ROMA - “Volevo sapere. Perché venivo testata io e non le altre? Volevo sapere perché ero stata portata in ospedale e fatta spogliare…Chi ero veramente?” Le parole di un’atleta, di una donna, a cui improvvisamente crolla il mondo addosso. Perché le regole del test del sesso parlano chiaro: o sei donna o non lo sei. Un test che cala la scure sulla realtà e divide in maniera arbitraria il mondo dello sport, e non solo. La ricerca di Human Rights Watch “Cacciate dallo sport: violazioni dei diritti umani nella pratica del sex testing”, appena pubblicata, fornisce un quadro generale e approfondito di un secolo di discriminazione nello sport a causa di test di verifica del sesso, riportando anche le testimonianze di dodici atlete.
Controllare l’accesso femminile allo sport. Per lungo tempo gli organi sportivi hanno regolato la presenza femminile nello sport attraverso i test sulla verifica del sesso, una pratica che ha cambiato forma e modalità nel corso del Novecento. Questo grazie alle cause legali e all’attenzione della società civile sulle discriminazioni perpetrate in nome della sportività. Ma non c’è dubbio: i regolamenti tuttora in vigore a livello globale incoraggiano la discriminazione, la sorveglianza dei corpi e della vita delle donne. Impongono trattamenti medici superflui e causano danni psicologici, fisici ed economici, afferma la ricerca di HRW.
Livelli di testosterone sopra la media. Queste procedure violano i diritti umani: il diritto alla privacy, alla salute, alla non discriminazione. Ancora oggi, donne con livelli di testosterone più alti della media sono costrette a subire controlli invasivi ed umilianti, e in seguito pesantitrattamenti medici volti ad abbassarne i livelli, pena l’esclusione dalle competizioni. La discriminazione avviene specialmente per le donne dei Paesi del sud del mondo, e in particolar modo per le donne dell’atletica leggera. Esempi famosi come quelli di Dutee Chand, l’atleta indiana interdetta per anni e riammessa alle gare solo dopo una lunga battaglia legale, o di Caster Semenya, tutt’ora controverso, ne nascondono altri meno conosciuti e che interessano ogni anno decine di atlete.
Standard antiscientifici e controllo dei corpi femminili. Gli standard di “femminilità” stabiliti dagli organi sportivi nel corso del ‘900 e che riecheggiano tutt’oggi sono discriminanti e non hanno una giustificazione scientifica. Non c’è consenso sul fatto che un più alto livello di testosterone possa migliorare le prestazioni fisiche, a differenza di quanto fanno gli ormoni sintetici. Si tratta quindi, ancora una volta, del controllo dei corpi femminili e delle loro vite. “Le atlete con alti livelli di testosterone,specialmente quelle dei paesi del Sud del mondo, sono trattate da sempre come subumane. Le attuali regole umiliano le donne, le fanno sentire inadeguate e le costringono a interventi medici. Lo sport moderno dovrebbe essere capace di garantire l’inclusione e la non discriminazione, anziché ripetere triti stereotipi sessisti e razzisti”, afferma Payoshni Mitra, studiosa e attivista per i diritti delle atlete.
Una questione di genere. Si discriminano le donne, e in particolare le donne appartenenti al sud del mondo. Donne che con le loro impressionanti prestazioni atletiche minacciano un campo che, nell’immaginario, è ancora prettamente maschile. Una donna che dà prova di forza, velocità, determinazione, minaccia la virilità maschile e sconfina in un campo che storicamente non le appartiene. Nasce quindi il bisogno di controllarla, di testarla, di riportarla alla “normalità”. Una normalità che non esiste. È sorprendente infatti, o forse no, che per gli uomini non esista un livello standard di testosterone: non viene misurato e non ci sono regolamenti in tal senso. Non esistono uomini “troppo forti”. O troppo deboli.
Conseguenze psicologiche ed economiche. Le conseguenze fisiche, emotive, psicologiche sono molto pesanti per le atlete. La discriminazione subìta all’interno del mondo dello sport e in alcuni casi a livello mediatico, è devastante e porta molte di loro ad attraversare periodi di depressione. Ci sono anche le conseguenze economiche: molte delle donne intervistate da HRW provengono da ambienti di forte esclusione sociale ed economica. Una carriera sportiva garantisce quasi sempre la possibilità di emanciparsi e trovare lavoro anche al di fuori dell’ambito sportivo. Borse di studio, una stabilità abitativa, la possibilità di sollevare la famiglia dalla povertà. Tutto questo può sparire in un attimo, per l’esito negativo di un test.
“La mia vita è finita”. Alcune testimonianze anonime “La dottoressa mi faceva domande e intanto procedeva con un esame fisico molto intrusivo al seno, ai genitali. Mi chiedeva se avessi il ciclo mestruale, se fossi fidanzata con un ragazzo o una ragazza”. “La mia vita è finita. Nessuno vuole allenarmi, non ho un lavoro. Non riesco a comprare da mangiare.” “L’operatrice della Federazione mi ha detto che devo iniziare il trattamento. Mi ha detto che servivano i dettagli sulla mia condizione e mi ha detto che forse avrei dovuto fare un intervento chirurgico”.
L’Associazione medica mondiale e l’ONU: fermate i test del sesso. Negli ultimi anni molte frange della società civile e scientifica hanno riportato l’attenzione sui test di verifica del sesso, chiedendo agli organi sportivi di adeguare i regolamenti per garantire alle atlete il pieno godimento dei propri diritti. In un report del 2020 l’Ufficio dell’Alto commissariato per i diritti umani dell’ONU raccomandava di eliminare i test. L’Associazione medica mondiale ha affermato che questi test violano l’etica medica e ha incoraggiato i medici di tutto il mondo a non praticarli.
Il ruolo degli organi sportivi internazionali. Comitato Olimpico e World Athletics Gli organi sportivi internazionali e globali hanno una particolare responsabilità nello stabilire regole e procedure standard. Per questo motivo, le raccomandazioni di HRW sono dirette in particolar modo al Comitato Olimpico Internazionale e alla World Athletics, ex Associazione internazionale delle federazioni di atletica (IAAF), che si occupa di atletica leggera a livello mondiale. I due organi devono riconoscerne pubblicamente il carattere discriminatorio del test del sesso e abolire i regolamenti che prevedono interventi medici non necessari, si legge nel documento.
“Visione stereotipata sessista e razzista”. “I regolamenti della World Athletics causano stigma e discriminazione e diffondono una visione stereotipata delle donne”, afferma Agnes Odhiambo, ricercatrice esperta di diritti delle donne presso HRW. “Osservare con sospetto le atlete, sottoporle a test superflui e invasivi, fa tutto parte di pratiche di controllo dei corpi femminili basate su definizioni arbitrarie di femminilità e su stereotipi razzisti”.
Controllare l’accesso femminile allo sport. Per lungo tempo gli organi sportivi hanno regolato la presenza femminile nello sport attraverso i test sulla verifica del sesso, una pratica che ha cambiato forma e modalità nel corso del Novecento. Questo grazie alle cause legali e all’attenzione della società civile sulle discriminazioni perpetrate in nome della sportività. Ma non c’è dubbio: i regolamenti tuttora in vigore a livello globale incoraggiano la discriminazione, la sorveglianza dei corpi e della vita delle donne. Impongono trattamenti medici superflui e causano danni psicologici, fisici ed economici, afferma la ricerca di HRW.
Livelli di testosterone sopra la media. Queste procedure violano i diritti umani: il diritto alla privacy, alla salute, alla non discriminazione. Ancora oggi, donne con livelli di testosterone più alti della media sono costrette a subire controlli invasivi ed umilianti, e in seguito pesantitrattamenti medici volti ad abbassarne i livelli, pena l’esclusione dalle competizioni. La discriminazione avviene specialmente per le donne dei Paesi del sud del mondo, e in particolar modo per le donne dell’atletica leggera. Esempi famosi come quelli di Dutee Chand, l’atleta indiana interdetta per anni e riammessa alle gare solo dopo una lunga battaglia legale, o di Caster Semenya, tutt’ora controverso, ne nascondono altri meno conosciuti e che interessano ogni anno decine di atlete.
Standard antiscientifici e controllo dei corpi femminili. Gli standard di “femminilità” stabiliti dagli organi sportivi nel corso del ‘900 e che riecheggiano tutt’oggi sono discriminanti e non hanno una giustificazione scientifica. Non c’è consenso sul fatto che un più alto livello di testosterone possa migliorare le prestazioni fisiche, a differenza di quanto fanno gli ormoni sintetici. Si tratta quindi, ancora una volta, del controllo dei corpi femminili e delle loro vite. “Le atlete con alti livelli di testosterone,specialmente quelle dei paesi del Sud del mondo, sono trattate da sempre come subumane. Le attuali regole umiliano le donne, le fanno sentire inadeguate e le costringono a interventi medici. Lo sport moderno dovrebbe essere capace di garantire l’inclusione e la non discriminazione, anziché ripetere triti stereotipi sessisti e razzisti”, afferma Payoshni Mitra, studiosa e attivista per i diritti delle atlete.
Una questione di genere. Si discriminano le donne, e in particolare le donne appartenenti al sud del mondo. Donne che con le loro impressionanti prestazioni atletiche minacciano un campo che, nell’immaginario, è ancora prettamente maschile. Una donna che dà prova di forza, velocità, determinazione, minaccia la virilità maschile e sconfina in un campo che storicamente non le appartiene. Nasce quindi il bisogno di controllarla, di testarla, di riportarla alla “normalità”. Una normalità che non esiste. È sorprendente infatti, o forse no, che per gli uomini non esista un livello standard di testosterone: non viene misurato e non ci sono regolamenti in tal senso. Non esistono uomini “troppo forti”. O troppo deboli.
Conseguenze psicologiche ed economiche. Le conseguenze fisiche, emotive, psicologiche sono molto pesanti per le atlete. La discriminazione subìta all’interno del mondo dello sport e in alcuni casi a livello mediatico, è devastante e porta molte di loro ad attraversare periodi di depressione. Ci sono anche le conseguenze economiche: molte delle donne intervistate da HRW provengono da ambienti di forte esclusione sociale ed economica. Una carriera sportiva garantisce quasi sempre la possibilità di emanciparsi e trovare lavoro anche al di fuori dell’ambito sportivo. Borse di studio, una stabilità abitativa, la possibilità di sollevare la famiglia dalla povertà. Tutto questo può sparire in un attimo, per l’esito negativo di un test.
“La mia vita è finita”. Alcune testimonianze anonime “La dottoressa mi faceva domande e intanto procedeva con un esame fisico molto intrusivo al seno, ai genitali. Mi chiedeva se avessi il ciclo mestruale, se fossi fidanzata con un ragazzo o una ragazza”. “La mia vita è finita. Nessuno vuole allenarmi, non ho un lavoro. Non riesco a comprare da mangiare.” “L’operatrice della Federazione mi ha detto che devo iniziare il trattamento. Mi ha detto che servivano i dettagli sulla mia condizione e mi ha detto che forse avrei dovuto fare un intervento chirurgico”.
L’Associazione medica mondiale e l’ONU: fermate i test del sesso. Negli ultimi anni molte frange della società civile e scientifica hanno riportato l’attenzione sui test di verifica del sesso, chiedendo agli organi sportivi di adeguare i regolamenti per garantire alle atlete il pieno godimento dei propri diritti. In un report del 2020 l’Ufficio dell’Alto commissariato per i diritti umani dell’ONU raccomandava di eliminare i test. L’Associazione medica mondiale ha affermato che questi test violano l’etica medica e ha incoraggiato i medici di tutto il mondo a non praticarli.
Il ruolo degli organi sportivi internazionali. Comitato Olimpico e World Athletics Gli organi sportivi internazionali e globali hanno una particolare responsabilità nello stabilire regole e procedure standard. Per questo motivo, le raccomandazioni di HRW sono dirette in particolar modo al Comitato Olimpico Internazionale e alla World Athletics, ex Associazione internazionale delle federazioni di atletica (IAAF), che si occupa di atletica leggera a livello mondiale. I due organi devono riconoscerne pubblicamente il carattere discriminatorio del test del sesso e abolire i regolamenti che prevedono interventi medici non necessari, si legge nel documento.
“Visione stereotipata sessista e razzista”. “I regolamenti della World Athletics causano stigma e discriminazione e diffondono una visione stereotipata delle donne”, afferma Agnes Odhiambo, ricercatrice esperta di diritti delle donne presso HRW. “Osservare con sospetto le atlete, sottoporle a test superflui e invasivi, fa tutto parte di pratiche di controllo dei corpi femminili basate su definizioni arbitrarie di femminilità e su stereotipi razzisti”.