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Arabia Saudita, “Cento persone messe a morte dall’inizio dell’anno": la decapitazione è il metodo più usato

Arabia Saudita, “Cento persone messe a morte dall’inizio dell’anno": la decapitazione è il metodo più usato
Sono frequenti anche la lapidazione e la crocefissione. Le donne possono essere uccise con un colpo di pistola alla nuca, solo per non scoprire il capo
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ROMA – Amnesty International ci ricorda che: “Cento persone sono state messe a morte in Arabia Saudita dall’ inizio dell’anno". L’agenzia di stampa saudita “Saudi Press Agency (SPA)” ha riportato la notizia della centesima esecuzione avvenuta in Arabia Saudita dall’inizio del 2023. Heba Morayef, direttrice per il Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International, ha dichiarato: "In netto contrasto con le ripetute promesse dell'Arabia Saudita di limitare l'uso della pena di morte, le autorità saudite hanno già messo a morte 100 persone quest'anno, manifestando il loro inquietante disprezzo per il diritto alla vita. La spietata spirale di sangue delle autorità – prosegue la nota di Amnesty – suscita seri timori per la vita dei giovani uomini nel braccio della morte, che erano minorenni al momento dei reati”.

I tre metodi per uccidere i condannati. Sono previsti tre metodi di esecuzione: ovvero la crocifissione, la lapidazione e la decapitazione, che è il sistema più applicato. Le donne possono scegliere di essere uccise con un colpo di pistola alla nuca, ma solo per non essere costrette a scoprire il capo. Nel 2022 sono state eseguite 196 condanne a morte, il più alto numero degli ultimi 30 anni, tre volte maggiore di quello del 2021 e sette volte maggiore di quello del 2020. 

Si va a morte anche per un tweet. "L'Arabia Saudita è uno dei principali esecutori di condanne a morte al mondo. Amnesty International ha documentato numerosi casi in cui le autorità hanno condannato a morte persone per motivi che vanno da pochi tweet a reati legati alla droga, in seguito a processi gravemente iniqui e ben lontani dagli standard internazionali dei diritti umani”, ha proseguito Morayef. Nel luglio 2023, il Tribunale penale specializzato dell'Arabia Saudita ha condannato Mohammad al-Ghamdi a morte esclusivamente per alcuni tweet di critica alle autorità saudite. Suo fratello, Nasser, ha dichiarato ad Amnesty International che la condanna a morte è stata un atto di rappresaglia per le sue opinioni politiche personali.

Ad agosto uccise 4 persone a settimana. "Solamente nel mese di agosto, l'Arabia Saudita ha messo a morte in media quattro persone a settimana, tra cui un cittadino pakistano per contrabbando di droga. La pena di morte è vietata dal diritto internazionale per reati legati alla droga, che non rientrano nella categoria dei 'crimini più gravi'", ha concluso Heba Morayef.

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