Colombia, le violenze diffuse minacciano l'accordo di pace con le Farc
di VALERIA FRASCHETTIIn Colombia la lista degli attivisti vittime di attentati si allunga ogni settimana. Secondo la piattaforma per i diritti umani “Somos Defensores” dall’inizio del 2016 ne sono stati uccisi 75, contro i 63 dell’anno scorso e i 55 del 2014
NEIVA (Colombia) - Una delle ultime è stata a fine novembre Marcelina Canacue, leader locale del movimento Marcha Patriótica nella città di Neiva: è stata raggiunta da tre colpi d’arma da fuoco letali mentre passeggiava con la nipotina di nove anni. La notte precedente era stata invece più fortunata Martha Diaz, capo di un movimento per desaparecidos nella regione di Atlantico: i proiettili sparati per ucciderla sono rimbalzati sulla sua auto blindata. In Colombia la lista degli attivisti vittime di attentati si allunga ogni settimana. Secondo la piattaforma per i diritti umani “Somos Defensores” dall’inizio del 2016 ne sono stati uccisi 75, contro i 63 dell’anno scorso e i 55 del 2014. Un’ondata di violenza che rischia di minacciare l’implementazione degli accordi di pace fra il governo e la guerriglia delle Farc, approvati dal Parlamento appena due settimane fa e che sono valsi il Nobel per la Pace al presi…
NEIVA (Colombia) - Una delle ultime è stata a fine novembre Marcelina Canacue, leader locale del movimento Marcha Patriótica nella città di Neiva: è stata raggiunta da tre colpi d’arma da fuoco letali mentre passeggiava con la nipotina di nove anni. La notte precedente era stata invece più fortunata Martha Diaz, capo di un movimento per desaparecidos nella regione di Atlantico: i proiettili sparati per ucciderla sono rimbalzati sulla sua auto blindata. In Colombia la lista degli attivisti vittime di attentati si allunga ogni settimana. Secondo la piattaforma per i diritti umani “Somos Defensores” dall’inizio del 2016 ne sono stati uccisi 75, contro i 63 dell’anno scorso e i 55 del 2014. Un’ondata di violenza che rischia di minacciare l’implementazione degli accordi di pace fra il governo e la guerriglia delle Farc, approvati dal Parlamento appena due settimane fa e che sono valsi il Nobel per la Pace al presidente Santos.
Una guerra civile lunga 50 anni. Già a giugno scorso l’Alto Commissariato Onu per i Diritti Umani, insieme all’ambasciata statunitense e a quelle di altri Paesi, avevano lanciato l’allarme chiedendo maggiore protezione per i difensori di diritti umani. Eppure gli attacchi sono andati aumentando negli ultimi mesi, proprio mentre gli accordi di pace che mettono fine a una guerra civile lunga 50 anni stavano entrando nella loro fase finale. Questa coincidenza temporale, unita al fatto che la maggior parte degli attivisti colpiti lottava per questioni legate all’uso della terra, inducono le organizzazioni per i diritti umani a pensare che la matrice di questa violenza sia politica.
I più colpiti sono i difensori di indigeni e contadini. Fra i circa 400 attivisti e leader sociali assassinati negli ultimi cinque anni ci sono anche diversi ambientalisti. Ma i più colpiti sono i difensori di indigeni e contadini, che portano avanti cause ideologicamente vicine a quelle delle Farc in un Paese dove narcotraffico, agro-industria e industria estrattiva hanno creato negli anni una spaventosa concentrazione della terra, a scapito delle popolazioni rurali. “Queste morti ci dicono che esiste un obiettivo politico, che è quello di ostacolare il processo di pace e il disarmo e la smobilitazione delle Farc”, commenta Carlos Guevara, portavoce di Somos Defensores, secondo cui la maggioranza degli assassini è avvenuta per mano di gruppi criminali e paramilitari. In primis, il gruppo delle Autodefensas Gaitanistas de Colombia.
La presenza dei gruppi paramilitari. A confermare che dietro diverse omicidi ci sia la mano dei paramilitari è persino un comunicato del gruppo paramilitare Aguilas Negras in cui, sottolineando l’avversione al processo di pace, si dichiara apertamente: “Abbiamo già iniziato a fare giustizia con le nostre mani attraverso alcune morti selettive”. Del resto vari esperti hanno notato che, in concomitanza con la fine delle violenze fra l’esercito e i guerriglieri, i gruppi paramilitari sono andati espandendosi. “La presenza dei gruppi paramilitari è cresciuta in modo particolare nelle regioni dove erano presenti le Farc”, osservano a Indepaz, l’istituto per lo studio dello sviluppo e della pace. “Attualmente la minaccia contro membri di organizzazioni sociali è permanente”.
Una storia che sembra ripetersi. Ai colombiani questi attacchi mirati ricordano un’epoca di violenza paramilitare che esplose a inizio anni ’80 come risposta a un tentativo governativo, simile a quello attuale, di assimilare le Farc nella politica istituzionale. Circa 3.000 membri dell’Unione Patriottica, l’allora braccio politico della guerriglia di sinistra, furono assassinati fra il 1985 e il 1993. Di fatto, fu un genocidio politico. “Oggi la storia rischia di ripetersi”, è l’allarme del portavoce di Somos Defensores che sottolinea che in soli due mesi sono stati assassinati 20 membri di Marcha Patriótica, un movimento contadino vicino alle Farc e nato appena quattro anni fa.
Una guerra civile lunga 50 anni. Già a giugno scorso l’Alto Commissariato Onu per i Diritti Umani, insieme all’ambasciata statunitense e a quelle di altri Paesi, avevano lanciato l’allarme chiedendo maggiore protezione per i difensori di diritti umani. Eppure gli attacchi sono andati aumentando negli ultimi mesi, proprio mentre gli accordi di pace che mettono fine a una guerra civile lunga 50 anni stavano entrando nella loro fase finale. Questa coincidenza temporale, unita al fatto che la maggior parte degli attivisti colpiti lottava per questioni legate all’uso della terra, inducono le organizzazioni per i diritti umani a pensare che la matrice di questa violenza sia politica.
I più colpiti sono i difensori di indigeni e contadini. Fra i circa 400 attivisti e leader sociali assassinati negli ultimi cinque anni ci sono anche diversi ambientalisti. Ma i più colpiti sono i difensori di indigeni e contadini, che portano avanti cause ideologicamente vicine a quelle delle Farc in un Paese dove narcotraffico, agro-industria e industria estrattiva hanno creato negli anni una spaventosa concentrazione della terra, a scapito delle popolazioni rurali. “Queste morti ci dicono che esiste un obiettivo politico, che è quello di ostacolare il processo di pace e il disarmo e la smobilitazione delle Farc”, commenta Carlos Guevara, portavoce di Somos Defensores, secondo cui la maggioranza degli assassini è avvenuta per mano di gruppi criminali e paramilitari. In primis, il gruppo delle Autodefensas Gaitanistas de Colombia.
La presenza dei gruppi paramilitari. A confermare che dietro diverse omicidi ci sia la mano dei paramilitari è persino un comunicato del gruppo paramilitare Aguilas Negras in cui, sottolineando l’avversione al processo di pace, si dichiara apertamente: “Abbiamo già iniziato a fare giustizia con le nostre mani attraverso alcune morti selettive”. Del resto vari esperti hanno notato che, in concomitanza con la fine delle violenze fra l’esercito e i guerriglieri, i gruppi paramilitari sono andati espandendosi. “La presenza dei gruppi paramilitari è cresciuta in modo particolare nelle regioni dove erano presenti le Farc”, osservano a Indepaz, l’istituto per lo studio dello sviluppo e della pace. “Attualmente la minaccia contro membri di organizzazioni sociali è permanente”.
Una storia che sembra ripetersi. Ai colombiani questi attacchi mirati ricordano un’epoca di violenza paramilitare che esplose a inizio anni ’80 come risposta a un tentativo governativo, simile a quello attuale, di assimilare le Farc nella politica istituzionale. Circa 3.000 membri dell’Unione Patriottica, l’allora braccio politico della guerriglia di sinistra, furono assassinati fra il 1985 e il 1993. Di fatto, fu un genocidio politico. “Oggi la storia rischia di ripetersi”, è l’allarme del portavoce di Somos Defensores che sottolinea che in soli due mesi sono stati assassinati 20 membri di Marcha Patriótica, un movimento contadino vicino alle Farc e nato appena quattro anni fa.