VENEZIA – In questi giorni di polemiche dopo il meritatissimo Leone d'Oro a The Woman who left, del regista filippino Lav Diaz ci si sta chiedendo sempre più spesso quale sia la reale funzione dei Festival cinematografici. Spesso dimenticando che, ben al di là delle passerelle per attori e i registi, al di là dell'occasione in cui mostrare lungometraggi, oltre l'aspetto economico della compravendita dei titoli o ancora dell'eterna controversia fra film “popolari” o “di nicchia”, i Festival sono prima di tutto luogo di incontro e confronto fra persone, linguaggi e culture differenti, occasione di scoperta e riflessione su quanto accade nel mondo. Una finestra dalla quale "ripassare" un po' di storia, geografia e conoscere assetti politici e climi culturali dei Paesi più disparati, senza i veli e i pregiudizi di osservatori esterni.
Venezia73 e il cinema iraniano, fra esuli e condannati. Navigando fra le varie sezioni dell'edizione appena conclusa della Mostra del Cinema di Venezia, appare subito evidente uno sguardo attento sulla situazione dei diritti umani in Iran. Assieme all'omaggio a Abbas Kiarostami, recentemente scomparso, sugli schermi del Lido sono apparse tre rappresentazioni drammatiche della censura iraniana: tre registi “problematici”, tre ottimi film, tre storie personali, in ricerca di una libertà artistica e di pensiero difficili da conquistare. Dall'esilio (quasi) volontario di Amir Naderi, a Venezia per presentare fuori concorso la produzione tutta italiana di Monte, in cui il cineasta iraniano ha messo in scena una rappresentazione allegorica, sospesa fra il metafisico e il cristologico, della forza e della fatica degli uomini uniti contro la natura, la società e le grandi ingiustizie.
In attesa delle 223 frustate. C'è poi l'esordio al lungometraggio di Keywan Karimi, con Drum, presentato nella sezione "Settimana della Critica". Il regista, condannato a 223 frustate e un anno di carcere per un precedente corto incentrato sui graffiti politici e attualmente bloccato in patria senza passaporto, è in attesa che la condanna diventi esecutiva. Drum, nel suo bianco e nero prevalentemente notturno, è prima di tutto una radiografia depressa di Teheran, città di folli e gangster, di solitudine e devastazione, di fantasmi e misteri, in una rappresentazione che non poteva non infastidire chi invece tiene a mantenere intatta l'immagine internazionale di uno Stato "moderno".
Viaggio fra due dittature. Oltre ai film “nuovi” di Naderi e Karimi, la Mostra di Venezia ha poi permesso anche la riscoperta dello splendido The Nights of Zayandeh-Rood, girato nel 1990 da Mohsen Makhmalbaf, presentato al pubblico solo ora, 26 anni dopo, in versione mutilata di oltre mezz'ora. Il film, presentato fra i restauri di "Venezia Classici", è un'istantanea efficacissima della situazione politica e culturale in Iran, ben più pesante di quanto generalmente si pensi. The Nights of Zayandeh-Rood punta l'obiettivo sul 1979, anno della rivoluzione khomeinista, che ribaltò la dittatura dello scià di Persia, Reza Pahlavi, imponendo di fatto un'altra dittatura guidata dagli ayatollah. Nella persecuzione di un professore reo - secondo lo scià - di propagandare ideali troppo democratici e poi - secondo gli ayatollah - di essere rimasto fedele al precedente governo, il film di Makhmalbaf si interroga continuamente sull'identità di una nazione, sulla cultura di un Popolo, sul ruolo nei processi di evoluzione sociale in medioriente, fino al finale di pura poesia nella speranza forse impossibile che qualcosa possa cambiare per davvero.
Il regista che dovette rubare il suo film. Inizialmente della durata di 100', il film di Makhmabaf fu ben presto ridotto dalla censura a poco più di un'ora, proiettato una sola volta in versione mutilata e successivamente, dopo una seconda visione censoria, bandito e distrutto in ogni copia in quanto minaccia ideologica. Solo nel 2015 il regista è riuscito ad avere accesso alla Cineteca di Teheran, dove veniva conservata la copia negativa depositata presso gli uffici della censura, per ritrovare il suo film e uscire portandolo via illegalmente. Ristampata a Parigi e restaurata in digitale dallo stesso regista, la versione superstite del film (circa 65 minuti), oltre alle sequenze perdute per sempre ha parti di dialogo in cui è stato tagliato l'audio, mentre i sottotitoli, intelligentemente, non ricostruiscono quel parlato non più esistente, ma si limitano a evidenziare l'intervento censorio: quando un silenzio vale più di mille parole.
La censura in Iran. È vicenda nota la vittoria dell'Orso d'Oro a Berlino 2015 di Taxi Teheran, girato dal regista Jafar Panahi, in barba ai divieti censori a lui imposti riempiendo di videocamere nascoste un taxi e mettendosi lui stesso alla guida per intervistare i propri concittadini. Quello stesso Panahi che nel 2011, per far uscire dal Paese e presentare al Festival di Cannes This is not a film, documentario sulla sua persecuzione, aveva inserito un hard disc dentro una torta, proprio come una lima per un galeotto. Quello stesso Panahi fu condannato a sei anni di prigionia e a venti di divieto assoluto di esercitare regie, intervistate o sceneggiature al cinema.
Il destino degli intellettuali scomodi. Discorso analogo si potrebbe fare riguardo la (non) libertà di stampa, con il susseguirsi di nomi e di purghe per giornalisti dissidenti (l'ultimo in ordine di tempo Isa Saharkhiz condannato meno di una settimana fa a tre ulteriori anni di carcere dopo averne già in passato scontati cinque per “aver favorito la propaganda contro il governo”). Gli intellettuali scomodi o comunque non perfettamente allineati con le posizioni governative, in Iran, vengono repressi con la censura, arrestati e frustati, le loro opere vengono bandite e distrutte, la loro libertà di denunciare le storture viene quotidianamente calpestata. Fino a quando qualcosa non riesce a trapelare, spesso in immagini proiettate ai Festival.
Venezia73 e il cinema iraniano, fra esuli e condannati. Navigando fra le varie sezioni dell'edizione appena conclusa della Mostra del Cinema di Venezia, appare subito evidente uno sguardo attento sulla situazione dei diritti umani in Iran. Assieme all'omaggio a Abbas Kiarostami, recentemente scomparso, sugli schermi del Lido sono apparse tre rappresentazioni drammatiche della censura iraniana: tre registi “problematici”, tre ottimi film, tre storie personali, in ricerca di una libertà artistica e di pensiero difficili da conquistare. Dall'esilio (quasi) volontario di Amir Naderi, a Venezia per presentare fuori concorso la produzione tutta italiana di Monte, in cui il cineasta iraniano ha messo in scena una rappresentazione allegorica, sospesa fra il metafisico e il cristologico, della forza e della fatica degli uomini uniti contro la natura, la società e le grandi ingiustizie.
In attesa delle 223 frustate. C'è poi l'esordio al lungometraggio di Keywan Karimi, con Drum, presentato nella sezione "Settimana della Critica". Il regista, condannato a 223 frustate e un anno di carcere per un precedente corto incentrato sui graffiti politici e attualmente bloccato in patria senza passaporto, è in attesa che la condanna diventi esecutiva. Drum, nel suo bianco e nero prevalentemente notturno, è prima di tutto una radiografia depressa di Teheran, città di folli e gangster, di solitudine e devastazione, di fantasmi e misteri, in una rappresentazione che non poteva non infastidire chi invece tiene a mantenere intatta l'immagine internazionale di uno Stato "moderno".
Viaggio fra due dittature. Oltre ai film “nuovi” di Naderi e Karimi, la Mostra di Venezia ha poi permesso anche la riscoperta dello splendido The Nights of Zayandeh-Rood, girato nel 1990 da Mohsen Makhmalbaf, presentato al pubblico solo ora, 26 anni dopo, in versione mutilata di oltre mezz'ora. Il film, presentato fra i restauri di "Venezia Classici", è un'istantanea efficacissima della situazione politica e culturale in Iran, ben più pesante di quanto generalmente si pensi. The Nights of Zayandeh-Rood punta l'obiettivo sul 1979, anno della rivoluzione khomeinista, che ribaltò la dittatura dello scià di Persia, Reza Pahlavi, imponendo di fatto un'altra dittatura guidata dagli ayatollah. Nella persecuzione di un professore reo - secondo lo scià - di propagandare ideali troppo democratici e poi - secondo gli ayatollah - di essere rimasto fedele al precedente governo, il film di Makhmalbaf si interroga continuamente sull'identità di una nazione, sulla cultura di un Popolo, sul ruolo nei processi di evoluzione sociale in medioriente, fino al finale di pura poesia nella speranza forse impossibile che qualcosa possa cambiare per davvero.
Il regista che dovette rubare il suo film. Inizialmente della durata di 100', il film di Makhmabaf fu ben presto ridotto dalla censura a poco più di un'ora, proiettato una sola volta in versione mutilata e successivamente, dopo una seconda visione censoria, bandito e distrutto in ogni copia in quanto minaccia ideologica. Solo nel 2015 il regista è riuscito ad avere accesso alla Cineteca di Teheran, dove veniva conservata la copia negativa depositata presso gli uffici della censura, per ritrovare il suo film e uscire portandolo via illegalmente. Ristampata a Parigi e restaurata in digitale dallo stesso regista, la versione superstite del film (circa 65 minuti), oltre alle sequenze perdute per sempre ha parti di dialogo in cui è stato tagliato l'audio, mentre i sottotitoli, intelligentemente, non ricostruiscono quel parlato non più esistente, ma si limitano a evidenziare l'intervento censorio: quando un silenzio vale più di mille parole.
La censura in Iran. È vicenda nota la vittoria dell'Orso d'Oro a Berlino 2015 di Taxi Teheran, girato dal regista Jafar Panahi, in barba ai divieti censori a lui imposti riempiendo di videocamere nascoste un taxi e mettendosi lui stesso alla guida per intervistare i propri concittadini. Quello stesso Panahi che nel 2011, per far uscire dal Paese e presentare al Festival di Cannes This is not a film, documentario sulla sua persecuzione, aveva inserito un hard disc dentro una torta, proprio come una lima per un galeotto. Quello stesso Panahi fu condannato a sei anni di prigionia e a venti di divieto assoluto di esercitare regie, intervistate o sceneggiature al cinema.
Il destino degli intellettuali scomodi. Discorso analogo si potrebbe fare riguardo la (non) libertà di stampa, con il susseguirsi di nomi e di purghe per giornalisti dissidenti (l'ultimo in ordine di tempo Isa Saharkhiz condannato meno di una settimana fa a tre ulteriori anni di carcere dopo averne già in passato scontati cinque per “aver favorito la propaganda contro il governo”). Gli intellettuali scomodi o comunque non perfettamente allineati con le posizioni governative, in Iran, vengono repressi con la censura, arrestati e frustati, le loro opere vengono bandite e distrutte, la loro libertà di denunciare le storture viene quotidianamente calpestata. Fino a quando qualcosa non riesce a trapelare, spesso in immagini proiettate ai Festival.