Argentina, desaparecidos: una mostra fotografica con le immagini dell'orrore negli anni oscuri della dittatura
di Carlo Ciavoni , di Carlo CiavoniFIUMEFREDDO BRUZIO - Si è aperto ieri, 20 agosto, nel castello di Fiumefreddo Bruzio (in provincia di Cosenza) “ESMA”, la mostra fotografica di Anna Maria De Luca che ha documentato lo storico processo, raccontato su Repubblica dalla stessa De Luca, finito con la condanna all’ergastolo per i capi della dittatura militare argentina, responsabili dell'omicidio di tre cittadini italiani, Angela Maria Aieta, Susanna e Giovanni Pegoraro. La mostra si è aperta con la partecipazione di Francesco Caporale che è stato pubblico ministero dei tre processi per i desaparecidos celebrati in Italia tra il 1999 e il 2010. "Non è azzardato – spiega Caporale, già Procuratore Aggiunto di Roma - definire l'Esma l'Auschwitz argentina. Da questo centro clandestino di detenzione passarono ben 5.000 delle complessive 30.000 persone scomparse, vittime della ferocia dei dittatori argentini negli anni tra il 1976 ed il 1983".
Nell'inferno di quella scuola. Le foto in esposizione nel castello – alcune furono pubblicate su Repubblica, altre sul Clarìn – furono scattate nel 2010 da Anna Maria De Luca nell’aula bunker di Rebibbia durante le udienze: sono immagini storiche che testimoniano come l’Italia riuscì a fare giustizia – anche la Presidenza del Consiglio dei Ministri si costituì parte civile - in un periodo in cui in Argentina era ancora impossibile aprire i processi, a causa delle amnistie. ll Tribunale condannò i capi del centro di detenzione clandestina più grande del Paese, allestito nella Scuola meccanica della Marina: il capitano Jorge Eduardo Acosta, comandante del Servizio Informazioni e capo carismatico dell'Esma ("Escuela Superior de Mecanica de La Armada", la scuola superiore dell'esercito), Alfredo Astiz, comandante di uno dei gruppi di sequestratori e torturatori, il capitano Jorge Raùl Vildoza, comandante dell'Esma, il prefetto navale Hector Febres, responsabile del destino dei bambini nati dalle prigioniere sequestrate in stato di gravidanza e il contrammiraglio Jorge Vaneck, comandante delle operazioni navali. Contro di loro si sono schierati i due figli di Angela Maria Aieta, la moglie di Giovanni Pegoraro, la Presidenza del Consiglio dei Ministri, la Regione Calabria, la Provincia di Cosenza e vari sindacati. Massera - uno dei pochi stranieri nelle liste di iscritti alla loggia massonica P2 sequestrate a Licio Gelli nel 1981 – morì poco tempo prima della storica sentenza.
Chi non si arrese all'impunità dei torturatori. “Merito – scrive Oliviero Diliberto nella prefazione del libro di Caporale “Note a margine di tre processi” - di chi non si è arreso all’impunità dei torturatori e degli assassini, merito di giudici coraggiosi, ad iniziare - appunto - da Francesco Caporale, ma anche di chi, come l’allora Procuratore di Roma, Salvatore Vecchione, decise di andare avanti. Non tutti volevano riaprire questo capitolo orrendo, altri giudici, in altre parti d’Italia, velocemente archiviarono. La Procura di Roma no. Ricordo perfettamente - scrive Diliberto - quando nel 1999 con Caporale ci incontrammo nell'ufficio del ministro della Giustizia: decidemmo che doveva andare direttamente in Argentina a svolgere le indagini necessarie al processo ed io lo autorizzai nella mia qualità, appunto, di Guardasigilli”.
Il suo silenzio salvò molte vite. Angela Maria Aieta, alla quale sono dedicate in Argentina alcune scuole e piazze, fu sequestrata a Buenos Aires nel '76: combatteva per i diritti umani ed aveva la "colpa" di essere madre di Dante Gullo, leader della Gioventù peronista. I militari del Grupo de Tarea fecero irruzione in casa sua e la portarono all'Esma. Dopo mesi di prigionia e torture fu gettata da un aereo nell'oceano, in uno dei voli della morte che resero tristemente famosi quegli anni oscuri. Con il suo silenzio, come emerso dai testimoni a Rebibbia, salvò molte vite. Terribile anche la storia dei Pegoraro: la madre di Susanna Pegoraro, dopo molti anni, riuscì a ritrovare la nipotina. Era stata destinata ad una coppia di sostenitori del regime.
Ma per molti la tragedia continua. Sono tanti i trentenni figli di desaparecidos che ancora oggi vivono, ignari e chiamano "papà” e "mamma" persone che credono essere i loro genitori naturali. Nell'Esma c'era infatti un reparto per le partorienti: le donne venivano tenute in vita fino al parto, legate e con i fucili puntati. Subito dopo i bambini venivano presi dai militari e allevati, venduti o dati in affidamento. L'unica cosa rimasta loro è il patrimonio cromosomico e per questo le Nonne de Plaza de Mayo - nonne in cerca dei nipoti - hanno organizzato una banca del Dna. Ma trovare il coraggio di andarci vuol dire sconvolgere la propria vita e non tutti sono disposti a farlo.
Alcuni testimoni illustri. Al processo, tra gli altri, hanno testimoniato Estela Carlotto, presidente delle Nonne di Plaza de Mayo; il compianto giornalista della Rai, Italo Moretti, allora inviato in America Latina; Enrico Calamai, lo "Schindler" argentino che mise in salvo centinaia di oppositori politici del regime; il giornalista argentino Orazio Verbitsky (della giunta direttiva di Human Rights Watch/Americas) che con un'agenzia clandestina ha più volte denunciato, durante il golpe, le atrocità del regime militare e, negli anni successivi, i silenzi di chi li ha coperti.
L'angoscia delle ore nell'aula bunker. “Sono foto – spiega Anna Maria De Luca – intrise di dignità e dolore che raccontano come la giustizia italiana sia stata grande nel fare giustizia, come l’angoscia e la tensione di quelle ore nell’aula bunker avessero per noi il peso della storia, dell’orrore, di una riparazione attesa da troppi anni. Avere il dottor Francesco Caporale qui, nell’inaugurazione della mostra, è per me una profonda ed intensa emozione, considerato che grazie al suo coraggioso lavoro abbiamo avuto giustizia per Angela Maria Aieta, che era una mia parente e che a lei è dedicata la scuola che da qualche anno dirigo, tenendo come valore pedagogico la pratica concreta dei diritti umani”