obblighi".
Non bastano i tirocini gratuiti. In breve la Corte ha sentenziato che non basta attivare tirocini (gratuiti), che il numero di persone raggiunte è insufficiente, ma soprattutto che quello che fa lo Stato è inadeguato alle esigenze del singolo disabile e non dà una prospettiva di lavoro reale. Succede che, dati alla mano, solo il 10% di coloro che riescono ad accedere ad un tirocinio - già pochi - ha poi la speranza di ottenere un vero contratto. Le storie delle due giovani professioniste sono quindi delle eccezioni assolute.
La conferma dalle statistiche. La conferma arriva dagli ultimi dati Istat: solo il 16% delle persone tra i 15 e i 47 anni con una limitazione fisica è occupato; fra gli occupati con disabilità le donne che lavorano sono solo il 7%, un numero che si riduce al 4% per chi ha limitazioni funzionali gravi; si contano sulle dita di una mano i liberi professionisti: dei 300mila disabili inseriti nel mondo del lavoro italiano, oltre la metà (54% contro il 22% del totale della popolazione occupata) è impiegato nel settore pubblico e in ruoli di dipendenza.
Il ruolo del Centro per l'impiego. Resta da riportare un dato molto eloquente. Anche fra i disabili solo l'11% ha trovato lavoro grazie a un Centro per l'impiego: più di un terzo (36%) l'ha fatto attraverso parenti, amici e conoscenti. Alcuni rinunciano, soprattutto se giovani: delle persone con limitazioni funzionali tra gli 11 e i 34 anni, la quasi totalità vive ancora nella famiglia d'origine, talvolta già socialmente debole, e non ha raggiunto l'autonomia.
Ma perché scegliere di andare così lontano? "Percepivo che mi serviva qualche cartuccia in più da sparare, se volevo fare il salto. Sono stati i miei a sostenermi economicamente: ho provato a cercare qualche borsa di studio, ma lo Stato italiano non prevede aiuti 'fuori dall'ordinario' ". Perché proprio la California, allora? Anche per una ragione storica: "Ci sono molti veterani invalidi di guerra, sapevo che in quello Stato fin dagli anni '70 avevano sviluppato una legislazione e una sensibilità particolare al problema dell'accessibilità".
L'appartamento nel campus. Al momento dell'ammissione, l'Università della California ha fatto solo una richiesta: specificare tutto quello di cui Lisa avrebbe avuto bisogno nell'anno del Master. Sono stati poi loro a offrire l'appartamento in campus e a pagare gli adattamenti per i disabili, e una serie di agevolazioni pratiche durante lo svolgimento degli esami: "Studiare in America costa molto, ma una volta conquistato il tuo posto, l'Università è in grado di seguirti dal punto di vista professionale e personale". La differenza?: "I miei colleghi rimasti lì guadagnano 150mila dollari come primo stipendio, possono così ripagarsi presto i costi"
Il ritorno in Italia. Lisa invece è tornata in Italia e ha iniziato la pratica forense, poi si è associata ad un importante studio legale del capoluogo lombardo. L'inclusione, in un mondo del lavoro "duro e maschile" come quello del diritto, è arrivata dopo. Il punto di volta è stato in quella frase del suo dominus durante la telefonata che precedeva il colloquio decisivo: "Dottoressa, non capisco perché mi stia specificando che è disabile, per me è come se mi stesse dicendo che ha i capelli verdi o rossi".
L'inclusione? Quando chiedi aiuto per salire un gradino. Quando chiedo a Lisa che cosa serve per favorire l'inclusione dei disabili nel mondo del lavoro, lei risponde in modo semplice: "In California non ho mai dovuto chiedere aiuto per superare un solo gradino". Ma ha dovuto studiare sodo e senza sconti: "Forse il criterio del merito a tutti i costi lascia indietro, ad esempio, coloro che hanno disabilità intellettive, ed in questo la nostra assistenza è più inclusiva. Vorrei che il sistema italiano, che dà poco ma a tutti, prendesse qualcosa da quello americano, che dà tutto a chi vale veramente". Il che equivale e dire, per usare le sue parole: "Non voglio l'indennizzo per la 'sfiga' di essere disabile, voglio potermi iscrivere anche alla migliore università, se valgo: non è un caso che Stephen Hawking sia stato educato con il sistema anglosassone"
Il traguardo più grande. Il più grande traguardo raggiunto Lisa è in grado di quantificarlo immediatamente: "Da qualche tempo ho superato la soglia di reddito che mi dava diritto alla pensione di invalidità. Ora sono un contribuente capiente e autonomo, in grado di aiutare, con le mie tasse, qualcun altro". Il nostro welfare ha buonissime intenzioni, ma ha una logica prevalentemente assistenziale - sembra dire l'esperienza di questa giovane avvocatessa - inadatta a chi vorrebbe ottenere qualcosa in più. "pensarsi come un libero professionista: non come un soggetto da aiutare, ma come una risorsa per la società".
La storia di Mariaelena. "Pensarsi come un libero professionista: non come un soggetto da aiutare, ma come una risorsa per la società". Le parole sono di Mariaelena Fazio, 27 anni, psicologa. Anche per lei un grave impedimento motorio fin dalla nascita, che non le ha comunque impedito di avere all'attivo già un libro: "Da un anno vado in giro in tutta Italia a presentare il mio saggio, se la parte sinistra del mio corpo non ce la fa, vorrà dire che sforzerò la destra. Non posso trascurare il lavoro di un anno e gli sforzi di una vita: voglio mettere la mia esperienza e sensibilità al servizio degli altri".
Il livellamento verso il basso. Mariaelena racconta un caso emblematico in cui ha percepito che l'aiuto per il suo handicap era inadeguato. "Prendi l'esempio di un concerto rock: mi danno il biglietto gratis, ma cosa me ne faccio se poi lo stadio è inaccessibile? Funziona così anche nella vita: un livellamento verso il basso. Non pago l'università ma poi non posso andare a lezione". Infatti, per studiare Psicologia in un'università (privata) attenta al problema, Mariaelena si è spostata da Augusta a Milano. Qui sta per avviare uno studio privato. Ma perché non provare ad entrare nel pubblico come categoria speciale? "Impossibile. Sono andata in un Centro per l'impiego e mi hanno detto: se fosse stata una ragioniera avrebbe avuto più opportunità, gli psicologi non sappiamo come collocarli"
Tutti gli altri, il parere sulla legislazione italiana. La coordinatrice dell'Agenzia di formazione e orientamento al lavoro (Afol) del Nord Milano, Giulia Noris, si occupa da vent'anni di inserimento nel mondo del lavoro di persone con difficoltà e racconta una situazione in peggioramento. Nonostante la provincia milanese abbia una concentrazione di aziende altissima per la media italiana, le persone che i centri di questo tipo riescono a collocare sono sempre meno: prima erano almeno 90 all'anno, da quando sono stati ridotti i fondi, sono un massimo di 60 e senza il follow-up, perché costa troppo seguirle anche dopo l'avviamento.
Un po' di delusione, mai mancanza di motivazione. "Li ho visti cambiare anche fisicamente, una volta che hanno trovato nel lavoro la loro forma di riscatto, ma è sempre più raro ottenere una soddisfazione così". Soprattutto nel caso in cui entrino in gioco anche disturbi psichici. In studi come "Lavoro e Psiche" della Fondazione Cariplo si legge che "nei 24 mesi di tirocinio il risultato è significativo sul tasso di 'attivazionè dei pazienti", ma passata la fase di prova "non appare significativo l'effetto del trattamento sulla probabilità di trovare un lavoro retribuito".
Le norme in vigore in Italia. In materia di lavoro e disabilità (anche intellettiva) lo Stato italiano ha una legge apposita, la 68 del 1999. Un testo che ha sostituito quello precedente (482/1968, obbligo tout court di assumere 15% di dipendenti con disabilità) e ha aggiunto un particolare fondamentale: la necessità di seguire percorsi individuali per trovare la posizione più consona al singolo. A questo mira anche la modifica introdotta di recente nel Jobs Act: l'articolo 6 di fatto deroga la legge 68 e dà maggiore libertà alle aziende nello scegliere la persona più adatta alla posizione aperta.
Una buona legge complicata da attuare. "Abbiamo una buona legge, ma è complicata da attuare in un momento di crisi economica come questo", continua Noris. Talmente difficile da rendere operativa che l'Italia è stata richiamata dalla Corte di giustizia dell'Unione europea, nel non lontano 2013. Dall'Europa è stato ricordato che l'obbligo di inserimento lavorativo delle categorie deboli, oltre che essere appoggiato ad una convenzione Onu approvata dal Consiglio Ue, è normato nell'ordinamento italiano da una legge quadro, la 104 del 1992. Fra le motivazioni del richiamo della Corte si legge: "Non è sufficiente che gli Stati membri prevedano misure di incentivo e sostegno. L'Italia non ha imposto ai datori di lavoro di agire efficacemente e praticamente per dare promozione e formazione ai dipendenti inabili". Conclusione lapidaria: "Di conseguenza L'Italia è venuta meno ai propri obblighi".
Non bastano i tirocini gratuiti. In breve la Corte ha sentenziato che non basta attivare tirocini (gratuiti), che il numero di persone raggiunte è insufficiente, ma soprattutto che quello che fa lo Stato è inadeguato alle esigenze del singolo disabile e non dà una prospettiva di lavoro reale. Succede che, dati alla mano, solo il 10% di coloro che riescono ad accedere ad un tirocinio - già pochi - ha poi la speranza di ottenere un vero contratto. Le storie delle due giovani professioniste sono quindi delle eccezioni assolute.
La conferma dalle statistiche. La conferma arriva dagli ultimi dati Istat: solo il 16% delle persone tra i 15 e i 47 anni con una limitazione fisica è occupato; fra gli occupati con disabilità le donne che lavorano sono solo il 7%, un numero che si riduce al 4% per chi ha limitazioni funzionali gravi; si contano sulle dita di una mano i liberi professionisti: dei 300mila disabili inseriti nel mondo del lavoro italiano, oltre la metà (54% contro il 22% del totale della popolazione occupata) è impiegato nel settore pubblico e in ruoli di dipendenza.
Il ruolo del Centro per l'impiego. Resta da riportare un dato molto eloquente. Anche fra i disabili solo l'11% ha trovato lavoro grazie a un Centro per l'impiego: più di un terzo (36%) l'ha fatto attraverso parenti, amici e conoscenti. Alcuni rinunciano, soprattutto se giovani: delle persone con limitazioni funzionali tra gli 11 e i 34 anni, la quasi totalità vive ancora nella famiglia d'origine, talvolta già socialmente debole, e non ha raggiunto l'autonomia.