Mondo Solidale

India, la radio itinerante che denuncia la diffusa schiavitù

Si chiama Majboor Kisko Bola!, ovvero “Chi è indifeso?”. Samarthan è una delle Ong che si occupano di lavoro forzato. Ha vinto il Premio “Libertà dalla schiavitù” 2016 per l’attività di informazione e organizzazione tra le comunità dove il fenomeno è ancora attualissimo

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NUOVA DELHI - Molto spesso, leggendo le notizie che vengono da continenti lontani e di difficile accesso come l’interno dell’India, si fa fatica a comprendere la serietà dei problemi che la gente affronta giorno dopo giorno per anni, decenni e spesso secoli. Pochi giorni fa, Samarthan - una delle numerose organizzazioni non governative che si occupano di lavoro forzato - ha vinto il Premio “Libertà dalla schiavitù” 2016 per l’attività di informazione e organizzazione tra le comunità dove il fenomeno è ancora attualissimo, a 67 anni dalla risoluzione delle Nazioni Unite che poneva fine al traffico e alla coercizione di esseri umani.

Nei villaggi a raccontare storie di schiavitù. Samarthan si è guadagnata l’onorificenza soprattutto per il successo dell’iniziativa di una radio itinerante chiamata MKB!, da Majboor Kisko Bola!, ovvero “Chi è indifeso?” che gira i villaggi a raccontare storie vere di schiavitù e riscatto raccontate viva-voce (registrata) dai protagonisti. Il tour radiofonico potrà apparire surreale fuori dal contesto dove si svolgono i fatti, in Madhya Pradesh e Chhattisgarh, dove una parte consistente della popolazione vive in condizioni di povertà e isolamento tali che milioni di contadini delle aree remote e intere tribù non hanno mai visto un computer e uno smart phone, né sentito mai parlare di una cosa chiamata “diritti dei lavoratori” o “diritti umani”. Poiché in certe aree non giunge in assoluto nessuna informazione se non i “sentito dire” dei viaggiatori, Samarthan ha portato la radio in strada e nelle campagne tenendo gli ascoltatori incollati al racconto.

Ognuno racconta la sua storia. La ascoltano i contadini al lavoro nei campi, i disoccupati raccolti a crocicchio nelle strade dei villaggi, le casalinghe di ritorno con pesanti brocche d’acqua o fascine. Attorno all’evento gli attivisti hanno creato presto una rete di relazioni con le persone che più si immedesimavano nelle storie di sudditanza e impotenza descritte dal narratore-protagonista. Infine hanno distribuito numeri di telefono utili a chi volesse raccontare a sua volta la propria storia dall’anonimo altoparlante senza volto, e a quanti in generale intendessero porre fine alla propria schiavitù grazie alla conoscenza dei meccanismi di legge.

Liberate dalle catene 200 persone. Se il successo dell’iniziativa è valso a Samarthan il prestigioso premio e la soddisfazione di aver aiutato a liberarsi dalle catene 200 persone in 20 anni di vita, sono molti gli Stati dove il fenomeno resta sotterraneo e denunciato, ancora una volta, solo dalle organizzazioni umanitarie a causa di un ambiente sociale e politico dominato da poteri feudali di clan e caste. Ma per dare un volto e un nome a tante storie analoghe raccontero’ l’esperienza vissuta personalmente nell’Andra Pradesh, grazie ad ARD, una delle Ong locali che lavorano con Action Aid Italia, che mi fece incontrare una intera famiglia di schiavi. Lo erano i nonni e lo era il padre con i figli, i cugini, i nipoti, 16 persone in tutto.

Una casa con giardino per bambini di strada. A fare da interprete fu il signor Sheik Basheer, fondatore della ARD, un’associazione per lo sviluppo rurale di Gudur che aveva ricevuto dal comune una casa con giardino dove accogliere bambini di strada, famiglie in miseria e vittime del lavoro forzato. I membri della famiglia vittima, i Velugu, erano seduti sul prato in attesa dell’incontro, e appartenevano alla tribù Yanadi, la stessa di Sheik. Il motivo per cui si trovavano nella casa gestita dalla ARD  era legato al gesto di ribellione di una delle figlie sedicenni, stanca di abusi d’ogni genere dai “padroni”, membri dell’alta casta locale dei Reddy, tradizionalmente con diritto di vita e di morte su Fuoricasta e tribali adivasi.

Punizioni e abusi. Venni a sapere che la giovane Panchallamma - costretta a ripagare assieme alla famiglia un debito del nonno - era da tempo al completo servizio del suo signore e boss, e che le proteste e i tentativi di fuga dell’intera famiglia non avevano portato a nulla se non a punizioni e abusi ulteriori. Ma un giorno, nel tragitto tra la casa del padrone e il villaggio, dove i suoi raccoglievano legna dei Reddy, un’agitatissima Panchallamma si fermo’ davanti alla statua di una divinità locale vicina alla fermata dei bus.

L'intervento della polizia. E’ qui che la fortuna o il karma, come lo chiamano in Oriente, pose fine ai tormenti di Panchallamma e di gran parte dei suoi consanguinei. Un attivista di ARD, vedendola smarrita, riuscì a farsi raccontare tutta la sua storia e a far intervenire la polizia, che ha arrestato il padrone per ripetuta violenza carnale e lavoro forzato. Una parte della famiglia – dissero – circa dieci persone, erano rimaste alle dipendenze coatte di un altro dei fratelli Reddy, e non potevano comunicare con loro senza cellulari. Forse sono ancora lì’, a lavorare le terre padronali tra boschi, campi a distesa senza poter scappare perché vengono quasi sempre ripresi grazie alle potenti protezioni politiche degli schiavisti.

Schiavi di un debito nell'India feudale. Il signor Sheik si disse certo che la ribellione della piccola Panchallamma, con la sua circostanziata denuncia, avrebbe potuto essere un buon esempio per gli altri e innescare la scintilla di una rivolta sociale più grande, dagli effetti potenzialmente dirompenti per le vite coatte di tanti abitanti dell’India feudale resi schiavi di un debito. Anche se non è andata esattamente così, il messaggio di organizzazioni come ARD e Samarthan comincia a passare attraverso canali che non sono quelli dei media ufficiali o anche dei social network, pressoché sconosciuti tra le vittime della nuova schiavitù del millennio.

Esseri umani nascosti in capanne. Nessuna Ong potrebbe nemmeno cominciare a occuparsi degli esseri umani tenuti nascosti tra capanne e casolari sperduti senza costruire prima una rete di attivisti e volontari locali che si impegnano a segnalare i casi più eclatanti. Sono gli stessi che vanno in giro, con o senza radio a tutto volume, a informare la gente dei propri diritti verso le abominevoli forme di abuso da parte di proprietari terrieri o datori di lavoro.

Non cisi crede, ma è così. Sembra triste dover ammettere che in questo millennio di progresso esistono ancora gli schiavi. Infatti è difficile crederci finché non te li trovi davanti. L’intera famiglia Velugu pagava il prezzo di un debito in perenne crescita contratto 40 anni addietro da un progenitore per comprare il cibo dallo stesso padrone che gli aveva prestato i soldi. Un cerchio infernale dentro il quale vivono ancora in molti. Un numero incalcolabile perché nascosto.