ROMA - Difficile averne certezza, ma le elezioni in corso in Costa d'Avorio possono rappresentare una svolta nel corso della storia del paese africano, dopo le violenze seguite al voto nel 2010, che costarono la vita ad oltre 3.000 cittadini ivoriani. L'affluenza al primo turno dei circa sei milioni elettori aventi diritto sembra essere buona. Lo ha detto lo stesso presidente uscente, Alassane Ouattara - che tutti i sondaggi danno per favorito - anche se sono in molti a temere un diffuso astensionismo. Non a caso, Ouattara ha lanciato un nuovo appello agli elettori, perché non disertino le urne. "L'entusiasmo che stiamo vedendo in tutto il Paese - ha detto all'uscita dal seggio dove è andato a votare - ci fa pensare che l'affluenza sarà buona. Tutto il paese vuole un sistema definitivamente democratico e stabile e le elezioni di quest'anno ci permetteranno di superare e dimenticare il processo elettorale del 2010 finito molto male". L'apertura dei seggi è stata anche prolungata dopo che problemi logistici ne avevano ritardato l'apertura in molte zone. In oltre la metà delle sezioni, ci sono stati ritardi superiori all'ora.
Una crescita economica veloce ma diseguale. Con tutti gli squilibri e le disuguaglianze che ancora continuano a caratterizzare la crescita economica di molti paesi africani - Costa d'Avorio compresa, col suo primato mondiale nella produzione di cacao - questa tornata elettorale è proprio per questo ritenuta cruciale per il suo futuro, dopo gli anni di guerra civile che seguirono le elezioni del 2010, quando l'allora capo di Stato, Laurent Gbagbo, contestò (secondo molti osservatori anche con qualche ragione) i risultati delle urne che videro invece Alassane Ouattara vincere, dopo un conteggio dei voti contestato dai sostenitori di Gbagbo, convinti che la vittoria di Ouattara era stata voluta e imposta a tutti i costi dal governo francese. In ogni caso, è innegabile che il paese dell'Africa occidentale, sotto la guida di Ouattara, può oggi vantare una crescita del Pil, che era del 3,6% nel 2009 e del 6,3% quest'anno. Il processo di pacificazione è stato lento e complicato, ma alla fine il paese si presenta alle urne, per tentare davvero di impostare una convivenza sociale più vicina agli standard europei.
Il cacao, quasi una maledizione. Vista da fuori - guerre civili a parte - la Costa d'Avorio appare un luogo rigoglioso con le sue piantaggioni lussureggianti di cacao, una nazionale di calcio che colleziona successi e un vivavio di giocatori dispensati a molti club importanti d'Europa. Probabilmente però spesso non si considera abbastanza come, soprattutto le ricchezze naturali, siano state finora più che altro una maledizione. Destino comune, del resto, a tanti altri paesi africani, dove le immense fortune custodite nel loro sottosuolo, non sono finora mai diventate la ragione di un benessere equamente distribuito. Sono decenni, insomma, che in questo paese le battaglie per il controllo della produzione e dell'esportazione del cacao, continuano a voler sembrare un'altra cosa, travestendosi da ostilità etniche, guerre civili, scontri tribali. Tragiche "messe in scena" costate migliaia e migliaia di vittime tra la popolazione civile.
Il "braciere" mai spento della guerra civile. Esattamente come è già accaduto in Burkina Faso e in Burindi, le consultazioni in Costa d'Avorio potrebbero diventare l'occasione per i vari gruppi etnici, i diversi clan, ma anche semplicemente per gli imprenditori locali in concorrenza fra loro, di tentare rese dei conti attese da anni. Ecco la ragione per cui il tentativo di rendere durevole quella stabilità istituzionale e politica necessaria, affinché la crescita economia prosegua e sia quanto più possibile a beneficio di tutti, appare ancora minacciato e dall'esito imprevedibile. Come i duellanti di Conrad, insomma, Ouattara e l'ex presidente Laurent Gbagbo non sembrano voler smettere ed hanno tutta l'aria di voler rinvigorire il "braciere" della guerra civile, che sembrava essersi spento. Il drammatico gioco di soffiare sul fuoco dei rancori ha infatti caratterizzato gran parte della campagna elettorale. E purtroppo l'aver arrestato Gbagbo e di Titi Gnanhoua Joseph, direttore del giornale vicino all'ex presidente, per il quale l'Ong Reporter Senza Frontiere (RSF) ha chiesto il rilascio, potrebbe non essere d'aiuto al processo di pacificazione.
Una crescita economica veloce ma diseguale. Con tutti gli squilibri e le disuguaglianze che ancora continuano a caratterizzare la crescita economica di molti paesi africani - Costa d'Avorio compresa, col suo primato mondiale nella produzione di cacao - questa tornata elettorale è proprio per questo ritenuta cruciale per il suo futuro, dopo gli anni di guerra civile che seguirono le elezioni del 2010, quando l'allora capo di Stato, Laurent Gbagbo, contestò (secondo molti osservatori anche con qualche ragione) i risultati delle urne che videro invece Alassane Ouattara vincere, dopo un conteggio dei voti contestato dai sostenitori di Gbagbo, convinti che la vittoria di Ouattara era stata voluta e imposta a tutti i costi dal governo francese. In ogni caso, è innegabile che il paese dell'Africa occidentale, sotto la guida di Ouattara, può oggi vantare una crescita del Pil, che era del 3,6% nel 2009 e del 6,3% quest'anno. Il processo di pacificazione è stato lento e complicato, ma alla fine il paese si presenta alle urne, per tentare davvero di impostare una convivenza sociale più vicina agli standard europei.
Il cacao, quasi una maledizione. Vista da fuori - guerre civili a parte - la Costa d'Avorio appare un luogo rigoglioso con le sue piantaggioni lussureggianti di cacao, una nazionale di calcio che colleziona successi e un vivavio di giocatori dispensati a molti club importanti d'Europa. Probabilmente però spesso non si considera abbastanza come, soprattutto le ricchezze naturali, siano state finora più che altro una maledizione. Destino comune, del resto, a tanti altri paesi africani, dove le immense fortune custodite nel loro sottosuolo, non sono finora mai diventate la ragione di un benessere equamente distribuito. Sono decenni, insomma, che in questo paese le battaglie per il controllo della produzione e dell'esportazione del cacao, continuano a voler sembrare un'altra cosa, travestendosi da ostilità etniche, guerre civili, scontri tribali. Tragiche "messe in scena" costate migliaia e migliaia di vittime tra la popolazione civile.
Il "braciere" mai spento della guerra civile. Esattamente come è già accaduto in Burkina Faso e in Burindi, le consultazioni in Costa d'Avorio potrebbero diventare l'occasione per i vari gruppi etnici, i diversi clan, ma anche semplicemente per gli imprenditori locali in concorrenza fra loro, di tentare rese dei conti attese da anni. Ecco la ragione per cui il tentativo di rendere durevole quella stabilità istituzionale e politica necessaria, affinché la crescita economia prosegua e sia quanto più possibile a beneficio di tutti, appare ancora minacciato e dall'esito imprevedibile. Come i duellanti di Conrad, insomma, Ouattara e l'ex presidente Laurent Gbagbo non sembrano voler smettere ed hanno tutta l'aria di voler rinvigorire il "braciere" della guerra civile, che sembrava essersi spento. Il drammatico gioco di soffiare sul fuoco dei rancori ha infatti caratterizzato gran parte della campagna elettorale. E purtroppo l'aver arrestato Gbagbo e di Titi Gnanhoua Joseph, direttore del giornale vicino all'ex presidente, per il quale l'Ong Reporter Senza Frontiere (RSF) ha chiesto il rilascio, potrebbe non essere d'aiuto al processo di pacificazione.