ROMA – Il governo del Bangladesh è responsabile di gravi abusi e continue violenze contro la popolazione civile. E’ quanto emerge dall’Esame periodico universale (UPR) del Bangladesh fatto dal Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite. La revisione ha avuto luogo il 13 novembre, nel contesto di una violenta repressione in corso da parte delle forze di sicurezza in vista delle elezioni di gennaio 2024.
Cosa accade in Bangladesh. Le organizzazioni locali hanno documentato gravi abusi da parte delle autorità del Bangladesh, tra cui arresti di massa, sparizioni forzate, torture, esecuzioni extragiudiziali, blocco di Internet per interrompere la diffusione di notizie contro il governo. Una repressione da tempo diffusa nel Paese ma che in questi ultimi mesi si è intensificata per mettere a tacere l'opposizione politica in vista delle elezioni di gennaio. Invece di indagare in modo indipendente e chiedere conto ai responsabili di quanto sta accadendo, il governo premia coloro che sono complici di queste violazioni, compresi gli ufficiali con responsabilità di comando. Durante la revisione in seno al Consiglio ONU, la delegazione bengalese ha respinto sia le accuse di un uso eccessivo della forza che quelle riguardanti le detenzioni arbitrarie e ha sottolineato di non avere mai effettuato arresti politicamente motivati. I dati però raccontano una storia molto diversa e cioè la prigionia forzata di circa diecimila membri e attivisti dell’opposizione politica.
Le sparizioni forzate. Secondo gli osservatori dei diritti umani, dal 2009 le forze di sicurezza bengalesi hanno fatto sparire circa 600 persone. Mentre 500 di queste sono state successivamente rilasciate, portate in tribunale o uccise, quasi 100 oggi risultano ancora disperse. Le famiglie delle vittime raccontano il netto rifiuto da parte della polizia di accogliere denunce o condurre un’indagine indipendente. Il governo del Bangladesh rifiuta da sempre l’offerta dell’Ufficio dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani di istituire un meccanismo specializzato che lavori a stretto contatto con la società civile per indagare sulle sparizioni forzate e sulle esecuzioni extragiudiziali, spiega Human Rights Watch. Accettare il gruppo di lavoro delle Nazioni Unite significherebbe mostrare impegno per affrontare le numerose accuse di violazioni dei diritti.
Le crudeltà della polizia. Le recenti accuse di tortura dei prigionieri durante la custodia cautelare sottolineano quanto la cultura dell’impunità sia diffusa tra le forze di sicurezza, scrive ancora Human Rights Watch. Nei rendiconti portati all’attenzione del Consiglio per i diritti umani ci sono testimonianze di persone che hanno subito percosse, scosse elettriche, waterboarding, mutilazioni, finte esecuzioni. Eppure queste violenze non sono state mai né condannate né punite.
La condizione delle donne. Le donne affrontano una diffusa violenza di genere con poche possibilità di ricorrere a forme di protezione o di accedere alla giustizia. Gli avvocati sostengono che la polizia spesso si rifiuta anche di raccogliere la denuncia di una violenza oppure procede con le indagini ma le lascia aperte per anni senza giungere ad alcuna conclusione. Dacca ha introdotto la pena capitale per lo stupro.
I rifugiati. Sebbene il Bangladesh ospiti quasi un milione di rifugiati Rohingya, le crescenti restrizioni imposte dal governo alla popolazione dei rifugiati e l’incapacità di garantire la sicurezza nei campi hanno spinto centinaia di persone a intraprendere pericolosi viaggi in barca per cercare protezione altrove. Le politiche governative limitano gravemente l’accesso dei rifugiati all’istruzione, al lavoro e al movimento. In un contesto di crescente e diffusa violenza da parte dei gruppi armati nei campi, le autorità del Bangladesh non si impegnano a fornire alcuna protezione, né a mantenere la sicurezza e ancor meno a perseguire i responsabili. I rifugiati raccontano di non avere alcuna libertà di accesso all’assistenza della polizia, a quella legale e a quella medica.