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Pace, l’attivista arabo-israeliana che si serve del cinema per colmare il vuoto fra Arabi ed Ebrei in Israele

Jasmine Bakria: “A scuola non capivo la differenza. È stato soltanto in seguito che ho realizzato quanto fosse un problema grande”. Con la sua opera prima “U-Turn” vince il primo premio alla Cineteca di Tel Aviv 
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ROMA - Si è tenuto lo scorso Novembre alla Cineteca di Tel Aviv l’Impro Action Competition for Israeli Shorts Films. Ad aggiudicarsi il primo premio la regista attivista arabo-isreliana Jasmine Bakria, con il suo U-Turn, opera prima che - come lei stessa ha dichiarato in un’intervista a Nirit Anderman pubblicata sul quotidiano progressista israeliano Haaretz - “non parla soltanto del rapporto fra Arabi ed Ebrei, ma anche di quello che gli stessi Arabi hanno fra loro”. 

Un nodo spinoso. Lo sforzo è dunque duplice: colmare, attraverso il mezzo cinematografico, non solo l’oceano fra Arabi ed Ebrei in Israele ma “mostrare anche le criticità interne ed evidenziare stereotipi estremi, per mostrarli in un modo nuovo”. Una “doppia” riflessione, cristallizzata nelle scene che aprono e chiudono il corto. Nella primissima la protagonista, dopo che un sacco dell’immondizia le è finito in testa da una fin…

ROMA - Si è tenuto lo scorso Novembre alla Cineteca di Tel Aviv l’Impro Action Competition for Israeli Shorts Films. Ad aggiudicarsi il primo premio la regista attivista arabo-isreliana Jasmine Bakria, con il suo U-Turn, opera prima che - come lei stessa ha dichiarato in un’intervista a Nirit Anderman pubblicata sul quotidiano progressista israeliano Haaretz - “non parla soltanto del rapporto fra Arabi ed Ebrei, ma anche di quello che gli stessi Arabi hanno fra loro”. 

Un nodo spinoso. Lo sforzo è dunque duplice: colmare, attraverso il mezzo cinematografico, non solo l’oceano fra Arabi ed Ebrei in Israele ma “mostrare anche le criticità interne ed evidenziare stereotipi estremi, per mostrarli in un modo nuovo”. Una “doppia” riflessione, cristallizzata nelle scene che aprono e chiudono il corto. Nella primissima la protagonista, dopo che un sacco dell’immondizia le è finito in testa da una finestra sotto cui stava passando, urla, frustrata, “ecco il motivo per cui nessuno vuole vivere con gli Arabi!”. Ed è a seguito di questo, probabilmente ennesimo, episodio che deciderà di trasferirsi in un quartiere ben tenuto, decoroso. Ma dopo aver trovato la casa dei suoi sogni il gentile e affabile proprietario di casa confessa di aver preso anni addietro la decisione di non trattare più con inquilini arabo-israeliani. Lo spettatore rimane come sospeso, ma il quadro si fa nitido nell’ultima scena, dove la protagonista racconta al telefono alla madre l’accaduto, in arabo fluente. 

Un’educazione improntata sull’integrazione. Nell’intervista, Jasmine Bakria racconta della sua infanzia, chiarendo il retroscena culturale entro cui ha preso vita il suo cortometraggio. Nasce a Ramla, capoluogo del Distretto Centrale dello Stato di Israele, e tutta la sua educazione ruota attorno a due forti convinzioni dei genitori, arabi di religione musulmana: la prima - frutto di una sorta di pregiudizio verso la propria etnia - è che la qualità dell’istruzione delle scuole ebraiche fosse superiore. L’altra è il sentire come necessaria, anche per la propria realizzazione personale, l’integrazione tra le due culture. Jasmine frequenta allora le scuole ebraiche, accende le candele per l’Hannukkah e indossa abiti tradizionali per il Purim. Ma soprattutto parla ebraico in casa: “mia madre, mio fratello minore e io sentivamo che parlare ebraico fosse qualcosa di naturale. Non l'abbiamo visto come una violazione della nostra identità […] quando ero più piccola parlavo arabo ma a scuola avevo bisogno di essere come tutti gli altri, l'orientamento sociale era molto forte, e anche quando andavo a casa volevo essere come tutti gli altri. Anche quando le persone mi parlavano in arabo, rispondevo in ebraico, perché quella era la mia lingua dominante”.

L’intimo bisogno di dialogo. Se si parla di identità e appartenenza culturale, un ruolo importante ha la questione linguistica, come testimonia il sentimento della regista, che, nonostante conosca sia il mondo ebraico che quello arabo, dice di sentirsi meno connessa a quest’ultimo, in quanto è l’ebraico la lingua con cui articola più agevolmente pensiero e linguaggio. Un aspetto imprescindibile per la costruzione della sua persona: “quando parlo arabo mi sento una versione depotenziata di me stessa” afferma. Allo stesso tempo spiega come questo rappresenti per lei una questione più di comodità che scelta identitaria, scegliendo di essere “solo Jasmine, non Jasmine l’Ebrea o l’Araba”, facendosi portatrice dei valori di solidarietà, tolleranza e integrazione culturale con i quali è cresciuta: “spesso la gente pensa al linguaggio solo come fattore identitario e politico, dimenticando che dietro tutto questo il bisogno basilare è quello di avere un dialogo con le persone”. 

L’attivismo per la solidarietà etnico-culturale. Finito il liceo, conseguentemente all’arruolamento dei suoi amici nell’esercito israeliano, Jasmine Bakria decide di scrivere alle Nazione Unite delineando, insieme a un gruppo di parlanti bilingue, la bozza di un progetto per riunire e incentivare il dialogo fra le comunità ebraiche ed arabe. Le sue parole non sono rimaste inascoltate e le è stata data la possibilità di tenere un discorso a New York alla sede dell’ONU, sulle relazioni tra le due comunità e la necessità - oltre che la possibilità, come testimonia il suo stesso modello educativo - di un’integrazione fra le due culture: “in quel momento ho capito che questo conflitto non è un mio problema individuale, ma motivo di vergogna per la nostra società nel suo insieme”.