Sudan: nuovi attacchi nel Darfur occidentale, intere città sono state rase al suolo da aprile a oggi
ROMA – Gli Stati Uniti, che assumono la presidenza del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ad agosto – scrive Human Rights Watch - dovrebbero garantire che il Consiglio adotti misure rigorose per arginare le atrocità in corso nel Darfur, imponendo sanzioni contro i responsabili degli abusi. “Il mondo non dovrebbe restare a guardare mentre una città dopo l'altra nel Darfur occidentale viene rasa al suolo, costringendo decine di migliaia di civili a scappare per salvarsi la vita”, commenta Tirana Hassan, direttrice dell’organizzazione umanitaria. Va ricordato che il conflitto nel Darfur, che ormai tra alterne vicende dura da vent'anni, ha a che fare soprattutto con l’atavica rivalità tra etnie che hanno interessi economici contrapposti: da una parte gruppi arabi, pastori e per tradizione nomadi e, dall’altra, tribù di neri africani, tradizionalmente sedentari, agricoltori o allevatori.
Il conflitto. Il conflitto a Khartoum tra le forze armate del Sudan (S…
ROMA – Gli Stati Uniti, che assumono la presidenza del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ad agosto – scrive Human Rights Watch - dovrebbero garantire che il Consiglio adotti misure rigorose per arginare le atrocità in corso nel Darfur, imponendo sanzioni contro i responsabili degli abusi. “Il mondo non dovrebbe restare a guardare mentre una città dopo l'altra nel Darfur occidentale viene rasa al suolo, costringendo decine di migliaia di civili a scappare per salvarsi la vita”, commenta Tirana Hassan, direttrice dell’organizzazione umanitaria. Va ricordato che il conflitto nel Darfur, che ormai tra alterne vicende dura da vent'anni, ha a che fare soprattutto con l’atavica rivalità tra etnie che hanno interessi economici contrapposti: da una parte gruppi arabi, pastori e per tradizione nomadi e, dall’altra, tribù di neri africani, tradizionalmente sedentari, agricoltori o allevatori.
Il conflitto. Il conflitto a Khartoum tra le forze armate del Sudan (SAF) e le forze di supporto rapido (RSF), scoppiato il 15 aprile, si è esteso anche al Darfur occidentale. Le RSF sono forze paramilitari, un tempo gestite dal governo sudanese, composte da milizie Janjawid già responsabili, proprio in Darfur, di crimini contro l’umanità. Negli ultimi giorni si sono verificati una lunga serie di attacchi contro i civili dell’etnia Massalit e la maggior parte di essi sono stati compiuti dalle forze dell'RSF e dalle milizie arabe alleate. Gli ultimi in ordine di tempo hanno riguardato la città di Sirba, dove i dati satellitari forniti dal Fire Information for Resource Management System della NASA evidenziano, tra il 27 e il 28 luglio, una serie di incendi causati dalle esplosioni. Secondo fonti locali a Sirba sono morte almeno 200 persone.
Città rase al suolo. Per Human Rights Watch sono almeno sette le città e i villaggi distrutti nel Darfur occidentale da aprile a oggi: Habilla Kanari, Mejmere, Misterei, Molle, Murnei, Gokor e Sirba. E diverse dozzine di siti che ospitano sfollati interni sono stati rasi al suolo, insieme ad alcuni quartieri di El Geneina, la capitale. Il Darfur occidentale è l'epicentro di una serie di cicli di violenza contro le comunità di etnia non araba dal 2019. Già nei primi anni del 2000 la città di Sirba e l'area di Murnei furono teatro di abusi e gravi violazioni dei diritti a opera dell’ex presidente sudanese Omar Al-Bashir.
Le stime dell’ONU. Il saccheggio e la distruzione provocati dagli attacchi nel Darfur occidentale non solo hanno costretto i residenti a fuggire, ma li hanno anche lasciati con poche risorse per sopravvivere. Le Nazioni Unite scrivono che il 23 luglio oltre 17 mila persone sono state sfollate da Murnei. Il 2 agosto, l'Integrated Food Security Phase Classification (IPC) ha riferito che oltre il 60 per cento delle persone nel Darfur occidentale si trova ad affrontare crisi di insicurezza alimentare. "Ci hanno detto: dacci i soldi e ti proteggiamo, ma poi sono tornati chiedendo di più", ha raccontato un uomo di 37 anni del villaggio di Sisi a Human Rights Watch. “Venivano a qualsiasi ora, a volte di notte, a volte di giorno, chiedendo soldi, animali, mobili. Hanno saccheggiato tutto”. Alla fine le persone non hanno avuto altra scelta che fuggire. Da aprile oltre 300 mila persone sono scappate dal Sudan in Ciad: molte provengono dal Darfur occidentale.
Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. A marzo 2023 ha deciso di prorogare per un altro anno l’embargo sulla vendita di armi al governo di Khartoum per le violenze nella regione del Darfur. Tredici dei quindici paesi membri hanno votato a favore mentre Russia e Cina si sono astenute, sostenendo che il conflitto in Darfur è ampiamente risolto. Oggi questo embargo non viene rispettato – denuncia HRW – come dimostra l’escalation della violenza. L’organizzazione auspica che il Consiglio di sicurezza identifichi e condanni pubblicamente chi non rispetta il divieto di vendere armi, commini sanzioni ai responsabili dei gravi abusi in corso e sostenga il lavoro della Corte penale internazionale sul Darfur, dopo l'annuncio fatto dal procuratore di avere iniziato a indagare sui crimini commessi nella regione sudanese. Data la responsabilità del Consiglio per il ritiro prematuro delle forze di mantenimento della pace dal Darfur alla fine del 2020, l’ONU dovrebbe garantire, oggi, una maggiore protezione dei civili.