Rebibbia, dal crimine alla laurea: quando il "recupero" avviene sui libri
di MARIA CRISTINA FRADDOSIOSi è svolto sabato 13 febbraio l’incontro tra gli studenti del reparto Alta Sicurezza della Casa circondariale di Rebibbia e l’Università degli Studi di Roma Tor Vergata. Presente il Garante nazionale dei diritti dei detenuti, Mauro Palma. “Finanziamenti bloccati. Abbiamo bisogno di libri”, parola ai detenuti
ROMA - Storie di uomini che hanno trascorso metà della loro esistenza dietro le sbarre. Ma uno spiraglio di rinascita, redenzione, metamorfosi è venuto dalle pagine di libri senza tempo, dai colori di una tela, dallo studio appassionato. Dalla possibilità di riscoprire la propria identità, usando quel tempo di attesa come una risorsa. Si è aperta sulle note di De Andrè una lunga mattinata di febbraio, che ha visto i detenuti del reparto G12 Alta Sicurezza della Casa circondariale di Rebibbia confrontarsi con l’Università degli Studi di Roma Tor Vergata, a cui sono iscritti.
Proposte dal carcere. Nella penombra del teatro, lo stesso in cui è stato girato “Cesare deve morire” dei fratelli Taviani, hanno preso posto gli studenti esterni dell’Ateneo romano e i condannati all’ergastolo. Sul palco si sono succeduti vari interventi: prima le istituzioni rappresentate dal direttore del carcere, Mauro Marian…
Proposte dal carcere. Nella penombra del teatro, lo stesso in cui è stato girato “Cesare deve morire” dei fratelli Taviani, hanno preso posto gli studenti esterni dell’Ateneo romano e i condannati all’ergastolo. Sul palco si sono succeduti vari interventi: prima le istituzioni rappresentate dal direttore del carcere, Mauro Marian…
ROMA - Storie di uomini che hanno trascorso metà della loro esistenza dietro le sbarre. Ma uno spiraglio di rinascita, redenzione, metamorfosi è venuto dalle pagine di libri senza tempo, dai colori di una tela, dallo studio appassionato. Dalla possibilità di riscoprire la propria identità, usando quel tempo di attesa come una risorsa. Si è aperta sulle note di De Andrè una lunga mattinata di febbraio, che ha visto i detenuti del reparto G12 Alta Sicurezza della Casa circondariale di Rebibbia confrontarsi con l’Università degli Studi di Roma Tor Vergata, a cui sono iscritti.
Proposte dal carcere. Nella penombra del teatro, lo stesso in cui è stato girato “Cesare deve morire” dei fratelli Taviani, hanno preso posto gli studenti esterni dell’Ateneo romano e i condannati all’ergastolo. Sul palco si sono succeduti vari interventi: prima le istituzioni rappresentate dal direttore del carcere, Mauro Mariani, dalla responsabile del reparto, Antonella Rasola, dal Garante nazionale per i diritti dei detenuti, Mauro Palma, e dal rettore Giuseppe Novelli, affiancato dai docenti Formica e Pierangeli impegnati nel progetto universitario Rebibbia-Tor Vergata. E poi la parola è passata ai detenuti laureandi. Numerose le proposte avanzate: disponibilità gratuita dei libri di testo, possibilità di discutere la tesi di laurea presso l’università, accesso a internet, apertura del penitenziario alla cittadinanza per mostre e spettacoli, abolizione del numero chiuso. E, non ultima, la richiesta che sia retribuito il servizio di tutoraggio esterno, generosamente garantito dagli studenti universitari. Ebbene sì, ciò che balza agli occhi dalle testimonianze degli studenti detenuti è la rete di solidarietà su cui si basa il diritto allo studio nei penitenziari italiani.
Finanziamenti sospesi. La clemenza degli editori, la generosità dei docenti, che sono entrati in carcere con dispense e pdf, la dedizione degli studenti, dei ricercatori che li supportano nello studio. Del progetto di teledidattica, avviato nel 2006 dalla professoressa Formica, resta l’umanità, la crescita intellettuale e morale dei fruitori, la tessitura di rapporti interpersonali profondi. Ma i finanziamenti che avrebbero dovuto sostenere la didattica, ovvero le lezioni da proiettare, i libri di testo, il compenso per i tutor, sono sospesi da anni. Eppure, Serena D’Aruti, una delle volontarie che quotidianamente segue gli studenti detenuti, non intende arretrare: “Credo fermamente in quello che faccio. Combatto contro le barriere e vado oltre. Una possibilità nella vita bisogna darla a tutti”. Lo stesso vale per la responsabile del progetto, Marina Formica: “L’università deve dialogare con il territorio. La cultura può liberare”.
Pochi in Italia i detenuti-studenti: 413 uomini e 15 donne. La cultura, in casi come questi, ha del miracoloso, offre uno squarcio che ferisce, perché – come ha detto uno dei detenuti – “fa pensare a ciò che potevo essere e non sono stato”, che libera, che apre orizzonti, che concede un’altra possibilità. Purtroppo, però, non sono così numerosi quelli che intraprendono un percorso universitario: i dati del Ministero della Giustizia riportano per il 2014 un numero di iscritti pari a 413 detenuti, 34 dei quali appartengono a Tor Vergata (in questo caso specifico, esentasse). Le donne, invece, sono soltanto 15 in tutto il territorio nazionale. Fa discutere anche il sistema penitenziario che interviene con trasferimenti improvvisi anche quando il detenuto è impegnato in un percorso di studi, nonostante, per mezzo della cultura, come si legge nel Rapporto finale degli Stati Generali dell’Esecuzione Penale, “al soggetto in detenzione è data la possibilità concreta di misurarsi con il proprio tempo non in meri termini di sottrazione di esperienze bensì di costruzione di esperienze altre”.
Antigone e Garante. “Lo studio è una forma di emancipazione e aiuta a non commettere altri reati”, fa sapere Patrizio Gonnella, presidente dell’associazione Antigone per i diritti e le garanzie nel sistema penale. E aggiunge: “In ogni carcere ci dovrebbe essere una sezione universitaria. Non sarebbe costoso, servirebbe soltanto una regia centrale che coordini”. “I diritti vanno presi sul serio”, ha argomentato invece Palma, il Garante nazionale insediatosi da poco. Dalla citazione di Bobbio ne deriva che “non c’è nulla di peggio di un sistema che enuncia diritti e non sa tutelarli”. “Riconoscimento, equivalenza e continuità” sono – a suo avviso – gli aspetti che permettono di “costruire realmente un sistema di detenzione che sappia tramutare dei principi in pratiche concrete”.
Il cambiamento possibile. Dunque a Rebibbia si ha la prova concreta che una trasformazione del sé è possibile, anche quando si vive in un contesto carcerario, a partire dalla cura delle parole che li rende anzitutto più consci della differenza vigente tra “colpevole” e “condannato”. Una trasformazione che richiede tempo, dolore, confronto. Paradossalmente la mancanza di mezzi ha favorito la creazione di rapporti umani, sollecitati dalla ricerca di bellezza in un luogo desolato e avvilente. “Ho cercato di mantenere un rapporto uomo a uomo”. È questa la linea adottata dal docente di letteratura italiana, Fabio Pierangeli. Attraverso questo tipo di atteggiamento, in carcere si sono formati romanzieri, giuristi, letterati. E dunque, per dirla con le parole di Gramsci, è bene ricordare come la cultura “riempia le giornate e dia ancora un certo sapore alla vita”.
Proposte dal carcere. Nella penombra del teatro, lo stesso in cui è stato girato “Cesare deve morire” dei fratelli Taviani, hanno preso posto gli studenti esterni dell’Ateneo romano e i condannati all’ergastolo. Sul palco si sono succeduti vari interventi: prima le istituzioni rappresentate dal direttore del carcere, Mauro Mariani, dalla responsabile del reparto, Antonella Rasola, dal Garante nazionale per i diritti dei detenuti, Mauro Palma, e dal rettore Giuseppe Novelli, affiancato dai docenti Formica e Pierangeli impegnati nel progetto universitario Rebibbia-Tor Vergata. E poi la parola è passata ai detenuti laureandi. Numerose le proposte avanzate: disponibilità gratuita dei libri di testo, possibilità di discutere la tesi di laurea presso l’università, accesso a internet, apertura del penitenziario alla cittadinanza per mostre e spettacoli, abolizione del numero chiuso. E, non ultima, la richiesta che sia retribuito il servizio di tutoraggio esterno, generosamente garantito dagli studenti universitari. Ebbene sì, ciò che balza agli occhi dalle testimonianze degli studenti detenuti è la rete di solidarietà su cui si basa il diritto allo studio nei penitenziari italiani.
Finanziamenti sospesi. La clemenza degli editori, la generosità dei docenti, che sono entrati in carcere con dispense e pdf, la dedizione degli studenti, dei ricercatori che li supportano nello studio. Del progetto di teledidattica, avviato nel 2006 dalla professoressa Formica, resta l’umanità, la crescita intellettuale e morale dei fruitori, la tessitura di rapporti interpersonali profondi. Ma i finanziamenti che avrebbero dovuto sostenere la didattica, ovvero le lezioni da proiettare, i libri di testo, il compenso per i tutor, sono sospesi da anni. Eppure, Serena D’Aruti, una delle volontarie che quotidianamente segue gli studenti detenuti, non intende arretrare: “Credo fermamente in quello che faccio. Combatto contro le barriere e vado oltre. Una possibilità nella vita bisogna darla a tutti”. Lo stesso vale per la responsabile del progetto, Marina Formica: “L’università deve dialogare con il territorio. La cultura può liberare”.
Pochi in Italia i detenuti-studenti: 413 uomini e 15 donne. La cultura, in casi come questi, ha del miracoloso, offre uno squarcio che ferisce, perché – come ha detto uno dei detenuti – “fa pensare a ciò che potevo essere e non sono stato”, che libera, che apre orizzonti, che concede un’altra possibilità. Purtroppo, però, non sono così numerosi quelli che intraprendono un percorso universitario: i dati del Ministero della Giustizia riportano per il 2014 un numero di iscritti pari a 413 detenuti, 34 dei quali appartengono a Tor Vergata (in questo caso specifico, esentasse). Le donne, invece, sono soltanto 15 in tutto il territorio nazionale. Fa discutere anche il sistema penitenziario che interviene con trasferimenti improvvisi anche quando il detenuto è impegnato in un percorso di studi, nonostante, per mezzo della cultura, come si legge nel Rapporto finale degli Stati Generali dell’Esecuzione Penale, “al soggetto in detenzione è data la possibilità concreta di misurarsi con il proprio tempo non in meri termini di sottrazione di esperienze bensì di costruzione di esperienze altre”.
Antigone e Garante. “Lo studio è una forma di emancipazione e aiuta a non commettere altri reati”, fa sapere Patrizio Gonnella, presidente dell’associazione Antigone per i diritti e le garanzie nel sistema penale. E aggiunge: “In ogni carcere ci dovrebbe essere una sezione universitaria. Non sarebbe costoso, servirebbe soltanto una regia centrale che coordini”. “I diritti vanno presi sul serio”, ha argomentato invece Palma, il Garante nazionale insediatosi da poco. Dalla citazione di Bobbio ne deriva che “non c’è nulla di peggio di un sistema che enuncia diritti e non sa tutelarli”. “Riconoscimento, equivalenza e continuità” sono – a suo avviso – gli aspetti che permettono di “costruire realmente un sistema di detenzione che sappia tramutare dei principi in pratiche concrete”.
Il cambiamento possibile. Dunque a Rebibbia si ha la prova concreta che una trasformazione del sé è possibile, anche quando si vive in un contesto carcerario, a partire dalla cura delle parole che li rende anzitutto più consci della differenza vigente tra “colpevole” e “condannato”. Una trasformazione che richiede tempo, dolore, confronto. Paradossalmente la mancanza di mezzi ha favorito la creazione di rapporti umani, sollecitati dalla ricerca di bellezza in un luogo desolato e avvilente. “Ho cercato di mantenere un rapporto uomo a uomo”. È questa la linea adottata dal docente di letteratura italiana, Fabio Pierangeli. Attraverso questo tipo di atteggiamento, in carcere si sono formati romanzieri, giuristi, letterati. E dunque, per dirla con le parole di Gramsci, è bene ricordare come la cultura “riempia le giornate e dia ancora un certo sapore alla vita”.