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Iran, venti persone frustate per aver mangiato e bevuto durante il Ramadan

Il report periodico di Nessuno Tocchi Caino. Giustiziato in Alabama un nero di 46, dopo 23 anni nel braccio della morte nell'Holman Prison di Montgomery. In Pakistan è stato impiccato un uomo per commenti offensivi su Facebook contro il profeta Muhammad, le sue mogli e compagni. In Malesia condannati a morte 9 filippini dopo gli scontri di Sabah, nel Borneo malese  
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ROMA - Dal report periodico di Nessuno Tocchi Caino si apprende che dall'inizio del mese sacro del Ramadan (quest'anno dal 26 maggio al prossimo 24 giugno) circa 90 casi sono stati aperti nella città di Qazvin (Iran centrale) su persone che sono state sorprese a mangiare o bere durante le ore di digiuno. Il media statale iraniano Mehr ha pubblicato la notizia, citando il procuratore di Qazvin.
Secondo il procuratore, 20 persone sono state condannate alle frustate e a multe nello stesso giorno del loro arresto e le loro condanne sono state applicate nello stesso giorno. Le frustate sono un chiaro esempio di tortura e violazione dell'articolo 5 della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, proclamata il 10 dicembre 1948 dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite, ancora assai disattesa, anche perché ancora troppo sconosciuta, dove di afferma: "Nessuno deve essere sottoposto a torture e trattamenti o punizioni crudeli, inumani o degradant…
ROMA - Dal report periodico di Nessuno Tocchi Caino si apprende che dall'inizio del mese sacro del Ramadan (quest'anno dal 26 maggio al prossimo 24 giugno) circa 90 casi sono stati aperti nella città di Qazvin (Iran centrale) su persone che sono state sorprese a mangiare o bere durante le ore di digiuno. Il media statale iraniano Mehr ha pubblicato la notizia, citando il procuratore di Qazvin.
Secondo il procuratore, 20 persone sono state condannate alle frustate e a multe nello stesso giorno del loro arresto e le loro condanne sono state applicate nello stesso giorno. Le frustate sono un chiaro esempio di tortura e violazione dell'articolo 5 della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, proclamata il 10 dicembre 1948 dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite, ancora assai disattesa, anche perché ancora troppo sconosciuta, dove di afferma: "Nessuno deve essere sottoposto a torture e trattamenti o punizioni crudeli, inumani o degradanti". L'esecuzione di una condanna alle frustate è inumana, tuttavia è giustificata dall'articolo 638 del codice penale islamico dell’Iran, in cui si afferma: "Chiunque nei luoghi pubblici e nelle strade commetta apertamente un atto haram (peccato), oltre alla punizione prevista per l'atto, sarà condannato a due mesi di reclusione o fino a 74 frustate".

USA

Alabama, giustiziato dopo 23 anni di carcere.
L'8 giugno scorso, alle 22 in punto, Robert Melson, 46 anni, nero, è stato giustiziato, con un'iniezione letale nella Holman Prison di Montgomery, capitale dello stato dell'Alabama. E' il 2° giustiziato di quest’anno in quello Stato, il 60° da quando l’Alabama ha ripreso le esecuzioni nel 1983, il 13° dell’anno negli Usa, e il n° 1455 da quando gli Usa hanno ripreso le esecuzioni nel 1977. Melson era accusato di aver ucciso 3 dipendenti di un fast food nel corso di una rapina, avvenuta il 16 aprile 1994. Le vittime furono James Baker, 17 anni, Tamika Collins, 18 anni, e Darryl Collier, 23 anni. Un quarto dipendente, Bryant Archer, 17 anni, venne colpito da 4 proiettili ma sopravvisse e al processo testimoniò contro Melson. Il complice di Melson, Cuhuatemoc Peraita, che all’epoca aveva 17 anni, testimoniò contro Melson e venne condannato all’ergastolo senza condizionale. In seguito, nel 2001, è stato condannato anche lui a morte per aver ucciso, nel 1999, Quincy Lewis, un compagno di detenzione nella Holman Prison.

Un anno fa fu fermata l'esecuzione di un malato psichico. La Corte Suprema degli Stati Uniti bloccò all'ultimo momento l'esecuzione in Alabama di un uomo afflitto da demenza, dopo aver subito vari ictus, confermando così la decisione di una Corte d'Appello che fermò il boia solo poche ore prima dell'iniezione letale. Vernon Madison, 65 anni, era stato riconosciuto colpevole di aver assassinato con un colpo di pistola a bruciapelo alla testa un agente di polizia nel 1985.

PAKISTAN

Condannato a morte per blasfemia su Facebook. 11 giugno 2017: Un tribunale pakistano ha condannato a morte un uomo che avrebbe commesso reato di blasfemia su Facebook. E' il primo caso del genere, legato ai social media. La condanna di Taimoor Raza, 30 anni, è giunta sull’onda della repressione contro la blasfemia sui social media da parte del governo del primo ministro Nawaz Sharif. Shafiq Qureshi, procuratore pubblico a Bahawalpur, a sud della capitale provinciale Lahore, ha detto che Raza è stato condannato per commenti offensivi contro il profeta Muhammad, le sue mogli e compagni. "Un tribunale anti-terrorismo di Bahawalpur lo ha condannato a morte", ha detto Qureshi all'agenzia di stampa Reuters, aggiungendo: "È la prima condanna a morte in un caso del genere che coinvolge i social media". È raro che un tribunale anti-terrorismo tratti casi di blasfemia, ma il processo di Raza è rientrato in questa categoria poiché le sue accuse includevano reati legati ai “discorsi di odio”.

Quei "discorsi di odio". Qureshi ha detto che Raza è stato arrestato dopo aver diffuso materiale blasfemo e discorsi di odio col suo telefono ad una fermata dell'autobus a Bahawalpur, dove un agente dell’anti-terrorismo lo ha arrestato confiscando il suo telefono. Il materiale ottenuto dal telefono ha portato alla condanna di Raza, ha aggiunto. "Il processo è stato condotto in prigione a Bahawapur tra alte misure di sicurezza", ha detto Qureshi. Qureshi ha aggiunto che Raza appartiene alla comunità minoritaria sciita e in tribunale lo ha accusato di diffondere "discorsi di odio" contro la setta Deobani, che aderisce ad una rigorosa scuola dell'Islam sunnita. Dal momento che la condanna per blasfemia di Raza riguarda il tribunale contro il terrorismo, potrà appellarsi all’Alta Corte e in seguito alla Corte Suprema.

MALESIA

Nove filippini condannati a morte dopo scontri con la polizia. L'8 giugno scorso la Corte d'appello della Malesia ha condannato 9 filippini a morte in relazione agli scontri di Sabah, nella regione del Borneo malese, che provocarono la morte di almeno 70 persone nel 2013. Bernama, agenzia di stampa nazionale della Malaysia, ha riferito che "la Corte, con decisione unanime, ha emesso la condanna a morte per i 9 filippini per aver fatto la guerra al Yang di-Pertuan Agong", il capo di stato della Malesia. La Corte di appello malese ha annullato una prima sentenza all’ergastolo emessa contro di loro dall’Alta Corte di Kota Kinabalu nel 2016. Lo scontro di Sabah si riferisce alla sanguinosa incursione di circa 200 ribelli Moro armati provenienti dalle Filippine meridionali. Un auto-proclamato sultanato filippino rivendica uno storico controllo su Sabah, che è rivendicato anche dal governo di Manila. Il territorio Moro è un’area abitata da diverse etnie, i Tausug, i Maranao, i Maguindanaoan, e i Banguingui fra le principali, di religione musulmana. In realtà il nome della zona è Bangsamoro: in malese banga vuol dire patria.

Settanta morti durante gli incidenti. L'assalto, che ha rappresentato la più grave crisi di sicurezza della Malesia da anni, ha portato a un assedio dei ribelli Moro da parte delle forze armate malesi inviate nella zona. Almeno 70 persone, soprattutto ribelli Moro, restarono uccisi durante le 6 settimane di crisi. La Bernama ha affermato che i seguenti filippini si trovano ad affrontare la pena di morte in Malesia in relazione agli scontri di Sabah: "Datu Amirbahar Hushin Kiram, 54 anni, figlio dell’auto proclamato sultano di Sulu Jamalul Kiram, Julham Rashid, 70, Virgilio Nemar Patulada; Mohamad Alam Patulada, 53, Salib Akhmad Emali, 64, Tani Lahad Dahi, 64, Basad H. Manuel, 42, Atik Hussin Abu Bakar, 46, Al-Wazir Osman, 62 e Ismail Yasin, 77".