ROMA – Cooperative spurie, turni estenuanti, contratti pirata e lavoro grigio. Sono le evoluzioni dello sfruttamento in agricoltura in Lombardia, che l’Associazione Terra! ha indagato lungo le filiere dei meloni, delle insalate in busta e dei suini.
Il caporalato. Il report racconta le tante facce del caporalato in Lombardia, considerata come il motore agricolo ed economico dell'Italia, e fa luce sulle connessioni esistenti tra lo sfruttamento e l’impatto ambientale di un sistema agroindustriale, che in alcune province lombarde, ha modificato i terreni e i paesaggi. E che oggi, con la crisi energetica in corso, sembra insostenibile. I risultati del dossier si basano su un’inchiesta sul campo fatta da un team di giornalisti e un fotografo, in coordinamento con lo staff di Terra!
Le forme del caporalato. Dalle cooperative spurie ai turni estenuanti passando per i contratti pirata e il lavoro grigio, la regola, le forme di sfruttamento individuate in Lombardia sono più sofisticate di quelle del Sud Italia o di alcuni stati Ue del Mediterraneo, dove Terra! ha indagato. Le manifestazioni del caporalato si sono evolute, perché esse ormai riescono ad aggirare i controlli e a mostrare persino una parvenza di legalità. Il primo capitolo del dossier, “Il secolo dei meloni”, si sofferma sul funzionamento delle cooperative spurie nella produzione del melone nel mantovano; il secondo, “La fabbrica di insalate”, sui turni massacranti a cui sono sottoposti gli operai impiegati nell’industria della quarta gamma, sviluppata nelle province di Bergamo e Brescia; il terzo, “La terra dei suini”, sulla giungla dei contratti nel settore zootecnico, in particolare nella macellazione dei suini nelle province di Mantova e Cremona, dove Terra! È riuscita a entrare in alcuni allevamenti.
Il racconto discriminatorio. Per anni il caporalato in Italia è stato raccontato come un fenomeno che riguardava soltanto le regioni del Mezzogiorno, radicato in una mentalità o in un modo di fare impresa “tipicamente” meridionale. E invece questa indagine di Terra! rivela un’altra faccia del Nord, dove lo sfruttamento non solo è possibile, ma spesso è la regola. “Le cooperative spurie, molto usate nella produzione dei meloni, rappresentano le nuove forme di sfruttamento, i contratti Multiservizi sono la scorciatoia che in molti usano nel settore dei suini, per arrivare infine ai turni estenuanti di lavoro, con ritmi industriali che costringono gli operai a non fermarsi mai”, spiega Fabio Conte, Presidente dell’Associazione Terra!
Il caso lombardo. La Lombardia, con una produzione agro-industriale del valore di oltre 14 miliardi di euro, è la prima regione italiana nel settore agro-alimentare. Qui la narrazione del lavoro in agricoltura è spesso schiacciata dal racconto delle difficoltà di trovare manodopera disponibile, soprattutto quella specializzata. Un elemento di forte criticità, su cui Terra! fa chiarezza, raccontando la realtà del reclutamento agricolo, le condizioni di lavoro, le difficoltà di fare agricoltura oggi e i vuoti creati dalla fragilità dei servizi pubblici e colmati dai soggetti intermediari.
Il secolo dei meloni. La Lombardia è la seconda produttrice di meloni in Italia, dopo la Sicilia. Nella sola provincia di Mantova, si coltivano 90 mila tonnellate di questo frutto, in un arco temporale che va da maggio a ottobre. Qui i lavoratori moldavi e dell’est Europa, più forti fisicamente ma anche più ricattabili, stanno sostituendo i lavoratori marocchini, ormai stanziali da vent’anni. In questi territori l’intermediazione è svolta da cooperative spesso fittizie, con sede anche in Emilia Romagna e in Veneto. Queste, o agiscono in autonomia rispetto all’azienda, elargendo paghe da fame ai lavoratori, oppure in connivenza con essa. Un danno per un settore di eccellenza, tutelato dal Consorzio del melone mantovano IGP. Ma il problema, come Terra! ha denunciato in passato, è spesso a monte. Quasi tutti i produttori intervistati denunciano un mercato in cui è la Grande distribuzione organizzata (Gdo), i supermercati in cui facciamo abitualmente la spesa, a imporre prezzi bassi ai produttori e a comprimere indirettamente anche i diritti dei lavoratori. In queste condizioni, fare quadrare i conti non è cosa semplice. Eppure sempre di più c’è chi sceglie di uscire dalle maglie della Gdo e di conferire ai mercati contadini, tornando così a riscoprire l’agricoltura di piccola scala. L’esempio di alcune aziende del Consorzio agrituristico mantovano ”Verdi Terre d’acqua”, raccontato nel report, va in questa direzione.
La fabbrica delle insalate. Nelle province di Bergamo e Brescia, l’avanzata della produzione delle insalate in busta (o quarta gamma) è visibile a colpo d’occhio . Le stime indicano che il 31 per cento della produzione di settore è in Lombardia mentre il 30 per cento è concentrato nella Piana del Sele, in Campania. Due regioni agricole complementari dal punto di vista della stagionalità, nonostante con le serre sia di fatto possibile coltivare tutto l’anno. L’intero processo di produzione della IV gamma è fortemente industrializzato e dipendente dalle continue richieste dei clienti, che sono i supermercati. E proprio come in un’industria, se da un lato si assiste a una standardizzazione dei processi, dall’altra emergono le violazioni delle condizioni di lavoro: turni estenuanti e giungla di contratti. I lavoratori sono perlopiù indiani Sikh, che vivono intorno ai centri produttivi. Molte aziende, specie nei periodi di massima intensità, si rivolgono a cooperative, agenzie per il lavoro e Srl, appaltando intere fasi di produzione. Con la crisi energetica del 2022, l’industria delle insalate in busta ha mostrato il volto della insostenibilità, economica e ambientale. Secondo un produttore intervistato, l’aggravio dei costi di produzione, tra il ferro, la plastica, i fertilizzanti, la refrigerazione costante degli ambienti di stoccaggio è stato del più 20 per cento e qualcuno si sta interrogando sui modelli alternativi da mettere in campo.
La terra dei suini. La Lombardia ospita il 50 per cento dei capi suini presenti su tutto il territorio nazionale: oltre 4 milioni stipati in 6.7471 allevamenti. Mediamente il 20 per cento della carne di una carcassa di un suino pesante è destinata ai prosciutti DOP, il 60 per cento alla trasformazione in salumi e insaccati, solo il 20 per cento alla carne fresca. La peculiarità della lavorazione dei suini in Italia è sicuramente la frammentarietà, perché si parla di un settore diviso in tante piccole imprese -allevatori. Questa debolezza si riversa sulle fasi della commercializzazione, dove a prevalere è sempre la Grande distribuzione organizzata. In una filiera così spezzettata, costretta a mantenere bassi i costi di produzione, l’esternalizzazione del lavoro a cooperative o agenzie di somministrazione è la regola. Nei macelli però si vedono spesso lavoratori dell’azienda e della cooperativa svolgere le stesse identiche mansioni, anche se non potrebbero. Gli effetti del sotto-inquadramento contrattuale della manodopera è una costante soprattutto quando si tratta di lavoratori migranti, perché sono più ricattabili.
I contratti. In questi casi, i contratti più diffusi sono il Multiservizi o quello delle Pulizie, più convenienti del Contratto Nazionale del Lavoro dell’industria agroalimentare. Queste violazioni si inseriscono in un settore che incide sul territorio lombardo da un punto di vista delle emissioni e dunque incide sul benessere degli animali.