Mondo Solidale

Inclusione sociale: un obiettivo assai lontano

La Norvegia è al primo posto per inclusione sociale, elemento inesistente nella Repubblica centrafricana. Nessun paese si avvicina all’obbiettivo dell’Agenda di Sviluppo 2030. L’Italia è al 20° posto, ma soltanto fra 30 anni, con politiche adeguate, riuscirà ad avere una società paritaria. Sono i dati del Rapporto WeWorld Index 2016

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ROMA – È stata presentata la seconda edizione del Rapporto "WeWorld Index. Bambini/e adolescenti e donne: il mondo degli esclusi". Sono stati 168 i paesi indagati nel loro sistema di inclusione sociale e, in oltre la metà del mondo, bambine e donne devono ancora faticare molto per avere stessa dignità dei maschi.

L’esclusione sociale cresce, invece di diminuire. Non è una sorpresa, in questo violento 2016, constatare che vivere in un ambiente sano, con opportunità formative, economiche e sociali, sicuro, al riparo dalla violenza e dalla corruzione, aperto a parità di opportunità tra uomini e donne, è ancora un’utopia. Quest’anno, rispetto al 2015, si è allargata del 4% la forbice del divario di inclusione tra il paese migliore, la Norvegia, e quello peggiore, la Repubblica Centrafricana. Più della metà della popolazione mondiale vive in luoghi in cui l’ inclusione di bambine/i e donne è insufficiente, o addirittura esistono forme gravi o gravissime di esclusione. Oltre all’Africa Sub-Sahariana, sono Nord Africa, Medio Oriente e Asia Meridionale le zone in cui bambine/i e donne non godono delle stesse opportunità dei maschi adulti.

Provocare l’opinione pubblica per l’uguaglianza. WeWorld Index 2016 è composto da 34 indicatori, (derivanti da fonti quali WHO, Unesco, World Bank, UNDP) raggruppabili in 17 dimensioni e 3 categorie. Ogni dimensione riguarda un aspetto della vita, considerato determinante per l’inclusione. "WeWorld Index vuole essere, per chi si occupa di cooperazione, un punto di riferimento per la propria azione sul campo e per l’opinione pubblica un promemoria circa le scelte che ciascuno è chiamato a compiere per rendere più vivibile il mondo -  spiega Marco Chiesara, presidente WeWorld - L’opinione pubblica va provocata perché s’interroghi sugli effetti di inquinamento e cambiamento climatico; sulle restrizioni delle libertà fondamentali in alcuni paesi; sulle scarse risorse spese in educazione; su miseria e malattie, che uccidono prima dei 5 anni di vita; sulle troppe guerre: questi alcuni tra i principali fattori analizzati dal WeWorld Index. Le soluzioni sono globali, riguardano l’Italia e i suoi vicini, africani, europei e mediorientali".

L’Agenda di Sviluppo sostenibile 2030. Il 25 settembre 2015, la Commissione europea ha accolto l’Agenda per lo Sviluppo delle Nazioni Unite,  adottata lo stesso giorno in un vertice straordinario Onu a New York, che prevede 17 obiettivi piuttosto ambiziosi da raggiungere entro il 2030 per sconfiggere la povertà e raggiungere un grado di vita sostenibile e paritario tra le nazioni. Le voci più impegnative dell’agenda riguardano le Persone (“Siamo determinati a porre fine a povertà e fame, per garantire che tutti gli esseri umani possano vivere con dignità e uguaglianza, in un ambiente sano”), il Pianeta (“Siamo determinati a proteggere il pianeta dal degrado, anche attraverso il consumo e la produzione sostenibili”), la Prosperità (“Siamo determinati ad assicurare che tutti gli esseri umani possono avere una vita appagante e che il progresso economico, sociale e tecnologico avvenga in armonia con la natura”), la Pace (“Siamo determinati a promuovere una società pacifica, giusta e inclusiva, libera da paura e violenza”). Da questi e altri intenti in agenda, il Rapporto Weworld Index definisce i criteri di crescita dei legami tra esseri umani.

L’Italia deve ancora lavorare contro la subdola esclusione. L'Italia, sui 168 paesi analizzati, si pone al 20° posto, con un lieve miglioramento rispetto allo scorso anno, dovuto essenzialmente agli indicatori che riguardano la partecipazione politica delle donne. Secondo il WeWorld Index, questo paese avrebbe bisogno di almeno 30 anni (il doppio di quelli necessari al 1° paese della classifica, la Norvegia), per raggiungere il valore definito per il 2030. L'Italia dovrebbe, da subito,  varare politiche per l'inclusione di bambine/i e donne e avviare pratiche inclusive in settori fondamentali come salute, educazione, ambiente, politica, economia, parità di genere, violenza contro le donne. "Negli ultimi anni il concetto di esclusione sociale è diventato sempre più centrale nelle politiche europee e Onu - commenta Mario Giro, vice Ministro degli Affari Esteri - La discriminazione e le forme di violenza diretta sono palesi, l’esclusione invece è soffusa, pervasiva, profonda, ma non per questo meno grave. Anche un piccolo spostamento della percezione culturale che un lavoro come il WeWorld Index determina, può provocare un cambiamento profondo" .

Un mondo lontano dagli obiettivi 2030. “Sono 49 su 168 i paesi che vedono bambini/e, adolescenti e donne in  gravi situazioni di esclusione, 3 in più rispetto al 2015 (Egitto Nepal e Comore) - spiega Stefano Piziali,  responsabile del Dipartimento Advocacy di WeWorld - Nessuna nazione, comunque, si può chiamare del tutto fuori dal mondo degli esclusi: anche il primo paese in classifica, la Norvegia, è ben lontana dall’obiettivo ideale. L’Italia, addirittura, dovrebbe compiere uno sforzo doppio rispetto alla Norvegia per avvicinarsi al valore target e il Camerun è il paese che più se n’ è allontanato, nell’ultimo anno. Gran parte della popolazione mondiale vive in paesi in cui esistono forme gravi, o gravissime di esclusione. Scarso accesso all’informazione, bassa qualità dell’ambiente, impossibilità di crescere in un contesto sociale ricco di capitale umano, negato accesso a educazione e salute, conflitti ed esposizione elevata al rischio di disastri naturali, sfruttamento economico, violenza domestica, lavoro minorile: questi i fattori che caratterizzano il mondo degli esclusi. Essendo i diritti di bambine/i e donne intrecciati, non basta investire in singole categorie o aree di miglioramento. Bisogna agire su entrambi i soggetti, con l’approccio indicato dall’ Agenda per lo sviluppo 2030”.